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Contro il fascismo, ogni giorno. Gli strumenti di Cronache Ribelli

Che cosa significa fare editoria militante oggi? E quale ruolo possono avere i libri e gli strumenti di uso quotidiano nella costruzione di una coscienza critica? Nell’intervista a Cronache Ribelli, una riflessione sul valore politico della divulgazione

Un libro per comprendere il fascismo attraverso il pensiero di Antonio Gramsci, un’agenda e un calendario per raccontare le vite di chi, in epoche e luoghi diversi, ha scelto di combatterlo. Tre pubblicazioni, un unico progetto politico ed editoriale, quello di Cronache Ribelli, realtà editoriale indipendente impegnata nella divulgazione storica e politica attraverso libri, progetti culturali e strumenti di comunicazione accessibili a un pubblico ampio. Abbiamo intervistato il collettivo per approfondire il progetto che unisce la nuova edizione di Anatomia del fascismo all’agenda e al calendario antifascista 2027, e per riflettere sul rapporto tra memoria e presente, tra conoscenza e azione, e sul significato di fare divulgazione antifascista oggi.

Libro, agenda e calendario: tre prodotti editoriali diversi, ma parte di un unico progetto culturale e politico. Qual è il filo conduttore politico ed editoriale che unisce queste pubblicazioni?


La nostra è, da sempre, una realtà convinta della necessità di usare diversi mezzi per divulgare determinati eventi, idee, punti di vista sul passato e sul presente. Parliamo a un pubblico vasto che ha diversi livelli di approfondimento, diversi interessi, diverse età e, conseguentemente, può sentirsi più vicino ad alcune pubblicazioni piuttosto che ad altre. Avendo questo tipo di consapevolezza, abbiamo sempre cercato di produrre materiali variegati nella convinzione che a nessuno debba essere preclusa la possibilità di affrontare certi temi.
Nel caso specifico agende e calendari di quest’anno raccontano le vicende di donne e uomini che hanno deciso di combattere il fascismo nello spazio tempo in cui vivevano. Sappiamo, dopo anni in cui facciamo questo lavoro, che le Storie – senza s minuscola – sono spesso più capaci di suscitare interesse e sviluppare riflessioni della Storia. L’antifascismo prima di essere un’idea, declinata in tante diverse varianti, è azione concreta e quest’azione vive nelle scelte e nelle pratiche di persone come quelle che abbiamo narrato.
Partendo dalla concretezza di queste Storie il lettore può intraprendere un percorso più profondo sul piano ideologico attraverso gli scritti di Antonio Gramsci, che sono ancora oggi una risorsa fondamentale per analizzare il fascismo.
Crediamo che ci sia bisogno di studiare il fascismo delle origini e del Ventennio sul piano teorico per capire e combattere nel modo migliore i neofascismi e le destre estreme della contemporaneità, ma al tempo stesso abbiamo anche la necessità di fornire esempi concreti di antifascismo che non restino confinati al piano speculativo.
Le due dimensioni si alimentano a vicenda e, insieme, costruiscono il percorso su cui continuare a camminare.

Perché avete ritenuto importante riproporre oggi Anatomia del fascismo di Gramsci e quali strumenti pensate possa offrirci per leggere le nuove destre e il presente?

Pensiamo che non sia sufficiente definire gli scritti di Gramsci “attuali”, sono di fatto profetici nella loro capacità di prevedere tutto ciò che l’estrema destra può produrre a livello ideologico.

Il neofascismo, infatti, in tutte le sue infinite declinazioni resta di fatto ancorato ad una necessità intrinseca. Da un lato, di mostrarsi alle masse come forza di trasformazione della realtà, e dall’altro di essere intrinsecamente reazionario nel momento in cui si rapporta con le oligarchie che controllano la società. Il concetto di “rivoluzione passiva” introdotto da Gramsci spiega perfettamente questa – finta – ambivalenza. Modificare in modo profondo e attribuire valore eccezionale ad aspetti superficiali dell’ordine sociale, per far sì che i rapporti di produzione restino inalterati e le dinamiche di oppressione e sfruttamento crescano dentro una rigida gabbia di controllo.
La reazione – e questo la Storia lo dice chiaramente – fallisce ogni volta in cui cerca di ripristinare banalmente un vecchio ordine ormai logoro; è accaduto con la Restaurazione, ad esempio. Non si può rimettere sul trono una dinastia regnante che è implosa o è stata abbattuta. Non si possono semplicemente rimettere le lancette del tempo all’indietro. Specie nell’epoca dell’irruzione delle masse nella storia. Per questo c’è bisogno di una nuova narrazione, apparentemente innovativa ma profondamente conservatrice nei fini, capace di conquistare, organizzare e mobilitare quelle masse.
Oggi, nell’epoca della confusione ideologica suprema e dello sgretolamento delle organizzazioni di massa, gli scritti di Gramsci ci aiutano a riconoscere i progetti reazionari nascosti dietro le maschere più disparate.

Agenda e calendario scelgono invece un’altra strada, cioè raccontare l’antifascismo attraverso biografie, vicende individuali e personaggi che accompagnano i mesi e i giorni dell’anno. Come scegliete queste figure e che cosa può raccontare una biografia, magari meno conosciuta, che una ricostruzione storica più generale rischia di non restituire?

