OPINIONI
E adesso tocca a noi !
La disfatta di Trump nelle elezioni di midterm ha contraccolpi ancora difficilmente valutabili in Europa. Ci ricorda tuttavia che tocca a noi rovesciare il governo Meloni, gestendo un rapporto problematico fra movimenti e Campo largo
Trump, almeno per il momento, ha subito una disfatta. I suoi amichetti italiani sono però ancora in sella e questo sta all’ordine del giorno. Che dovremmo fare qui, una volta sedato il giubilo a buon mercato per le svolte Usa e brasiliana?
Non torniamo sulle splendide piazze d’ottobre. Facciano un passo avanti.
Che ricadute politiche potrebbe avere questo tsunami di movimento sugli equilibri politici italiani dopo le prime reazioni, fra sbigottito e impanicato, del Governo e delle destre-schiuma-alla-bocca?
E come ha risposto la sinistra del Campo largo all’invito implicito che da quei sussulti proveniva?
Non si fa il gioco di nessuno
L’argomento più stantio – ripetuto sino allo sfinimento sui giornaloni centristi dì opinione – sul carattere controproducente ai fini elettorali dello scendere in piazza vale a volte nel breve periodo, ma in genere alle grandi mobilitazioni ha fatto seguito nel medio periodo una crescita anche elettorale delle sinistre e un consolidamento istituzionale delle riforme. Pensiamo agli effetti negli anni ’70 del primo ciclo di lotte del 1968-69. O alla crisi del gollismo e all’avvento di Mitterand dopo il maggio 1968 in Francia e al temporaneo riflusso reazionario. O alla formazione di France insoumise dopo il ciclo di manif anti-macroniane dell’ultimo decennio. Tutto lascia pensare, inoltre, che la velocità delle fluttuazioni sia oggi maggiore e che nulla sia più rovinoso di un attestarsi al centro davanti a un’ondata internazionale di destra.
Il buon vecchio riformismo neoliberale non solo non scalda i cuori ma apre la strada alla guerra e alla reazione. Al centro si soffoca, non si vince.
Che ognuno si muova secondo i desideri delle masse e l’esigenza di cambiamento, naturalmente senza fare regali aggratis all’avversario ma senza inutili censure e rinunce (Dio, la patrimoniale!) e senza travisamenti vittimari. Da entrambe le parti la partita non si gioca sul fronte della moderazione, perché ogni situazione nazionale è sovradeterminata da una logica di guerra (per ora “a pezzi”) e la guerra può essere sospesa o addirittura scongiurata solo con forti cambiamenti e con la radicalità delle lotte.
La risposta del Governo: vendetta!
Vendetta in due tempi: in prima battuta repressione brutale in flagranza e in differita, con estensione dai manifestanti coinvolti a cerchie giovanili meno politicizzate ma la cui occhiuta persecuzione doveva mostrare per contiguità la forza di una pubblica amministrazione sfidata sulle piazze da movimenti politici e che si rivale su un’intera generazione. Il tutto con un uso estensivo dei decreti sicurezza, evitando al massimo il controllo giudiziario.
In seconda battuta accanendosi, nella finanziaria, proprio sui settori scuola e formazione, con il taglio di settemila posti di docenti e ATA in replica alla richiesta di finanziamenti aggiuntivi per la scuola portata avanti da tutto il movimento. Uno schiaffo, più che una replica, e un chiaro segnale di cosa il Governo intenda per sviluppo e coesione sociale. Il mantenimento degli stanziamenti per il riarmo e soprattutto la finalizzazione della ricerca e della didattica in direzione del dual use, cioè dell’intercambiabilità fra ricerca socialmente utile e applicazioni belliche, costituiscono poi il risvolto “propositivo” dell’immiserimento delle risorse e della precarizzazione degli addetti.
