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MONDO

Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso

Dalla Siria all’Iran, da İmralı a Şengal, il confederalismo democratico come alternativa alle guerre e all’autoritarismo. A Torino, rappresentanti politici, movimenti delle donne e realtà internazionaliste si confrontano sul futuro del Medio Oriente e sulla possibilità di costruire una società democratica oltre i confini dello Stato-nazione

Può esistere una prospettiva di pace in Medio Oriente che non passi attraverso nuovi equilibri militari, spartizioni territoriali e accordi tra potenze? E può la democrazia nascere dalle comunità, dalle municipalità e dall’autorganizzazione delle donne, anziché essere concessa dall’alto? Sono queste le domande che hanno attraversato la conferenza internazionale «Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente», tenutasi il 17 ottobre a Torino.

Un incontro che ha riunito rappresentanti politici e istituzionali, attiviste, esponenti dei movimenti democratici curdi e realtà della solidarietà internazionale, mettendo in relazione esperienze provenienti dalle quattro parti del Kurdistan. Una geografia politica attraversata da confini, guerre e repressione, ma anche da decenni di sperimentazione di nuove forme di convivenza.

Realizzata con la collaborazione del Consiglio regionale del Piemonte e il patrocinio della Città di Torino, la città piemontese ha ospitato una giornata di studi promossa dall’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e dall’associazione alessandrina “Verso il Kurdistan”.

Una partecipazione istituzionale che ha assunto un significato particolare nel momento in cui il processo di pace avviato in Turchia si confronta con la necessità di trasformare le dichiarazioni politiche in garanzie concrete.

Ayşe Serra Bucak Küçük, co-sindaca della municipalità metropolitana di Amed (Diyarbakır), insiste sul ruolo delle amministrazioni locali nel processo di pace. I negoziati tra i vertici politici, per quanto necessari, non bastano. Senza un coinvolgimento diretto della società e senza un lavoro quotidiano nei territori, il rischio è che gli accordi rimangano soltanto sulla carta. È nelle municipalità, sostiene Küçük, che possono prendere forma nuovi spazi di partecipazione, dialogo e convivenza tra le diverse comunità.

Nel progetto del confederalismo democratico, che attraversa il dibattito politico nelle quattro parti del Kurdistan, le municipalità occupano un ruolo centrale nella costruzione dell’autogoverno. È a livello locale che le diverse comunità culturali, linguistiche e religiose possono organizzare la propria convivenza, partecipare alle decisioni collettive e sviluppare pratiche di democrazia diretta. La prospettiva elaborata da Abdullah Öcalan affida così alle municipalità un ruolo fondamentale nella trasformazione dei rapporti sociali e politici, a partire dall’organizzazione della vita quotidiana.

Da İmralı, un messaggio per una pace che non sia soltanto silenzio delle armi

A dare ulteriore profondità politica alla giornata è stato il messaggio inviato alla conferenza da Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-carcere turca di İmralı. Il leader curdo ha ribadito che la fine della lotta armata, pur rappresentando un passaggio storico, non può coincidere automaticamente con la costruzione della pace.

La cessazione del conflitto deve accompagnarsi al superamento delle condizioni politiche, sociali e culturali che lo hanno generato: il riconoscimento dell’identità curda, la garanzia di un’eguale cittadinanza e la rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica.

Un messaggio che si inserisce nel percorso aperto dal suo appello alla fine della lotta armata e che guarda al confederalismo democratico come una proposta e una soluzione per il Kurdistan, ma anche come a una possibile risposta alla crisi dell’intero Medio Oriente. Di fronte a un sistema regionale caratterizzato dalla militarizzazione, dall’autoritarismo e dalla competizione tra Stati, la proposta è quella di costruire una diversa architettura sociale, fondata sull’autonomia delle comunità, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra i popoli.

Siria, Iran, Iraq. La democrazia contro l’accentramento del potere

È proprio la Siria ad aprire il primo confronto, dedicato al confederalismo democratico come possibile alternativa politica per il Medio Oriente. Sullo sfondo, l’accordo del 29 gennaio tra Damasco e le Forze democratiche siriane, che ha aperto una nuova fase nei rapporti tra le istituzioni centrali e le realtà autonome del Nord-Est.

Ad aprire il confronto sulla Siria è Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est e tra le principali protagoniste del dialogo politico con Damasco. Il suo intervento si concentra sulle prospettive aperte dall’accordo del 29 gennaio e sulla necessità di costruire una Siria democratica e decentralizzata, capace di riconoscere la pluralità etnica, culturale e religiosa del Paese. Per Ahmed, il futuro della Siria passa attraverso il riconoscimento delle autonomie locali e la partecipazione delle diverse comunità alla costruzione di un nuovo assetto politico.

