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MONDO
L’Albania si ribella contro il governo e l’ordine neoliberale
Da quattro mesi in Albania si susseguono manifestazioni contro il governo corrotto di Edi Rama. Dopo la rivolta dei “fenicotteri” si è passati a forme generalizzate di scontri di piazza che mettono in discussione il complessivo assetto neoliberale
Ambientato nel 1942, il film del 1961 Debatik di Hysen Hakani, racconta la storia di un gruppo di adolescenti che combattono contro il regime coloniale dell’Italia fascista in Albania. La storia si ispira alla vita dei co-sceneggiatori Selman Vaqari e Gëzim Erebara i quali furono arrestati assieme ad altri compagne e compagni perché facevano parte di un’organizzazione antifascista di ragazzi e ragazze di età compresa tra i 12 e i 16 anni. Le rivolte che hanno travolto le città europee in questi giorni rendono il film quanto mai attuale.
Dal 13 ottobre studenti e studentesse con il sostegno di cittadini e cittadine di ogni fascia d’età sono scesi nelle strade di Tirana e altre località albanesi per chiedere le dimissioni del governo di Edi Rama. Come in altre città europee, le persone si lamentano del carovita e delle pessime condizioni dell’istruzione pubblica. Queste nuove e più veementi proteste, seguono oltre centotrenta giorni di pacifiche manifestazioni nelle strade di Tirana che sono diventate globalmente famose come la “rivoluzione dei fenicotteri” o flamingo revolution. Le proteste hanno generato scontri con le forze dell’ordine che così come durante l’occupazione fascista, picchiano e arrestano cittadine/i che chiedono giustizia sociale per difendere le prerogative dei ricchi.
La protesta dei fenicotteri
Il moviemento di protesta è nato inizialmente per fermare la costruzione di resort di lusso nella zona protetta di Zvërnec e nell’isola di Sazan -l’unica isola dell’Albania – da parte di compagnie legate al genero di Trump Jared Kushner. Sebbene animata da tendenze politiche diverse e contrastanti, “la rivoluzione dei fenicotteri” aveva attratto il sostegno di migliaia di persone da tutto il mondo divenendo un simbolo di lotta contro lo strapotere delle oligarchie globali che stanno distruggendo la vita di tutti gli esseri viventi del pianeta. Per le/gli albanesi le proteste dovevano avere uno scopo pragmatico ovvero la deposizione del governo Rama che è ormai totalmente screditato agli occhi della poplazione per grossi affari corruttivi e per aver ceduto le risorse del Paese a “investitori” locali e internazionali a lui vicini.
Le manifestazioni di questi giorni sono l’espressione di un processo storico risalente alla caduta del comunismo, quando l”Albania fu repentinamente assoggettata nel sistema dell’economia neo-liberale che generó fortissimi squilibri sociali portando il Paese sull’orlo della guerra civile nel 1997.
Il regime neo-liberale riflette il concetto di “Impero” così come viene definito da Negri e Hardt, ovvero un sistema di governo rizomatico che non ha un solo centro di potere e controllo, manifestando invece la propria autorità in modo ubiquo e multiforme. Ciò che non à cambiato rispetto al classico imperialismo è il carattere classita, sessista, razzista e predatorio del potere capitalista.
Similmente ai contesti coloniali descritti da Frantz Fanon, le politiche neo-liberali compartimentano il mondo creando da un lato i ghetti e dall’altro edifici, quartieri o intere zone a esclusivo beneficio dei ricchi e dei benestanti dove il resto della popolazione può accedere solo in qualità di personale di servizio malpagato. In Albania vengono costruite con fondi di dubbia provenienza quartieri con ville e resort protette da mura e appartamenti in costosissimi grattaceli che ben pochi possono permettersi dato che lo stipendio medio si aggiare intorno ai 500-700 euro al mese. La speculazione edilizia è un’attività che beneficia il capitalismo locale e internazionale.
