approfondimenti

EDITORIALE

La vetrina del Campo largo

Ogni volta che in questo paese il livello del conflitto sociale si eleva al di sopra di sit-in, presidi e cortei cosiddetti pacifici attentando alla sicurezza di vetrine o di incassi giornalieri delle grandi catene commerciali o del lusso sfrontato esibito nei centri storici a uso e consumo di ricchi e turisti, il teatrino della politica e le “grandi” firme della stampa ci ripropongono sempre il solito spettacolo stantio e miserabile, che ben spiega le origini di quanto accade in questi giorni.

Il Governo specula sul terreno della sicurezza, pratica che ha contraddistinto questo esecutivo sin dal primo giorno di questa legislatura: dall’approvazione del cosiddetto “decreto Rave”, con il quale ha battezzato la sua crociata contro le nuove generazioni, al decreto Caivano che ha aperto le porte dei carceri minorili a centinaia di under-18, ai due decreti sicurezza, con il conseguente inasprimento delle pene e l’introduzione del fermo preventivo e dello scudo penale per agenti di pubblica sicurezza, fino ad arrivare al cosiddetto decreto anti-maranza, con misure sul porto di armi bianche, sulla libertà di circolazione negli spazi pubblici e sull’immigrazione.

Una costruzione graduale del nemico (binomio giovani-migranti) seguita da punizioni esemplari minacciate a suon di articoli del codice penale. Bulimia legislativa, via decreto legge naturalmente, che non affronta minimamente la questione, ma che, finora, ha pagato elettoralmente, mostrando il pugno duro contro i teppisti della fantomatica alleanza propal-maranza.

Non è andata diversamente questa volta, con i partiti di maggioranza occupati a rincorrersi nella gara a chi è più liberticida, dalle millantate cauzioni per i cortei (solo nella testa di Salvini, per ora) alle misure approvate ieri nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza che contempla l’estensione dei fermi preventivi ai minorenni, nuovi Daspo urbani, inasprimenti di pena e introduzione di nuovi reati. L’esibizione muscolare legislativa va a braccetto con le passerelle accanto ai letti di ospedale dove sono ricoverati gli eroi della nazione, chi non ha paura di compiere il proprio dovere per difendere la proprietà privata dai barbari. E via alle grandi strette di mano e ai selfie con le forze dell’ordine da parte di Meloni, ministri, sottosegretari. Law and Order, né più, né meno.

E per finire, l’ultimo atto dello spettacolo prevede la richiesta alle opposizioni di «condannare le violenze, senza se e senza ma».

Ed è qui che puntualmente succede qualcosa di non più sorprendente ma di inspiegabile sì: quasi l’intero cosiddetto campo largo ubbidisce. Si fa chiudere nell’angolo e nell’angolo ci resta, incapace di rispondere alla retorica sui maranza e sulla divisione in buoni e cattivi che legittima la svolta autoritaria imposta da questo Governo. Qualche volta, soprattutto in questa occasione, qualche coraggioso/a osa tentare di suggerire che questa violenza ha radici sociali, ma solo in ottica anche questa elettorale per attaccare Meloni. La domanda è semplice: perché?

Perché il campo largo non sposta il fuoco su quanto veramente di grave è successo sabato e domenica (ma anche venerdì) ovvero le violenze delle forze dell’ordine su, principalmente, giovani minorenni?

È uno stato di diritto quello in cui i cortei, autorizzati fra l’altro, vengono spezzati e caricati selvaggiamente dai celerini? È accettabile che gli agenti si accaniscano con manganelli, pugni e calci su persone già immobilizzate? E i caroselli con i blindati in piazza Duomo che riportano alla memoria il G8 di Genova? Il fatto che nessun/a esponente del campo progressista (tranne Ilaria Salis) abbia compreso la gravità della situazione e abbia sentito la necessità di prendere parola sulle violenze della polizia è un fatto emblematico dell’inadeguatezza nel saper leggere la situazione sociale e la transizione di fase alla quale stiamo assistendo.