Sul delicato rapporto con Damasco interviene anche Abdulkarim Sabri Omar, rappresentante dell’Amministrazione autonoma nella capitale siriana. Omar richiama l’attenzione sulle tendenze accentratrici del governo guidato da Ahmed al-Sharaa e sui rischi che queste comportano per il processo di dialogo. La concentrazione dei poteri nelle mani della nuova leadership siriana pone interrogativi concreti sul futuro delle istituzioni autonome e sulle possibilità di preservare le esperienze di autogoverno sviluppate nel Nord-Est del Paese durante gli anni della guerra.

Il confronto si sposta poi verso il Rojhelat, il Kurdistan orientale, nei confini dell’Iran. Maryam Fathi, rappresentante in Europa della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR), affronta la condizione delle donne sotto la Repubblica islamica e il ruolo assunto dal movimento «Jin, Jiyan, Azadî» (Donna, Vita, Libertà) nelle mobilitazioni degli ultimi anni.

Ehven Chiaco, esponente del Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), approfondisce la proposta politica della nazione democratica come prospettiva per il futuro dell’Iran. Il riconoscimento della pluralità dei popoli che abitano il Paese, l’autorganizzazione della società e la partecipazione delle comunità alle decisioni politiche costituiscono gli elementi centrali di un progetto che cerca di affrontare le radici dell’autoritarismo e della repressione.

Lo sguardo si sposta a Şengal, nel nord dell’Iraq, territorio della comunità ezida colpita dal genocidio perpetrato dall’ISIS nell’agosto del 2014. Sabreen Khudhur Elias, rappresentante del movimento delle donne di Şengal, racconta il percorso di ricostruzione sociale e politica seguito al massacro e alla riduzione in schiavitù di migliaia di donne ezide. L’esperienza dell’autodifesa e dell’organizzazione autonoma delle donne ha assunto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della comunità, trasformando la sopravvivenza al genocidio in un percorso di partecipazione politica e di riappropriazione del proprio futuro.

Ali Hussein Khaleel Awsu, attivista ecologista di Şengal, affronta le conseguenze ambientali e sociali lasciate dall’occupazione dell’ISIS e le difficoltà che accompagnano ancora oggi la ricostruzione del territorio. La devastazione provocata dalla guerra, lo sfollamento della popolazione e le tensioni legate al rapporto con le istituzioni irachene continuano a incidere sulla vita della comunità ezida. Nei suoi racconti trovano spazio anche le responsabilità della comunità internazionale durante il genocidio e le sfide che Şengal affronta nel tentativo di costruire un futuro fondato sull’autonomia e sulla sicurezza della propria popolazione.

İmralı e il processo di pace: il diritto alla speranza

Il secondo momento della conferenza si concentra sulla Turchia e sulle possibilità aperte dal processo di pace. Un percorso che non può prescindere dalla condizione di Abdullah Öcalan e dal ruolo che può svolgere nella ricerca di una soluzione politica alla questione curda.

La questione delle condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan viene affrontata da Mahmut Şakar, suo avvocato e co-presidente di MAF-DAD, associazione impegnata nella tutela dei diritti e della democrazia. Şakar ricostruisce il sistema di isolamento imposto al leader curdo nell’isola-carcere di İmralı, dove è detenuto dal febbraio 1999. Per dieci anni Öcalan è stato l’unico prigioniero dell’isola, trasformata dalle autorità turche in una struttura di massima sicurezza sottoposta a un imponente controllo militare. Le condizioni della sua detenzione e le restrizioni ai contatti con i legali e i familiari rappresentano uno dei nodi centrali del processo di pace, anche alla luce del ruolo politico assunto da Öcalan nell’apertura del dialogo con Ankara.

Şakar richiama le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Öcalan. Nel 2005 la Corte riconobbe la violazione del diritto a un processo equo, mentre nel 2014 stabilì che la condanna all’ergastolo aggravato, priva di una prospettiva di liberazione, violava l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È il principio del diritto alla speranza, che impone agli Stati di prevedere una possibilità effettiva di riesame delle pene perpetue. La sua applicazione al caso Öcalan resta al centro delle rivendicazioni del movimento curdo e delle iniziative legali promosse dai suoi difensori.

La vicenda richiama anche una responsabilità italiana. Il 1° ottobre 1999 il Tribunale civile di Roma riconobbe a Öcalan il diritto all’asilo politico ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione. La sentenza arrivò oltre sette mesi dopo la sua cattura in Kenya e il trasferimento forzato in Turchia, quando il leader curdo si trovava già detenuto a İmralı.

Sul piano politico interviene Berdan Öztürk, deputato del Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza dei Popoli (DEM) alla Grande Assemblea nazionale turca. Il suo contributo riguarda il ruolo del partito nel processo di pace e nella costruzione di una società democratica, attraverso il confronto con le istituzioni turche e l’organizzazione politica delle comunità. La prospettiva della modernità democratica elaborata da Öcalan si confronta così con le condizioni concrete della Turchia, con le limitazioni alla partecipazione politica e con la necessità di tradurre il dialogo in trasformazioni legislative e istituzionali.

