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ITALIA

Riprendiamoci il futuro. Senza chiedere permesso, senza più guardare indietro

I movimenti sociali esplosi nel corso di questo ottobre hanno aperto una inaspettata frattura che può essere colta e può diventare marea, in connessione con le mobilitazioni europee. Lo sciopero generale di venerdì 30 ottobre è il prossimo passo.

Pubblichiamo un testo di un gruppo di spazi romani sull’attuale situazione politica del paese e le prospettive verso le mobilitazioni dell’autunno e le prospettive di lotta.

Siamo dentro il precipizio di un modello. La crisi dell’Occidente e del dominio coloniale e maschile che lo hanno fondato stanno dimostrando sempre più la loro irriformabilità. Il collasso a cui assistiamo nella “vecchia Europa” non è una congiuntura sfavorevole né una crisi passeggera, ma l’esito sistemico di 40 anni di politiche neoliberali volte ad azzerare la lunga stagione di lotte e conquiste che ha segnato il dopoguerra fino a tutti gli anni Settanta.

Di fronte all’incapacità di ricomporre il caos economico e la stagnazione dei mercati, il capitale globale ha compiuto un salto programmatico: rimettere ordine attraverso l’economia di riarmo. L’inflazione bellica, la speculazione energetica e il carovita non sono “effetti collaterali”, ma precise decisioni politiche volte a finanziare l’escalation militare tagliando e riorientando la spesa sociale. L’investimento in un modello estrattivista che ignora la crisi ambientale e climatica che produce e’ sfacciata quanto la nobiltà di fine ‘800.

La compromissione delle vite di miliardi di persone è un misero costo sociale da sopportare: un’operazione di una violenza inaudita, messa in atto col piglio di chi, dall’alto delle proprie lussuose e opulente torri d’avorio, gira l’olivetta nel Martini.

Non si punta il dito contro i profitti delle industrie belliche o i tagli alla sanità, alla casa e all’educazione, ma contro le persone migranti e razzializzate, le persone trans e queer, chi percepisce un sussidio o chi scende in piazza, deviando la sofferenza sociale verso la guerra dei penultimi contro gli ultimi. È la distruzione di Gaza, la guerra permanente, il genocidio riproduttivo, il razzismo istituzionale e l’islamofobia, l’ecocidio, l’ordine patriarcale, la criminalizzazione di chi prova ad opporsi contro la devastazione della vita e del vivente tutto che chiamiamo violenza.

UNA FRATTURA CHE MESCOLA LE CARTE

In questo scenario si colloca una frattura generazionale profonda: giovani cresciuti durante l’isolamento pandemico, segregati in una quotidianità segnata dai social media, perché nel “mondo reale” non è stato lasciato loro alcun margine di agibilità o di futuro.

Quando questa generazione esplode nelle strade, porta con sé un carico di sofferenza viscerale, di estraneità alle istituzioni e alla politica – anche “di movimento” -, di rabbia (che potrebbe sembrare) cieca. Una rabbia istintiva contro l’ingiustizia, che appare “prepolitica”, talvolta aspra, ma assolutamente legittima, in una società che offre solamente precarietà, competizione, solitudine, forme di disciplinamento e polizia.

Una generazione si unisce e si muove, i governi rispondono a suon di coprifuoco, violenza poliziesca, decreti sicurezza. Ci vengono in soccorso le parole di Bertold Brecht: «Ci sono molti modi di uccidere. Si può infilare a qualcuno un coltello nel ventre, toglierli il pane, non guarirlo da una malattia, ficcarlo in una casa inabitabile, massacrarlo di lavoro, spingerlo al suicidio, farlo andare in guerra, ecc. Solo pochi di questi modi sono proibiti nel nostro Stato».

I fatti di questi giorni ci mostrano una debolezza inaspettata del sistema di comando, rispetto alle narrazioni di comodo, in cui la lotta sui bisogni materiali conquista la scena con intelligenza e radicalità, nonostante un apparato repressivo e di controllo preventivo senza precedenti: mettere in gioco i corpi attraverso le forme di riappropriazione diretta, l’occupazione dello spazio pubblico, i cortei selvaggi, il blocco della mobilità e del trasporto, interroga con forza il terreno della riproduzione sociale e i processi di fascistizzazione della società.
Se la vita delle persone è tenuta in scacco dalle condizioni materiali legate al salario, al welfare, alla disponibilità di tempo, ciò che ci separa realmente dal migliorarle è spesso molto più alla nostra portata.