Mentre di norma le aziende albanesi si occupano della costruzione, la progettazione di molti edifici nel centro di Tirana è affidata a studi di architetti italiani come Stefano Boeri oppure ad altre archistar internazionali come Bjarke Ingels, che non si fanno scrupoli a lucrare sulla pelle degli altri. Sebbene tallonate dalla competizione cinese, le ditte italiane approfittano direttamente dell’industria edilizia locale in quanto esportano materiale da costruzione. Il governo albanese ha incentivato la cementificazione e la privatizzazione di zone rurali e urbane tramite una legge speciale adottata nel 2015 atta a favorire presunti “investimenti strategici” dando a compagnie private accesso ai demani statali, aree protette e zone turistiche.
Gli sviluppi della contestazione
L’immagine dell’Albania moderna, sicura e accogliente che il governo di Tirana ha cercato di promuovere negli ultimi anni riflette dunque una politica economica che ha favorito il turismo e l’edilizia a scapito di settori storicamente rilevanti come l’agricoltura. Ora l’industria albanese produce più cemento e mattoni, ma meno prodotti alimentari. É sufficiente entrare in un supermercato per rendersi conto che la maggior parte dei prodotti sono di origine italiana, greca e turca e spesso costano più che in Paesi dell’Europa occidentale dove gli stipendi sono almeno il doppio.
I locali e i ristoranti alla moda nella zona del Bllok di Tirana e in altre aree gentrificate come il Pazari I Ri o intorno all’ex-stadio Qemal Stafa sono sempre più inacessibili non solo per noi albanesi, ma pure per molti turisti e turiste. Dopo essere stato il quartiere della nomenklatura negli anni Novante e Duemila il Bllok divenne un luogo di svago per gli abitanti di Tirana. Ora invece è sempre più uno spazio riservato a stranieri e straniere privilegiate – cosiddetti/e expats – e pochi/e benestanti locali.
A questa situazione si somma un totale disinteresse del governo per le politiche d’istruzione e culturali. Il Teatro Nazionale è stato demolito e i lavori per la ricostruzione sono fermi da tempo.
La Biblioteca Nazionale funziona in condizioni precarie e la città è servita da soli due cinema oltreché da un multisala molto lontana dal centro, dedicata per lo più a film di Hollywood. Tranne qualche evento propagandistico, come un programma di residenze nella villa dell’ex-dittatore, le realtà artistiche indipendenti non sono veramente riconosciute o sostenute.
Così come in tutti i Paesi europei, le guerre imperialiste scatenate da Putin in Ucraina e da Trump in Iran, hanno pompato l’inflazione e peggiorato la vita della maggior parte delle persone.
La pensione media è di circa 160 euro al mese, una somma che non puo’ bastare a soddisfare neanche i bisogni più essenziali. Le conseguenze peggiori di questa situazione ricadono su giovani, studenti e studentesse che devono fare i conti con l’impoverimento delle famiglie da cui dipendono e con i costi complessivi per continuare gli studi dopo le superiori. Sin dall’inizio degli anni Novanta, l’emigrazione è sembrata a molte persone l’unica soluzione per migliorare la propria esistenza ricercando un salario più alto. La tendenze migratorie hanno raggiungo un nuovo picco negli anni dopo il Covid, nei quali si stima che oltre 166mila albanesi hanno lasciato il paese.
Il punto di rottura
Ma le proteste degli ultimi giorni ci dicono che forse la situazione sta cambiando, perché è ormai chiaro a tutti che i problemi sociali dell’Albania sono gli stessi delle periferie della Francia, dell’Italia, e del Belgio. Essi non non sono dovuti alla nostra incapacità di rispettare “the rule of law” come ci è stato voluto fare credere. Sono invece il prodotto del capitalsmo che genera sfruttamento, povertà, corruzione e emarginazine.
Nkwame Nkrumah ha affermato che il razzismo è la diretta consequenza del capitalismo. Le impietose politiche neo-liberali hanno reso il mondo un posto inospitale per la maggior parte delle albanesi e degli albanesi che sono umiliati/e sfruttat/e sia in patria che all’estero.