Il ruolo dell’Europa viene approfondito da Eyyup Doru, rappresentante del DEM presso le istituzioni europee. Al centro del suo intervento ci sono le responsabilità dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, a partire dall’attuazione delle sentenze della Corte di Strasburgo e dal riconoscimento del diritto alla speranza. La posizione di Doru richiama la necessità di una pressione diplomatica capace di accompagnare il processo di pace e favorire le condizioni per una soluzione politica della questione curda. La libertà di Öcalan, il rispetto dei diritti democratici e il riconoscimento della rappresentanza politica curda restano questioni decisive nel confronto tra il movimento curdo e lo Stato turco.

Tessere un nuovo internazionalismo, oltre i confini del Kurdistan

L’ultimo panel della conferenza, dedicato alla solidarietà internazionale e alla rivoluzione delle donne, affronta la possibilità di sviluppare il confederalismo democratico oltre i confini del Kurdistan, mettendo in relazione le esperienze del movimento curdo con le lotte sociali, ecologiste e femministe in altre parti del mondo.

Jacopo Bindi e Ali Çiçek, entrambi dell’Accademia della Modernità Democratica (ADM), approfondiscono la prospettiva di un nuovo internazionalismo comunalista a partire dal paradigma politico elaborato da Abdullah Öcalan. La critica alla modernità capitalista, al sistema dello Stato-nazione e ai rapporti di dominio che attraversano la società contemporanea si accompagna alla ricerca di forme di organizzazione collettiva fondate sull’autonomia, sull’ecologia sociale e sulla liberazione delle donne. Nel loro contributo emerge la necessità di sviluppare questa prospettiva attraverso il confronto con i movimenti che, in diversi contesti geografici, cercano di costruire alternative al modello politico ed economico dominante.

Nazan Üstündağ, sociologa e componente della rete Women Weaving the Future, porta la riflessione sul terreno delle relazioni tra i movimenti femministi. Al centro del suo intervento c’è l’esperienza della rivoluzione delle donne curde e il rapporto costruito negli anni con altre realtà di lotta, attraverso scambi, incontri e pratiche di solidarietà.

Da questa esperienza prende forma la proposta di un confederalismo mondiale delle donne, fondato sulla costruzione di relazioni stabili tra organizzazioni femministe, sulla condivisione delle conoscenze e sullo sviluppo di pratiche comuni di resistenza. L’internazionalismo assume così una dimensione organizzativa concreta, attraverso la capacità dei movimenti di apprendere gli uni dagli altri e di costruire insieme nuove prospettive di emancipazione.

Lorenzo Orsetti e il significato di una scelta

A chiudere la conferenza è Alessandro Orsetti, padre di Lorenzo, conosciuto in Rojava con il nome di battaglia Tekoşer Piling, internazionalista fiorentino ucciso dall’ISIS il 18 marzo 2019 durante la battaglia di Baghuz, mentre combatteva nelle Unità di protezione popolare (YPG).

Alessandro ripercorre la scelta del figlio di partire per la Siria, il suo avvicinamento agli ideali della rivoluzione del Rojava e soprattutto il rapporto con le persone incontrate durante la sua esperienza. Nel suo racconto emerge il legame profondo che Lorenzo aveva sviluppato con quella società, con le donne e gli uomini impegnati nella costruzione dell’autonomia democratica e con il progetto politico che aveva scelto di condividere e difendere. Una scelta maturata attraverso la conoscenza diretta di una realtà nella quale riconosceva valori e aspirazioni che sentiva propri.

La testimonianza di Alessandro restituisce alla solidarietà internazionale una dimensione profondamente umana, fatta di relazioni, responsabilità e scelte personali. Lorenzo aveva trovato in Rojava un’esperienza rivoluzionaria alla quale dedicare il proprio impegno, riconoscendo nella lotta del popolo curdo una prospettiva di emancipazione che riguardava anche il suo futuro e quello della società da cui proveniva.

Il suo ricordo chiude la giornata di Torino, un confronto che ci lascia aperta soprattutto la questione delle condizioni concrete attraverso cui costruire la pace. Il futuro del processo avviato in Turchia, il riconoscimento dell’autonomia democratica in Siria e la possibilità di rafforzare le relazioni tra i movimenti internazionalisti dipenderanno dalle scelte politiche dei prossimi mesi e dalla capacità delle comunità coinvolte di incidere su queste trasformazioni. È su questo terreno che il confederalismo democratico continua a confrontarsi con le contraddizioni del Medio Oriente e con le aspirazioni di chi, dentro e fuori dal Kurdistan, lavora alla costruzione di una società democratica.

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