approfondimenti
MONDO
«Il mio corpo può vivere». La rivoluzione di Flávia Cândido, dalle favelas a Roma
Dalle strade della Maré, a Rio de Janeiro, fino a Roma, la storia di Flávia Cândido attraversa le lotte delle donne nere, l’eredità di Marielle Franco e il diritto di immaginare una vita oltre la sopravvivenza. Una conversazione sulla politica, sul potere delle parole e sulla forza delle comunità che ogni giorno costruiscono il cambiamento dal basso
Sul collo ha tatuata una parola italiana: «Urlo». Le lettere sono quelle della sua calligrafia. Avrebbe voluto scrivere «voce», racconta, poi ha scelto qualcosa di più forte, perché per una donna nera, in Brasile, alzare la voce significa spesso essere giudicata aggressiva, isterica e fuori posto. «Quando urliamo ci sono tantissimi pregiudizi», spiega. «Questo tatuaggio è diventato un modo per aprire conversazioni, raccontare storie, costringere chi lo legge a interrogarsi su ciò che una donna può o non può dire».
Flávia da Silva Cândido, 44 anni, ama farsi chiamare Flavinha. Educatrice, ricercatrice e attivista, è nata e vive nella Maré, un insieme di favelas di Rio de Janeiro. Ha lavorato con Marielle Franco, la consigliera comunale femminista assassinata nel marzo del 2018, e oggi continua a dedicarsi all’organizzazione delle comunità, all’educazione antirazzista e alla costruzione di reti solidali..
Prendersi cura, costruire comunità
La incontro a Roma, dove si trova grazie a Shelter City, il programma internazionale di protezione temporanea per chi difende i diritti umani, promosso nella capitale da Un Ponte Per. L’idea è quella di offrire a chi è quotidianamente impegnato nella difesa dei diritti altrui qualcosa che sembra semplice, ma non lo è affatto. Tempo, sicurezza, riposo.
La conversazione comincia proprio dalla parola «cura». In portoghese, osserva Flavinha, il termine richiama soprattutto la guarigione da una malattia, mentre per esprimere l’attenzione e la premura verso un’altra persona si usa «cuidado». Ci soffermiamo sulla differenza, cercando una traduzione che contenga entrambe le cose.
«Non so se sono una persona che davvero cura», dice. «Preferisco pensarmi come qualcuno che mette in movimento le altre persone, che le aiuta a riconoscere la possibilità di prendersi cura di sé».
Flavinha racconta di essersi avvicinata all’attivismo quasi senza accorgersene. «Sono nata in una favela, sono nata nera, sono nata figlia di una madre che si prendeva cura di tante altre persone». È cresciuta vedendo sua madre occuparsi delle persone intorno a sé, in una quotidianità fatta di attenzione reciproca. Solo con il tempo ha riconosciuto in quei gesti, che le erano sempre sembrati naturali, il significato politico del prendersi cura di una comunità.
Per Flavinha, nessuna conquista individuale ha senso se non torna alla comunità. Studiare, arrivare all’università, conseguire un titolo accademico significa acquisire strumenti da restituire. «Non si può dimenticare dove si è nati», insiste. «La conoscenza, se non circola, rischia di diventare un altro privilegio». Da questa idea prendono forma anche le sue esperienze di organizzazione collettiva nella Maré.
Il collettivo Maré de Resistência nasce durante la pandemia, quando molte donne con familiari detenuti non riuscivano più ad avere notizie o a incontrarli. In collaborazione con la Defensoria Pública di Rio de Janeiro, l’istituzione che garantisce assistenza legale gratuita, il gruppo si occupava di rendere possibili le visite in sicurezza. Da quella necessità immediata nasce qualcosa di più duraturo con la creazione di uno spazio in cui le donne possono raccontare le proprie esperienze, conoscere i propri diritti, tornare a studiare e immaginare opportunità diverse. Oggi le attività coinvolgono anche giovani, bambine, bambini e persone LGBTQIA+, attraverso iniziative culturali e percorsi di educazione antirazzista.
