ITALIA

Cosa fare in caso d’incendio? Youssef Siher e la stretta repressiva

Quasi tremila identificati a Milano, molti minorenni e il fermo preventivo ora esteso anche ai minori. Il caso Siher, scarcerato dalla gip, e nove provvedimenti sulla sicurezza in quattro anni. Una lettura di cosa resta del diritto di manifestare

Andare a vedere quello che succede in piazza non serve tanto a spiegare o spiegarsi la natura dei movimenti che la popolano: chi avverte questa esigenza dovrebbe rivolgersi prima di tutto a un poeta, gli unici in grado di leggere davvero il presente.

Andare a vedere quello che succede in piazza serve soprattutto a capire come stanno messi i confini di quella che per motivi a volte sfuggenti ancora chiamiamo democrazia. Lo ha ricordato Marco Bascetta poco tempo fa sul manifesto, riprendendo un passaggio centrale dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio.

Quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni – e a cui probabilmente assisteremo ancora per un po’ – di spunti ne offre parecchi.

Qualche flash, tanto per contestualizzare. Sabato 24 ottobre, una settimana dopo lo sbocco di rabbia che ha travolto il centro di Milano, in piazza del Duomo e dintorni sono state identificate quasi tremila persone, moltissime delle quali minorenni. Dal Viminale, per giorni, hanno mandato messaggi di distensione ai collettivi e ai centri sociali (peraltro scarsamente coinvolti in queste manifestazioni), poi però le strade erano piene di poliziotti e carabinieri, digos vestiti da maranza, agenti in borghese vestiti come i cattivi di Ken in guerriero che fermavano ragazzini e li fotografavano contro il muro dopo aver fatto indossare loro un passamontagna. Il motivo? Identificazione. E confronto di queste immagini con quelle scattate durante i famosi riot. Hai visto mai che non escano fuori corrispondenze.

Va da sé che questo trattamento veniva riservato soprattutto a chi non aveva proprio l’aria di essere nato in Italia da genitori italiani a loro volta figli di italiani.

Un ragazzino ha commentato: «A me non mi hanno fermato, forse perché avevo la felpa di Decathlon, gli altri invece l’avevano nera e basta…». O magari è gli è andata bene perché ha i capelli biondi, va’ a sapere.

Cosa fare in caso di incendio? Se hai la pelle non bianca evita di indossare una tuta da ginnastica addosso, perché sei sospetto. E soprattutto portati i documenti dietro, altrimenti finisci in questura. È il fermo preventivo, recentemente esteso anche a chi non ha compiuto 18 anni: per uno “stato di fatto”, ovvero per una semplice impressione, si può essere trattenuti fino a 12 ore dalle forze dell’ordine, che per farlo devono solo avvisare, anche oralmente, il pubblico ministero. Un buffo affare: il governo che lo ha deciso è lo stesso che qualche mese fa proponeva di separare le carriere di magistrati requirenti e magistrati giudicanti, salvo poi attribuire con questa norma ai primi un potere che in teoria spetterebbe solo ai secondi, cioè quello di privare qualcuno della propria libertà personale, sia pure per un periodo di tempo limitato.

Sempre sabato 24 ottobre, all’ora di pranzo, ancora a Milano, la polizia è andata a prendere un trentenne chiamato Youssef Siher. Era lui ad aver creato la pagina di Instagram e il gruppo di Telegram “Movimento 17 ottobre”. Per la procura era il capo dell’insurrezione in arrivo: tra un post e un messaggio, infatti, l’accusa era di star progettando manifestazioni violente. Un «piano eversivo» hanno scritto i pm nella loro richiesta di convalida del fermo. Mercoledì 28 ottobre la gip di Milano Tiziana Landoni, valutate le prove, ha concesso a Siher di uscire di prigione, perché non aveva commesso reati di alcun genere. Certo il fatto di avere origini marocchine, di far parte della comunità musulmana lombarda e di essersi speso contro il genocidio a Gaza ha avuto il suo peso: «L’ayatollah dei maranza» l’ha definito un giornale filogovernativo.

La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha reagito alla scarcerazione di questo trentenne come sempre fa quando in tribunale si assume una decisione a lei sgradita: attaccando la magistratura, complice stavolta dell’insurrezione contro il suo governo.

C’è da capirla: Meloni non può ammettere che le piazze e i cortei siano frutto dell’insoddisfazione per le sue politiche, dunque può solo evocare l’esistenza di una misteriosa regia a muovere i fili della violenza di piazza. Altro buffo dettaglio: per tutta la campagna referendaria sulla giustizia, non troppi mesi fa, ci è stato ripetuto migliaia di volte che giudici e pubblici ministeri non possono stare insieme perché si danno sempre ragione a vicenda. E invece qui abbiamo una gip che ha dato torto su tutta la linea alla procura. Lo stesso era accaduto ad esempio per il corteo di Askatasuna, a gennaio: i pm chiedevano il carcere per i fermati e il gip ha detto di no (lì Meloni aveva fatto anche il capo d’accusa: “tentato omicidio”). Capita spesso, in realtà. Significa che, nonostante tutto, la giurisdizione funziona ancora.

Cosa fare in caso di incendio? Gli avvocati dicono sempre di non poter manco alludere a come si faccia a non essere arrestati quando si commette un reato. Hanno ragione perché è un reato a sua volta. Il problema qui è che si può finire in galera anche senza aver commesso alcun tipo di condotta illecita.

Più facile a dirsi che a farsi, certo. Il governo, in quattro anni di vita, ha varato nove provvedimenti sulla sicurezza: siamo partiti dal reato di festa – il decreto rave – e siamo arrivati al reato di “partecipazione violenta a un corteo”.

Qualsiasi cosa voglia dire, dal momento che non solo esiste l’attenuante della suggestione di una folla in tumulto, ma esiste anche la devastazione e il saccheggio. La cui pena edittale è peraltro molto maggiore rispetto a quella della “partecipazione violenta”. Sarà divertente, si fa per dire, in udienza vedere schiere di avvocati sostenere che la procura ha sbagliato ipotesi di reato per qualcuno che forse (o forse no) ha tirato una pietra durante un corteo.

E sappiamo benissimo da tempo che farlo è un reato. Il punto è quando le pietre sono cento: lì le regole del codice penale valgono sempre, ma siamo in presenza di un atto politico. Che guarda ad altre categorie e secondo altre categorie dovrebbe essere letto.

Cosa fare in caso di incendio? La risposta non è difficile, in realtà. Basta lasciar bruciare.

Immagine di copertina di Cristina Romeo

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