Dagli anni Novanta, siamo stati riposizionati in un sistema di gerarchie razziali che sancisce la nostra ontologica inferiorità rispetto agli occidentali.
Sin dal XIX secolo, l’ideologia coloniale ha concepito il carattere della nazione o della razza albanese come selvaggio, violento e criminale. Queste catalogazioni sono servite e ancora servono per giustificare l’imperialismo occidentale nei territori popolati da albanesi e le misure repressive intraprese nei suoi confronti. Essere albanese in occidente è già di per sé una sorta di crimine o un aggravante.
Ogni albanese che ha varcato i confini per recarsi in Grecia, Italia, Francia, Inghilterra, Belgio, Germania e in ogni altro Paese dell”Occidente, sa bene che le autorità e la gente comune ti scrutano con sdegno e sospetto. Il razzismo serve per abbassare il valore dell’individuo e deprezzare il suo lavoro. La pressione che le autorità esercitano soprattutto su migranti uomini albanesi si desume anche dal fatto che spesso essi figurano in cima alle liste delle comunità di migranti carcerati e remigrati. Il vergognoso “protocollo” Rama-Meloni per la costruzione dei campi per la detenzione di migranti a Gjadër e Shëngjin siglato nel november del 2023, sottolinea la posizione marginale dell’Albania che viene indicata come luogo d’esilio per altri esseri umani che, proprio come gli albanesi e le albanesi, sono considerati/e un surplus del capitalismo.
Il fatto che i campi siano stati costuriti da un governo guidato da Fratelli d’Italia, l’erede diretto del Partito Nazionale Fascista, mostra la continuità delle politiche neo-liberali con quelle del Ventennio fascista. Fu proprio il PNF ad allargare l’azione coloniale italiana in Albania alla metà degli anni Venti per poi invadere e annettere il Paese tra il 1939 e il 1943.
Le rivolte di questi giorni sono una lotta di classe frutto di una spontanea ribellione contro l’oppressione neo-liberale e delle sue istituzioni nazionali e internazionali. Dopo trent’anni di promesse di “democrazia” e “standard di vita europei”, gli albanesi e le albanesi non vogliono più essere i servi o serve dei ricchi e dell’Occidente all’estero e in patria. Essi vogliono riprendere il controllo delle loro vite alienate dal capitalismo.
Le immagini di un ragazzo che si scontra a mani nude contro un gruppo di poliziotti in assetto anti-sommossa che lo avevano circondato e che lo colpivano coi manganelli hanno mostrato la determinazione dei manifestanti. Un giovane ha dichiarato di avere la leucemia e di non sapere quanto gli rimanesse da vivere, ma che sentiva il dovere di partecipare. Una studentessa di 22 anni ha raccontato in lacrime le difficoltà economiche che l’avevano spinta a protestare. Moltissime ragazze si sono unite alle proteste mettendosi come lei in prima linea contro gli agenti e i mezzi anti-sommossa.
Questi ragazzi e ragazze, come tanti altri che sono stati brutalizzati dagli agenti dell’Impero neo-liberale, sono diventati i simboli di coraggio e orgoglio che molti non si aspettavano di trovare in questa generazione. La popolazione e alcuni giornalisti e giornaliste hanno solidarizzato con i/le manifestanti mettendosi tra loro e gli agenti per impedire gli arresti e documentando le violenze delle forze dell’ordine.

Immagine di Flamingo Revolution
Il salto di qualità delle manifestazioni
I manifestanti e le manifestanti affermano che la violenza di questi giorni deriva dal fatto che il governo ha rifiutato di prendere in considerazione le loro richieste. Le azioni violente hanno preso di mira edifici istituzionali e privati simbolo del potere neo-liberale e tecnofascista come le banche e i negozi di compagnie telefoniche, alcuni grattacieli e le telecamere di sicurezza. È stato inoltre dato alle fiamme l’ufficio del Collegio d’Europa. Sebbene una certa insoddisfazione verso le politiche di Bruxelles si noti ormai da anni, le rivolte hanno fatto emergere in maniera molto netta la frustrazione di molti albanesi verso l’UE che è ritenuta complice del governo di Edi Rama.