Con Maré 0800, un collettivo nato nel 2016 per promuovere la solidarietà e la comunicazione comunitaria, Flavinha contribuisce a organizzare iniziative di distribuzione gratuita di abiti, libri e giocattoli, trasformando questi momenti in occasioni di incontro e confronto sui diritti, sulle disuguaglianze e sulle necessità degli abitanti della Maré. «Mentre si sceglie un libro o un vestito, si comincia a parlare della propria vita, di una difficoltà familiare, della necessità di incontrare uno psicologo o un’assistente sociale».
Così, nella possibilità di costruire relazioni capaci di aprire strade, la cura diventa politica.
Il potere delle parole e il diritto di sognare
C’è un altro luogo in cui Flavinha esercita questa responsabilità. Il linguaggio.
Collabora al Dicionário de Favelas Marielle Franco, un progetto che raccoglie storie, esperienze e conoscenze prodotte nelle favelas. «Non un dizionario tradizionale, ma uno spazio in cui conservare ciò che troppo spesso viene ignorato o cancellato. Nessuna parola è neutra», afferma. È questo anche il nucleo della sua ricerca accademica. «Il significato delle parole cambia a seconda di chi le pronuncia, del contesto e del rapporto di potere che le attraversa. La parola favelada (in portoghese brasiliano, indica una donna che vive in una favela o ne proviene, ndr), un tempo utilizzata per umiliare, può diventare una dichiarazione di appartenenza e di orgoglio. Oggi quando dico che sono una donna favelada, lo dico con tantissimo orgoglio». È il tentativo di sottrarre a uno sguardo esterno il potere di definire intere comunità. «Perché le favelas vengono continuamente descritte attraverso ciò che manca. Eppure sono luoghi in cui si studia, si lavora, si costruiscono relazioni, si produce cultura. Luoghi in cui, soprattutto, si sogna. Le persone vogliono cambiare la propria vita, non necessariamente andarsene dalla favela».
In Brasile, racconta Flavinha, anche il linguaggio riflette le profonde divisioni sociali del Paese. «Da noi si distingue tra favela e asfalto. Chi vive fuori dalla favela diciamo che vive nell’asfalto. Questa distinzione si riflette anche nella sicurezza pubblica, che cambia a seconda di dove abiti». Una separazione che si traduce in un accesso diseguale ai diritti e ai servizi essenziali. «Quando lo Stato interviene nelle favelas con operazioni di polizia invasive, le scuole interrompono le attività, i trasporti si fermano e gli spazi culturali diventano inaccessibili. Viene compromesso persino il diritto di muoversi liberamente».
Flavinha mette in discussione un modello di sicurezza che finisce per penalizzare intere comunità. «Nella favela in cui vivo abitano circa duecentomila persone. Meno dell’uno per cento è coinvolto nella criminalità, eppure lo Stato tratta tutta la popolazione come se lo fosse. Sono le politiche pubbliche a ostacolare la vita delle favelas».
Per questo auspica un cambiamento radicale nell’approccio delle istituzioni e chiarisce: «Significa permettere alle persone più giovani di frequentare la scuola, accedere alla formazione professionale e trovare un lavoro dignitoso. Dare loro la possibilità di costruire un futuro diverso è anche un modo per contrastare la criminalità organizzata».
La sua critica non risparmia la politica progressista. Anzi, è proprio alla sinistra brasiliana che rivolge alcune delle osservazioni più severe.
«Negli ultimi anni una parte della sinistra ha progressivamente smarrito il rapporto con le comunità popolari, concentrandosi sul linguaggio delle istituzioni senza riuscire a parlare alle persone che affrontano quotidianamente povertà e precarietà».
In questo spazio, aggiunge, le chiese neopentecostali hanno costruito una presenza capillare. Offrono ascolto, appartenenza, sostegno e una promessa di cambiamento. «Il loro ruolo», osserva, «non può essere compreso soltanto attraverso le appartenenze religiose: è anche una questione di relazioni sociali, di prossimità e di potere politico.
Non basta promettere ai poveri di sopravvivere. Bisogna parlare anche del diritto di viaggiare, studiare, riposare, essere felici. Di avere desideri che non coincidano soltanto con la fine di un’emergenza».
Questa, forse, è la riflessione più radicale che Flavinha porta con sé in Europa.