Addirittura, invece, il sindaco di Milano ha chiesto più Polizia, rimanendo quindi, immaginiamo, soddisfatto dall’invio del Governo di 500 militari nelle strade del capoluogo meneghino (anche se non con funzioni di polizia giudiziaria, come nella prima bozza del decreto), e oggi parteciperà a un presidio (indetto dalla CGIL … ) letteralmente in difesa delle vetrine dei grandi marchi e in solidarietà con le forze dell’ordine. Nessuna analisi, minimamente autocritica, da parte di Sala, così come di altri sindaci “progressisti”, riguardo alla trasformazione violenta imposta alla città ormai in mano ai fondi immobiliari e preda della turistificazione. Una città inaccessibile a chi, con contratti sempre più poveri e precari, tiene in piedi l’economia metropolitana. Un classico esempio insomma di estrattivismo urbano che espelle il proprio corpo sociale non sufficientemente abbiente: una città vetrina ora finita, letteralmente, in frantumi. Non è infatti un caso che il conflitto sia esploso a Milano e Bologna, due città che hanno subito una rapida gentrificazione negli ultimi anni. Città, entrambe, in mano a giunte di centro sinistra, così come Torino, altra città protagonista in questi giorni, che non mostrano nessuna intenzione di invertire la rotta. Possibile che non vi sia alcuna assunzione di responsabilità?

In questa situazione, chiedere più poliziotti per tenere sotto controllo il territorio e partecipare a manifestazioni di fatto contro i marginalizzati, contro gli espulsi, è surreale, è andarsi a infilare in un tunnel senza uscita.

La ragione di questo riflesso pavloviano del campo largo è uno degli aspetti più problematici della questione: il terrore è la perdita del famoso voto al centro alle prossime elezioni, a colpi di editoriali borghesi perbenisti probabilmente già pronti nelle redazioni di “Repubblica” e “Corriere”. Ed è questo, alla fine, l’errore madornale che almeno in parte ci riguarda: così, le elezioni le opposizioni le perdono.

Anni fa al piano elettorale, giusto o sbagliato che fosse, non avremmo forse dedicato tanta attenzione. Tuttavia, il paradigma ora è profondamente cambiato, il fascismo non è più solo alle porte, ma è già in casa, e parte dell’argine riguarda anche la prossima contesa elettorale.

Ampliando lo sguardo in Europa fra Francia, Berlino e Spagna e, soprattutto, negli Stati Uniti, dovrebbe essere lampante che le lotte sull’affordability (diritto alla casa, servizi sociali pubblici di qualità, costo della vita e autodeterminazione della propria esistenza contro un ascensore sociale neanche bloccato, ma in discesa) non solo sono giuste, ma anche elettoralmente vincenti.

Si tratta, in fondo, di scegliere da che parte stare senza ambiguità: i fondi immobiliari o le persone a basso reddito? La gentrificazione violenta o l’esproprio degli immobili dei grandi fondi, misura con cui la Linke ha vinto le elezioni a Berlino? Centri storici adibiti a parchi a tema per turisti o tetto degli affitti e limiti agli affitti brevi? La giunta Sala, con il modello Expo2015 esteso a tutta la città ha dato una risposta chiara sostituendo 400.000 abitanti in base alla classe, fuori il ceto medio-basso, dentro i ricchi; Gualtieri, col modello Giubileo e la sua “rigenerazione urbana”, ha dato le chiavi di importanti parti della città ai fondi immobiliari.

Queste posizioni scollegate dalla realtà, dalle esistenze indegne che una fetta sempre maggiore della società è costretta a vivere, in questi anni sono state parti integranti del tappo che oggi sembra saltato. E se non serve a far capire che è imprescindibile un cambio di approccio e di proposta politica, Meloni va dritta verso la riconferma.

La famosa mobilitazione elettorale del referendum non si produrrà alle prossime elezioni (figuriamoci convincere ulteriori indecisei/e) se le opposizioni continueranno a essere timide e a difendere più le vetrine che i corpi di chi scende in piazza a riprendersi quanto il neo-liberismo, anche in salsa social-democratica, ha loro sottratto.

Di fronte a questo tetro scenario è necessario da una parte alimentare i processi sociali contro l’impoverimento e contro il riarmo e la guerra che il Governo sta implementando, evitando che vada in porto l’isolamento e la repressione delle soggettività scese in piazza negli scorsi giorni che il Governo sta perseguendo. Dall’altra è irrinunciabile, in questa fase storica, incalzare il cosiddetto campo largo sulle tematiche sociali (diritto all’abitare e alla città in primis) e sulla strategia di confronto con il dissenso, tenendo bene a mente che la militarizzazione dello spazio pubblico è stato un processo cui il centro sinistra degli anni ’10 ha contribuito in modo fondamentale. Provando a vincolare il programma elettorale dal basso animando piazze le più ricompositive possibili e, alla fin dei conti, facendo un favore a chi altrimenti è destinato a una sconfitta certa.

La copertina è tratta da WikiCommons

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