MONDO

Chi verrà travolto dalla blue wave?

Le elezioni di midterm potrebbero portare a un successo dei democratici. Ma una sconfitta repubblicana non cancellerebbe la profonda crisi sociale e politica innescata dal secondo mandato di Trump. Il rischio, anzi, è che il risultato elettorale finisca per normalizzare il collasso sempre più irreversibile della democrazia americana

Ci sono due modi di guardare alle elezioni di midterm di martedì prossimo. Il primo è quello di chi pensa di essere alla vigilia di una grande blue wave, un’ondata democratica capace non soltanto di riconquistare il Congresso, ma anche di ribaltare gli equilibri del Senato, dove i/le candidatə democratici sembrano essere diventati competitivə anche in stati che soltanto due anni fa sarebbero stati considerati fuori dalla loro portata, come il Mississippi e il South Carolina, oltre al Texas e all’Ohio. Dietro queste aspettative ottimistiche si nasconde però, forse inconsciamente, una convinzione più profonda: che le istituzioni della democrazia americana si siano dimostrate, alla fine, più forti anche di Donald Trump e della sua strategia caotica ed eversiva degli ultimi due anni. Che, nonostante tutto, il sistema politico americano abbia saputo sviluppare gli anticorpi necessari per resistere all’assalto trumpiano. Il risultato sarebbe quello di una presidenza ormai azzoppata, con Trump ridotto ad anatra zoppa, lame duck, costretto a governare con entrambi i rami del parlamento a maggioranza democratica.

Ma è proprio questa interpretazione a rischiare di alimentare quello che è stato l’obiettivo di questi primi due anni del secondo mandato Trump: la normalizzazione del trumpismo. Come se una sconfitta elettorale potesse retrospettivamente dimostrare che, in fondo, le istituzioni hanno tenuto, che la democrazia americana ha superato anche questa prova e che tutto può tornare a funzionare secondo le regole tradizionali dell’alternanza.

Una lettura – che negli ultimi tempi è stata portata avanti dal “New York Times”, il “New Yorker”, il Brennan Center for Justice o da noi da Francesco Costa e il “Post” – che rischia però di sottovalutare proprio ciò che ha reso eccezionali gli ultimi due anni: il fatto cioè che forse Trump abbia già compromesso, forse irreversibilmente, gli equilibri istituzionali e i rapporti di potere su cui si è retta per decenni la democrazia americana.

C’è però un secondo modo di guardare a queste elezioni. È quello di chi ritiene che Trump non si lascerà affatto intimidire da un’eventuale sconfitta, qualunque ne sia la portata. Del resto, tutta la sua carriera politica è stata costruita sulla strategia del double down: non arretrare mai, non chiedere mai scusa, non riconoscere mai un errore, ma alzare continuamente la posta in gioco, a maggior ragione quando si viene messi sotto pressione. Non c’è ragione di pensare che un Trump messo all’angolo da un risultato elettorale sfavorevole si comporti come un normale sconfitto alle elezioni.

D’altra parte, già nel 2020 Trump aveva cercato di delegittimare preventivamente il voto, attaccando soprattutto le schede per corrispondenza e denunciando dei presunti brogli elettorali avvenuti in Pennsylvania per i quali non è mai stata trovata alcuna prova credibile. La contestazione dei risultati, culminata nell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, ha mostrato fino a che punto è disposto a spingersi pur di non riconoscere una sconfitta.

Il problema, tuttavia, non è soltanto quello di prevedere come Trump reagirà a un’eventuale sconfitta. È che, nel corso di questi due anni, la sua amministrazione ha già reso la democrazia americana irriconoscibile, alterando in modo probabilmente irreversibile i rapporti tra potere esecutivo, apparato giudiziario e istituzioni federali. E questa trasformazione non verrà necessariamente cancellata dal risultato delle midterm.

I segnali di questa trasformazione sono del resto sotto gli occhi di tutti e tutte. Da mesi, i repubblicani hanno avviato un’offensiva sul terreno delle regole elettorali, a cominciare dal gerrymandering, il ridisegno dei collegi per favorire il proprio partito (che di solito avviene a ogni censimento ogni dieci anni, ma che questa volta è stato anticipato di 5 anni nel 2025). Un’operazione promossa direttamente da Trump, a partire dal Texas e altri red state, che ha spesso comportato la frammentazione delle comunità elettorali a maggioranza afroamericana e ispanica, mettendo ulteriormente sotto pressione le tutele conquistate con il Voting Rights Act del 1965. A questo si aggiunge il tentativo, poi bloccato al Senato, di approvare il SAVE Act, che avrebbe introdotto nuovi obblighi per dimostrare la cittadinanza al momento della registrazione elettorale, con il rischio di ostacolare l’accesso al voto soprattutto per le fasce sociali più marginali e le minoranze. E poi le minacce di una presenza degli agenti dell’ICE nei pressi dei seggi, ventilate da Steve Bannon già da tempo, che potrebbero produrre un effetto intimidatorio in particolare sulle comunità migranti.