L’interlocuzione con il Campo largo
Diciamo che è mancata, tolta una timida difesa d’ufficio rispetto agli abusi della polizia e all’inverosimile imputazione, poi caduta, a Yussef Siher di essere il giovane Grande Vecchio del 17 ottobre. Montatura troppo grossolana per la magistratura e perfino per un Pd che ancora si lecca le ferite del suo antenato Pci sul teorema Calogero. Ma il Campo largo (usiamo per brevità questa definizione, che vale quanto l’infame epiteto di “maranza”), che già aveva abboccato all’astuta esca meloniana dell’indicazione obbligatoria del leader e su questo si era invischiato nella sciagurata operazione delle primarie di coalizione, non ha mancato di cadere nel trappolone classico della destra: la condanna della “violenza” (quattro vetrine rotte e un po’ di paccottiglia di moda arraffata nel quadrilatero morale di Milano) da condannare “senza se e senza ma“. Frasi innocue comunque, che nessuno prende sul serio. Assai più grave è l’inerzia programmatica e politica con cui il Pd, con la sua coda centrista, un po’ meno il M5S e Avs si sono posti davanti alle rivendicazioni delle mille piazze.
Ora il problema è questo: senza il supplemento del voto under-35, già decisivo per il referendum, cioè sulla base dei votanti ordinari delle politiche e delle amministrative, il Campo largo non ce la fa e questo, stante l’attuale legge elettorale prima del giudizio della Consulta, significa un disastro in termini di seggi, composizione futura dei ruoli di garanzia, ecc. Nonché anni di eclisse di ogni opposizione parlamentare.
Per converso, un movimento dal basso che non sedimenti conquiste e istituzioni, quindi che trovi un compromesso con la rappresentanza politica rischia la propria stessa tenuta, non riesce neppure a costituirsi come forza di opposizione credibile (tipo France insoumise) – soprattutto in uno scenario di sovranismo dilagante e di guerra ibrida o conclamata. La rimonta prodigiosa di Lula in Brasile e la blue wave dei dem statunitensi sono stati resi possibile da una traumatica intersezione fra movimenti di massa e vecchi apparato Pt e dem.
Per quanti dubbi si possano avere sulla riformabilità del corpaccione Pd, sulla volatilità dell’elettorato M5S e sulla perdurante esiguità di AVS, la strada è quella e forse serviranno ancora altre stagioni di lotta prima che flussi e strutture si incontrino e facciano presa. Speriamo che ciò avvenga prima che scoppi una guerra e che, anzi, contribuisca a evitarla. Ma non ce n’è certezza.
Un programma da negoziare
In pratica oggi i movimenti pongono una condizione impellente al Campo largo: lo smantellamento dei decreti sicurezza e dei pesanti effetti che essi hanno già determinato su molt* attivist* sanzionat*. E ovviamente i e le giovani che erano in piazza non hanno nessuna voglia di andare in guerra e morire per primi. Un coinvolgimento sulla faticosissima negoziazione di salario minimo (però indicizzato), massiccia edilizia popolare (non social housing), riforma fiscale e incremento del welfare e dei finanziamenti per scuola e ricerca sarebbe auspicabile più che la distribuzione di strapuntini – in Usa gli avidi “socialisti” non si sono accontentati di spuntare posti di consigliere comunale.
Capisco la riluttanza dei partiti residuali (e della Cgil) a trattare con creature indecifrabili, ma per procacciarsi voti non bastano le briciole. Con i ragionamenti (ricattatori) sul voto utile si strappano centinaia di voti dall’astensione, ma qui ne serve un milione e allora occorre un effetto choc. Probabilmente la storia e gli interessi dei partiti che costituiscono il Campo largo sono un ostacolo al loro rinnovamento, vuol dire che i tempi saranno più lunghi. Anche l’evoluzione della sinistra e del sindacato francese è indicativa. Il prezzo che pagano nel breve periodo è la vittoria di Le Pen, ma nel medio periodo si definisce una formazione di classe non tradizionale e razzialmente mista. Speriamo nei tempi brevi, ma guardiamo anche al di là di una scadenza elettorale.
In ogni caso manteniamo la pressione con le lotte e fermiamo la deriva UE a sfruttare l’indebolimento di Trump per rilanciare i guaiti di guerra sulla frontiera europea orientale. Meloni si gioca la sopravvivenza smarcandosi da Trump e tenendo un profilo basso rispetto al riarmismo europeo. La crisi del trumpismo ci ricorda che adesso tocca a noi!
Immagine di copertina da Wikimedia
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