La rappresentanza dell’UE in Albania ha rilasciato un messaggio sui canali social in cui si condannavano gli attacchi alla proprietà pubblica e privata. Centinaia di utenti hanno risposto esprimendo delusione verso l’UE che viene accusata di aver ignorato le richieste pacifiche dei manifestanti. Ursula Von der Leyen, che ha visitato l’Albania il 30 settembre, è stata criticata per aver taciuto sulle manifestazioni. L’ingresso dell’Albania nell’UE è il cavallo di battaglia di Edi Rama il quale afferma che senza di lui i negoziati sarebbero a rischio. Ma diversi albanesi che rispondono ai post dell’EU pensano che l’adesione non porterà benefici e non vogliono più farne parte.
Le recenti manifestazioni si differenziano da quelle pacifiche delle settimane precedenti perche non si notano bandiere UE e americane che prima invece si vedevano tra la folla.
Molte persone erano stupite dal fatto che si brandissero le bandiere americane quando il genero del presidente statunitense era il principale artefice dei progetti a Zvërnec a Sazan. La presenza delle bandiere americani nelle manifestazioni è dovuta a esponenti dell’opposizione di destra come il Partito Democratico (PD) che, nella speranza di capitalizzare lo scontento popolare, stanno cercando di allisciarsi l’ambasciata americana e l’establishment di Washington invocando un loro providenziale sostegno. I tentativi di cooptare il movimento da parte dell’opposizione sono continuati anche negli ultimi giorni con esponenti del PD che si sono recati negli ospedali per visitare i manifestanti feriti e con la creazione di una squadra di assistenza legale.
È tuttavia chiaro che così come nelle proteste pacifiche, la maggior parte dei manifestanti e delle manifestanti richiede un cambiamento radicale della politica albanese evocando la prigione sia per Edi Rama che per il capo dell’opposizione Sali Berisha.
L’asservimento ideologico del PD agli Stati Uniti e la mancata condanna alle politiche imperialiste di Trump sono segni del fatto che se l’opposizione prenderà il potere svenderà l’Albania a un prezzo anche minore di quello con cui la sta svendendo Edi Rama. Seguendo i discorsi di alcuni sostenitori del PD si può notare come posizioni anti-coloniali e anti-sioniste che circolano in Albania vengano manipolate e riproposte in salsa MAGA, neo-fascista e anti-semita. Secondo queste opinioni l’Albania sarebbe vittima di un disegno “sorosiano” sostenuto dall’UE, che intende colonizzaare il Paese sostituendo gli albanesi con coloni israeliani e migranti asiatici e africani.
La composizione del movimento
I manifestanti sono uniti dalla volonta di mandare via il Governo e di protestare contro la corruzione e il carovita, ma non hanno coerente matrice ideologica. Ci sono infatti diversi gruppi con differenti visioni come studenti e studentesse, ultras delle squadre di calcio simpatizzanti di destra e sinistra, e ragazze e ragazzi dei quartieri e delle province. Il profilo Instagram Antifa Tirana sostiene le rivolte e pubblica contenuti ripresi dalle strade. Ogni tanto tra la folla si sente pure gridare “abbasso il comunismo”, mostrando che alcuni vivono gli eventi come un flashback degli anni Novanta. Ci sono pochi simboli. Si nota qualche bandiera albanese, drappi dell’Esercito di Liberazine del Kosovo (UÇK) e altri vessilli nazionalisti, ma si tratta di qualche elementi sparso nella folla. Al cori che incitano la “rivoluzione” si alternanano “Albania agli albanesi, morte ai traditori”.
Il nazionalismo e l’implicito razzismo sono ben radicati nella cultura albanese, come in tutti i popoli europei. Tuttavia in queste circostenze le esternazioni patriottiche non sono rivolte contro i/le migranti razzializzati/e o contro i “nemici” balcanici, anche se certamente alcuni membri dell’opposizione cercano di dirigerle verso quella direzione.