A tutto questo si aggiunge la possibilità di una contestazione giudiziaria dei risultati. Un’anticipazione arriva dall’Alaska, dove l’amministrazione Trump ha chiesto alla magistratura di impedire la certificazione di un’eventuale vittoria democratica, sostenendo che la presenza sulla scheda di un candidato quasi omonimo del senatore repubblicano uscente Dan Sullivan potrebbe falsare il risultato.

Ma la trasformazione non riguarda soltanto le procedure elettorali. Ci sono i conflitti d’interesse e le operazioni finanziarie legate alle criptovalute, attraverso cui gli interessi economici personali e familiari di Trump si sono intrecciati in modo sempre più evidente con l’esercizio del potere presidenziale. La commistione sempre più spregiudicata tra interessi pubblici e privati che contraddistingue questa amministrazione ha ormai disseminato la politica estera americana di conflitti d’interesse, al punto che diventa difficile distinguere se l’amministrazione Trump stia perseguendo gli interessi degli Stati Uniti o quelli di una ristretta cerchia di imprenditori e finanzieri legati al Presidente. Una deriva che, nella progressiva trasformazione della diplomazia in un’estensione degli affari privati del Presidente, sembra avvicinare sempre più la crisi della democrazia americana al modello oligarchico della Russia di Putin.

E poi c’è il ruolo assunto dall’ICE, impiegata in operazioni di controllo e repressione delle comunità migranti che hanno assunto una dimensione sempre più terroristica, fino a configurarsi come una sorta di forza militare parallela (sostanzialmente paramilitare) fuori da ogni controllo e al servizio dell’esecutivo. Sono tutti elementi che hanno modificato profondamente gli equilibri istituzionali e politici del paese, ben al di là delle singole decisioni dell’amministrazione. D’altra parte, il solo fatto che alla vigilia delle elezioni si discuta seriamente della possibilità che il Presidente possa contestarne i risultati, aprendo una battaglia giudiziaria sulla regolarità del voto, dice già molto sulla condizione della democrazia americana. Gli Stati Uniti del 2026 sono un paese in cui milioni di cittadinə si preparano ad andare alle urne senza poter dare per scontato che il loro stesso governo ne accetterà il risultato. 

Tutto questo non significa, naturalmente, che le elezioni di martedì siano prive di importanza. Al contrario, saranno un banco di prova decisivo per capire quali direzioni potrebbe prendere la politica americana nei prossimi anni. Non soltanto per la possibilità che i democratici riconquistino la Camera ed eventualmente anche il Senato, ma soprattutto per il confronto tra le diverse strategie che attraversano i dem.

US Senate candidate for Michigan Abdul El-Sayed meets voters at Michigan Technological University. October 22, 2025. Foto di Conlan Houston

Ci sarà da vedere, per esempio, quale risultato otterranno i/le candidatə dell’ala sinistra del partito, come Abdul El-Sayed in Michigan, o se James Talarico riuscirà davvero a modificare gli equilibri politici del Texas. E poi le competizioni per il Senato in Maine, Alaska, Ohio, Georgia e persino South Carolina, dove i democratici cercheranno inaspettatamente di allargare la propria geografia elettorale. Ma sarà interessante soprattutto confrontare le prestazioni dei candidatə più moderatə, come quelli del North Carolina e dell’Ohio, con quelle dei candidati che puntano su una mobilitazione più di movimento, come in Michigan e in Florida. Anche una sconfitta con un margine ridotto di una candidata come Angie Nixon in Florida potrebbe diventare politicamente significativa, perché suggerirebbe il possibile successo di una strategia alternativa a quella tradizionale della conquista dell’elettorato centrista: non inseguire i repubblicani moderati, ma mobilitare quella parte della popolazione che da anni ha smesso di votare (che poi è quello che è riuscito a fare Trump sia nel 2016 che nel 2024).

Le midterm avranno dunque inevitabilmente due orizzonti. Il primo è quello di martedì sera: il risultato delle urne, i nuovi rapporti di forza al Congresso e al Senato, le prospettive politiche future dei democratici. Il secondo comincerà mercoledì mattina, quando bisognerà capire che cosa farà Trump di fronte a un’eventuale sconfitta.

Perché, se in passato presidenti come George W. Bush o Barack Obama, dopo aver perso le elezioni di metà mandato, avevano cercato, pur tra molte difficoltà, forme di compromesso e collaborazione con l’opposizione, è difficile immaginare che Trump possa seguire la stessa strada. Anche se privato del controllo della Camera e del Senato, potrebbe scegliere di rilanciare il conflitto, intensificando tanto la guerra politica interna quanto quella sul piano internazionale. Il vero interrogativo, allora, non è soltanto quanto potere perderà Trump martedì, ma come deciderà di esercitare quello che gli rimarrà. E su quello c’è davvero poco da essere speranzosi. 

Foto in copertina di Miriam Aly per Dinamopress, Richmond (Virginia, USA), novembre 2024

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