La scelta parte dalla volontà di raccontare un antifascismo plurale, fatto di esperienze, percorsi e forme di lotta differenti. Abbiamo cercato storie che avessero qualcosa da raccontare non soltanto sulle persone protagoniste, ma anche sul contesto in cui hanno agito: i rapporti di forza, le condizioni materiali, le reti di solidarietà e i conflitti che hanno attraversato la loro epoca. Come detto precedentemente, una biografia consente di avvicinarsi alla Storia da una prospettiva concreta. I grandi processi storici sono fondamentali ma non vogliamo rischiare di lasciare sullo sfondo le persone che li hanno attraversati. Raccontare le loro vite significa mostrare che la storia è fatta da persone comuni che, in condizioni difficili, hanno trovato il modo di organizzarsi e agire. Dare loro spazio è un modo per ribadire che opporsi all’ingiustizia non è una prerogativa di figure mitologiche. È una possibilità che nasce dentro condizioni storiche precise e che può prendere forma attraverso scelte individuali e pratiche collettive.
Nello specifico le donne e gli uomini protagonisti di agende e calendari appartengono a contesti geografici, epoche, culture diverse. Sono uniti da una causa, quella dell’antifascismo, che travalica i confini e che dovrebbe unirci dentro uno schema autenticamente internazionalista. 

Avete scelto di portare questi contenuti dentro oggetti d’uso quotidiano. È una scelta interessante. Significa far incontrare la storia anche mentre si organizza la propria giornata. C’è anche l’idea di sottrarre l’antifascismo alla sola commemorazione e trasformarlo in una presenza quotidiana, in una cultura e in una pratica?

Sì, è esattamente questo il senso della scelta. Agende e calendari sono oggetti che utilizziamo quasi senza pensarci: li teniamo sulle scrivanie, nelle borse, accanto al telefono o appesi alle pareti di casa. Servono a organizzare gli impegni, ricordare le scadenze e pianificare il lavoro. Proprio perché entrano nella nostra vita ordinaria e ci accompagnano per settimane, mesi e anni, pensiamo che vadano contaminati con storie, ideali e azioni che non pensiamo debbano avere confini. Inserire in questi strumenti le vicende di persone che hanno lottato per determinate cause significa introdurre quel pezzo di umanità proprio negli spazi in cui programmiamo la nostra giornata. Significa non perdere di vista, nella quotidianità fatta di lavoro, riunioni, impegni e responsabilità di cura, che ci sono battaglie urgenti da portare avanti. Tra queste, l’antifascismo. Un antifascismo che, per noi, non può esaurirsi nella commemorazione di alcune date, essere piegato a logiche elettoralistiche o rimanere confinato nei rituali della memoria istituzionale.

Abbiamo sempre detto che l’antifascismo deve essere cultura viva e azione continua. La memoria è indispensabile, ma acquista pienamente senso quando riesce a parlare al presente: quando ci aiuta a riconoscere e combattere le forme attraverso cui si riproducono l’autoritarismo, il razzismo, la discriminazione e la repressione del dissenso; quando ci ricorda il valore della libertà, della solidarietà e dell’uguaglianza; quando ci invita a non considerare inevitabili le ingiustizie che attraversano la società.

Se Anatomia del fascismo ci offre gli strumenti per capire come il fascismo possa costruire consenso ed egemonia, mentre agenda e calendario riportano alla luce le esperienze di chi a quella cultura e a quel potere si è opposto, qual è allora il passaggio dalla conoscenza all’azione? In altre parole, che cosa significa per voi fare divulgazione antifascista oggi, e che cosa vorreste producesse concretamente in chi legge queste pubblicazioni?


Pensiamo che conoscenza e azione debbano alimentarsi reciprocamente, all’interno di un processo capace di incidere sulla realtà. Per noi fare editoria e divulgazione, ma soprattutto organizzare collettivamente il nostro lavoro, significa contribuire, nel nostro piccolo, a questo processo. Abbiamo sempre creduto che gli strumenti della contemporaneità, se utilizzati in modo consapevole e dentro una prospettiva conflittuale, possano essere impiegati per diffondere una lettura della storia e del presente alternativa a quella dominante. Ma le idee non basta divulgarle: bisogna anche metterle in pratica, nelle relazioni, nelle scelte quotidiane e nelle forme in cui organizziamo il lavoro e la vita collettiva.

Ovviamente non pensiamo che un libro, e tanto meno un’agenda o un calendario possano, da soli, produrre un cambiamento politico. Possono però essere un piccolo ingranaggio di un grande orologio collettivo in cui si incastrano con altre parti che agiscono in sincronia tra loro.

Ci piacerebbe che chi legge queste pubblicazioni non si fermasse alla conoscenza di una vicenda o all’acquisizione di uno strumento teorico, ma vi trovasse uno stimolo per partecipare: come vuole, quando vuole e nei percorsi che sceglie.
Non abbiamo alcuna velleità nell’indicare strade, non è il nostro compito.
Ci auguriamo di contribuire soltanto a sottrarre la storia dalla dimensione del racconto passivo e anestetizzante, mostrando che i rapporti di potere non sono immutabili e che le conquiste sociali sono il risultato di conflitti e organizzazione collettiva.

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