Il nazionalismo di questi giorni è una reazione contro le politiche del governo e i suoi sostenitori e sostenitrici occidentali. Dai commenti sui social si apprende che le manifestazioni hanno trovato il sostegno di persone originarie della Serbia, una comunità che la competizione tra imperi ha spesso posizionato in rapporto dialettico con gli albanesi e le albanesi. Tante/i albanesi hanno altresì simpatizzato con le manifestazioni che chiedevano le dimissioni di Vucic in Serbia. Ciò indica che aldilà della propaganda dei partiti politici, molte persone sanno che le loro relazioni non sono destinate a essere ostaggio di presunte antiche inimicizie nazionali e di razza. Al contrario, c’è forte consapevolezza che le relazioni tra le comunità balcaniche sono state storicamente inquinate da politiche di espansione capitalistica come quelle ora in atto.
L’effetto Gaza
Il vigliacco voltafaccia americano verso l’Ucraina, ha ormai reso chiaro a tutti che la lealtà alle potenze occidentali non offre alcuna garanzia di sicurezza. Un’altro fattore che ha contribuito a cambiare l’opinione di molte/i albanesi verso l’occidente è il genocidio a Gaza. A Tirana ci sono state diverse manifestazioni a favore del popolo palestinese e tante persone sono preoccupate dal fatto che il governo ha iniziato a collaborare con Israele per costruire droni e mortai in Albania. La mancata presa di posizione dell’UE contro Israele e il continuo sostegno che l’amministrazione USA fornisce a Tel Aviv, ha creato una sensazione di sfiducia e di paura verso Washington e Bruxelles.
Se l’UE e gli USA chiudono gli occhi di fronte alle vittime palestinesi per quale motivo dovrebbero curarsi degli e delle Albanesi, un popolo per la maggior parte di origine musulmana e considerato composto da selvaggi e/o criminali?
Gli/le Albanesi hanno memoria delle politiche coloniali, delle pulizie etniche e dei massacri condotti a loro danno dai governi dei paesi vicini con il sostegno delle grandi potenze e perciò non si sentono molto tranquilli/e davanti agli eventi in Palestina. La questione palestinese, così come quella bosniaca e del Kosovo, sono la diretta conseguenze della spartizione dei territori dell’Impero Ottomano e delle politiche di persecuzione attuate contro le popolazioni di origine islamica che, secondo l’ideologia coloniale, sono incompatibili con i valori occidentali. Gaza è stata spesso evocata da giornalisti e commentatori albanesi per descrivere le violenze della polizia contro i manifestanti. Questi confronti non sono fatti per affermare che i due contesti siano paragonabili o che ci sia un pericolo “sionista”. Parlare di Gaza serve a prevvedere la possibilità e forse a esorcizzare la paura che eventi simili a quelli in Palestina possano succedere anche in Albania per mano dello stesso governo albanese con il passivo o attivo beneplacito dell’Occidente.
Le proteste di questi giorni in Albania, in Francia, in Italia e in Belgio, nascono dalla sensazione di essere finiti nel piatto di oligarchi insaziabili dai quali nessuno si aspetta empatia per il genere umano. Come i giovani nel film Debatik, le persone che hanno manifestano il loro dissenso in Europa sono quelle che Moten e Harney chiamano gli “undercommons”, ovvero una comunità di persone subalterizzate dal capitale che vivono nella costante fuga dalle autorità e dai loro dispositivi istituzionali e tecnologici di dominio e cooptazione. Cosi come durante la Resistenza, le violenze scoppiate nelle città europee sono il risultato di un tentativo spontaneo, rizomatico, ideologicamente eterogeneo, ma anche pienamente cosciente di opporsi all’ordine neoliberale e alla sua deriva autoritaria per sottrarsi a una situazione di pericolo esistenziale.
Immagine di copertina di Trivet Art
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