Flávia da Silva Cândido e Marielle Franco 
Favela da Maré 
Progetto Shelter City
A pochi giorni dal nostro incontro, il 25 ottobre, il Brasile torna alle urne per il ballottaggio presidenziale tra Lula e Flávio Bolsonaro e, quando arriva la notizia della rielezione di Lula, ricevo un messaggio vocale da Flavinha, che alla gioia per il risultato accompagna una riflessione lucida sulle sfide che attendono la sinistra brasiliana.
«Ora che Lula ha vinto è fondamentale che la sinistra brasiliana, di cui anch’io faccio parte, comprenda la necessità di una grande rivoluzione dal basso».
Il diritto al tempo e il diritto al futuro
Quando le chiedo che cosa significhi trovarsi lontana dal Brasile, Flavinha abbassa per un momento lo sguardo, poi afferma. «È difficile», ammette. «Soprattutto in un momento in cui il mio Paese attraversa un passaggio politico decisivo».
Aggiunge poi qualcosa di più intimo, raccontando il senso di colpa che prova nel concedersi esperienze e opportunità spesso inaccessibili alle persone della comunità in cui è cresciuta. «È come se il mio corpo potesse soltanto sopravvivere e non vivere». Racconta di aver dovuto imparare a concedersi ciò che per altri è normale, come studiare una lingua, viaggiare, fermarsi davanti a un paesaggio, non avere un impegno immediato da portare a termine.
Nei giorni precedenti il nostro incontro, era a Parigi. Osservava la Senna. Il vento le muoveva i capelli e, per un momento, non stava facendo altro. Poi è arrivata una voce interiore che le ricordava tutto ciò che avrebbe dovuto fare: lavorare, scrivere, documentare, produrre qualcosa anche da quell’esperienza.
«Il riposo», dice, «può diventare una lotta contro le aspettative che abbiamo interiorizzato. E il capitalismo, con la sua richiesta continua di produttività, rende quella lotta ancora più difficile». Per una donna abituata a misurare il proprio tempo sulle necessità degli altri, il diritto al riposo assume allora un significato profondamente politico.
Shelter City le sta permettendo anche di dedicarsi alla ricerca universitaria, portando avanti un lavoro che in Brasile, assorbita dalle responsabilità quotidiane, avrebbe avuto più difficoltà a completare.
Nel corso della nostra conversazione torniamo più volte sul rapporto tra ascolto e cura, due parole sulle quali Flavinha continua a riflettere, tanto da voler dedicare un articolo alle sfumature di significato che assumono in italiano e in portoghese. «Fermarsi ad ascoltare qualcuno è già una forma di cura», racconta.
Sul finire della nostra conversazione, le chiedo che cosa continui ad alimentare la sua determinazione, dopo tanti anni di battaglie, e dove trovi la fiducia nella possibilità di cambiare le cose. Flavinha risponde con tre nomi, Celso, Guilherme e Artur, i suoi figli.
Celso è sociologo, Guilherme studia arte, Artur ha diciotto anni. Quando parla del più giovane, Flavinha si commuove, raccontando che suo figlio può vivere un’esperienza diversa da quella che hanno conosciuto le generazioni precedenti della sua famiglia. «È il primo della mia famiglia che può vivere l’adolescenza», racconta. «Può dedicare il suo tempo alla musica, alla vita in famiglia, coltivando interessi e immaginando il proprio futuro senza la pressione di dover entrare precocemente nel mondo del lavoro».
In questa possibilità c’è il senso di una lotta intera. La povertà incide anche sul tempo, sulle possibilità di scelta, sugli anni in cui si dovrebbe poter crescere senza l’urgenza di diventare adulti. Flavinha lo racconta attraverso la vita di Artur perché quando suo figlio può finalmente fermarsi, quella pausa diventa la misura di un cambiamento.
Vorrebbe che altre famiglie della Maré potessero conoscere la stessa libertà e che sempre più donne della sua comunità avessero accesso a esperienze come quella che sta vivendo grazie a Shelter City. «Se sono qui, è possibile. Se sono viva, è possibile».
Le fotografie che ritraggono Flávia da Silva Cândido, Marielle Franco e la Favela da Maré (quest’ultima da Jornal o Cidadão) sono state gentilmente fornite dalla stessa protagonista dell’intervista.
L’immagine di Shelter City è stata fornita da Un Ponte Per
Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580