Nella quotidianità quello che ci separa dal cibo é una cassa di supermercato, quello che ci separa dal lusso é una vetrina, quello che ci separa dall’avanzare é un cordone di polizia e quello che può portare al blocco delle grandi industrie sono camion che si fermano davanti a un casello. 

Quando questo accade il sistema trema: le persone non restano più a guardare rassegnate, prendono in mano la propria vita e provano ad abbattere i muri di una condizione sociale non più sopportabile.

Ci troviamo di fronte all’apertura di una inedita finestra di possibilità che ci consente di allargare lo spettro di ciò che è ritenuto possibile e praticabile in maniera comune.

Organizzarsi diventa quindi una responsabilità collettiva: più che la vetrina infranta o la riappropriazione della merce, colpisce la semplicità dell’utilizzo di diverse pratiche di conflitto, la loro capacità di risonanza e di connessione di soggetti sociali diversi: dal protagonismo delle seconde e terze generazioni, fino ai blocchi di agricoltori e autotrasportatori. Un inedito ed embrionale processo di riconoscimento e ricomposizione di classe.

IL CAMBIAMENTO NON È MAI GENTILE


Guardando all’Europa, le forme dell’insorgenza parlano la stessa lingua della sofferenza, ma assumono tratti differenti. Se in Albania, Francia, Spagna e Serbia, la conflittualità si esprime in cicli di rivolta metropolitana o blocchi prolungati, in Italia le ultime piazze mostrano una composizione meticcia e giovanissima che rompe con i vecchi schemi ideologici. Allo stesso tempo, un capitolo cruciale riguarda le mobilitazioni del Sud Italia. 

Il Mezzogiorno è stato prima scientemente ingannato dalle promesse demagogiche di Meloni e della destra per poi essere cinicamente abbandonato e ignorato. Con lo smantellamento del Reddito di cittadinanza, l’imposizione dell’Autonomia differenziata e la desertificazione industriale, il governo ha condannato intere regioni alla marginalità. Oltre alla propaganda ufficiale e il silenzio dei media mainstream, al Sud stanno emergendo dinamiche sociali e forme di resistenza “indigene”, nate dalla rabbia per il tradimento subito e dalla necessità quotidiana di sopravvivenza.

La strada era stata già indicata un anno fa, durante il formidabile autunno di lotta contro il genocidio in Palestina e di solidarietà alla Global Sumud Flottiglia: dobbiamo accogliere la disponibilità al conflitto, reimmaginandone le forme. A nostro avviso, lo sciopero generale e sociale rimane lo strumento fondamentale per affermare un principio di giustizia sociale, riattivare meccanismi di conflittualità reale nei luoghi di lavoro e nei territori, e soprattutto sottrarsi alla morsa repressiva con cui il governo vorrebbe schiacciare la questione sociale.

Da questo punto di vista è quanto mai urgente e opportuno farsi “infrastruttura sociale e politica”, in grado di dare spazio e tempo a quell’ecosistema di rivendicazioni, lotte e pratiche che stanno riprendendo vigore nel nostro paese: rifiuto della guerra, abbandono dell’economia fossile, aumento dei salari, reddito sociale, autodeterminazioni dei corpi, diritto alla casa e all’istruzione pubblica, sanità pubblica.

Se la casa costa troppo, se la vita costa troppo, se hanno venduto il futuro di un’intera generazione, se aggrediscono in continuazione i nostri diritti, se violentano ogni giorno i nostri corpi.. Non possiamo tornare a casa. Per dirla con bell hooks, avremmo bisogno di “adottare una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”.

Nei prossimi mesi abbiamo la possibilità materiale di invertire la rotta: a partire dallo sciopero generale del 30 ottobre, che attraverserà i porti e i flussi metropolitani, dove “bloccare tutto” significa spezzare la catena del valore, passando per lo sciopero generale e studentesco internazionale del 20 novembre, fino ad arrivare alla settimana di mobilitazione chiamata da Non una di meno contro la violenza patriarcale verso il 28 novembre.

Il futuro non è scritto. Riprendiamocelo. Senza chiedere permesso e senza più guardare indietro.

Appuntamento venerdì 30 ottobre alle 10.30 a Piazza dei Cinquecento.

Foto di copertina di Veronica Figliuzzi, corteo per il 25 aprile a Roma

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