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Naza, la banalità del male sui tetti di Tel Aviv

Continua a fare il tutto esaurito nelle sale il film “Naza”, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia.
La pellicola non è solo un duro atto di accusa contro il genocidio a Gaza ma è un documentario che scuote perchè apre a una riflessione sul legame tra guerra, tecnologia e vita

Naza è un film che stupisce nonostante il battage mediatico da Venezia in poi che teoricamente permette di immaginarlo ben prima di entrare al cinema.

Forse stupire però non è il verbo corretto, perché il silenzio tombale in sala che accompagna i titoli di coda – un fatto comune tra chi è già stato a vederlo – non è stupore. 

Naza ti scuote così a fondo che uscendo fai fatica a parlare.

Il documentario raccoglie le testimonianze di 24 soldati e membri dell’intelligence israeliana, che raccontano in forma anonima a Yuval Abraham e Rachel Szor – registi del film – metodi e strumenti utilizzati durante la guerra contro Gaza condotta dallo stato di Israele da ottobre 2023. Abraham e Szor, assieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, registi palestinesi, avevano girato prima del 7 ottobre No Other Land, premiato con l’Oscar.

Le testimonianze di Naza sono raccolte in notturna dai tetti di una Tel Aviv che continua a vivere una incessante normalità, nonostante la abnormità di quanto sta accadendo a soli 60 km di distanza, così come viene descritto dalle persone intervistate.

I dettagli sono già stati raccontati in molti articoli che Abraham ha scritto per “Local Call” e “+972Mag” oltre che per “The Guardian”, dal 2023 a oggi. Nulla di nuovo pertanto, nulla che non fosse già stato denunciato in forma pubblica, tuttavia la veste cinematografica conferisce una forza plastica al racconto e lo rende incandescente per chi lo sta ascoltando.

Un paio di membri dell’intelligence dimostrano segni evidenti di pentimento per quanto hanno compiuto, ma sono gli unici. Non possiamo ascoltare la loro voce direttamente, è stata modificata per ragioni di sicurezza, ma dalle parole degli altri si comprende un distacco, una freddezza nella descrizione di fatti atroci che lascia poco spazio al rammarico e molto alla fatalità. 

Hannah Arendt, nel raccontare il processo al criminale nazista Eichmann coniò il termine “banalità del male” per indicare la modalità con cui quest’ultimo descriveva i compiti disumani eseguiti con la stessa freddezza con cui sbriga una normale pratica d’ufficio. Nell’ascolto delle testimonianze di Naza è facile pensare a quella celebre definizione di Arendt. Un ulteriore elemento però è presente in molte delle loro descrizioni. Una parte consistente delle operazioni militari descritte è diretta tramite dispositivi digitali informatici agiti da remoto che comandano bombe, droni o danno le indicazioni ai militari sul campo.

Questo configura il genocidio come una sorta di inquietante videogame operato a distanza, elemento che aumenta il distacco nelle parole degli intervistati, aumenta lo sgomento davanti alla banalità del male e aumenta, in chi ascolta, il disagio.

Nella loro opera, Abraham e Szor toccano due tasti per nulla facili per il pubblico israeliano a cui inevitabilmente la loro opera è diretta – anche se non si sa se riuscirà mai a essere proiettato pubblicamente in Israele visto quanto stanno subendo in questi giorni.

Il primo tasto – fin dal titolo – è il paralello tra genocidio a Gaza e genocidio del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale. Il tema è ovviamente complesso e spesso fonte di accuse di antisemitismo. Nel film emerge come una suggestione, nessuna voce fuori campo compie alcun parallelismo diretto ma l’accostamento di immagini e racconti porta a rifletterci. La scena più forte in tal senso è quando la brulicante Tel Aviv – dove scorre la vita mentre a Gaza scorre la morte – si ferma per un minuto per ricordare le persone morte durante lo sterminio nei campi di concentramento.

Il secondo tasto è la messa in discussione completa del progetto sionista come progetto coloniale di violenza, annessione e controllo. Questo avviene in due modi: anzitutto vengono utilizzati brevi filmati d’epoca che raccontano come lo stato di Israele pianificò in modo sistematico il controllo della popolazione di Gaza fin dall’occupazione del 1967. In secondo luogo nei dialoghi tra Abraham e le persone intervistate è esplicito che queste non sono di classi popolari, né sono mizrahi – la popolazione israeliana proveniente dalla sponda sud del Mediterraneo che è più povera e che vota a destra – e neppure coloni.

I militari intervistati sono l’élite economico-intellettuale del paese, che vota per i partiti di centro sinistra, che ha studiato nelle migliori università, probabilmente è ashkenazi – la popolazione ebraica di origine centro-europea. Pertanto intuiamo che il male ha perso ogni confine e limite dentro il progetto nazionalista israeliano.

Non è – e non è mai stato – un problema circoscritto ai coloni, agli ultraortodossi, o a persone come Ben Gvir e Smotrich.  Il cancro che pervade quella società sta nel dna con il quale è stata creata, un dna che oggi l’ha risucchiata interamente, o meglio, ha risucchiato chiunque creda ancora al progetto sionista. 

Si ricorderà il momento a seguito dell’arresto dei membri della Global Sumud Flotilla ad aprile 2026, quando si alzò un grido di sdegno tra i governi di Europa per come Ben Gvir avesse maltrattato e umiliato le persone sequestrate sulle imbarcazioni, quasi a dire «il male è solo quello, il resto ci sta bene ed è una salda democrazia».

Naza riesce a demolire interamente questa narrazione.

Per questi aspetti ho trovato un po’ sterili e pretestuose alcune critiche di una parte del movimento pro- Palestina che ha accusato il film di essere un opera sionista liberal, incapace di riconoscere la centralità della resistenza palestinese. 

A mio parere c’è infine un’altra ragione per cui il film è particolarmente efficace.

L’atmosfera che Abraham e Szor creano durante le riprese è quella di una confessione, di un racconto in cui persone sconosciute ti parlano in modo intimo, senza filtri, perché il buio e la riservatezza lo permettono.  In questo modo ci sentiamo anche noi in una paradossale intimità con le persone che parlano e queste loro confessioni ci entrano dentro ben più di quanto vorremmo. Il silenzio a fine film a mio parere è dovuto al fatto che Naza ci fa sentire tutte sui tetti di Tel Aviv e questo ci crea disagio profondo.

Se quanto sta accadendo da tre anni è potuto accadere, un po’ di responsabilità è anche nostra, che non siamo state in grado di fermarlo, che non siamo riuscite a mandar via uno dei governi europei più spudoratamente complici di Netanyahu, che abbiamo una azienda di stato direttamente responsabile di quelle morti perché vende le sue armi al governo israeliano. 

Ogni giorno ci può capitare di vedere immagini atroci da Gaza in un telegiornale serale, o sui social, ma è una sofferenza passeggera, presto si anestetizza e si confonde nel minestrone del quotidiano. Quel dolore profondo ti entra invece dentro le viscere se ascolti una testimonianza al buio dai tetti di Tel Aviv e diventa disagio che ti interroga e, per questo, ti scuote. 

La locandina del film

Ma c’è di più. Naza ci parla di quanto il complesso digitale militare stia governando le nostre vite e la nostra morte. Sistemi di controllo sui dispositivi che usiamo anche noi quotidianamente, combinati a nuovi strumenti di intelligenza artificiale hanno letteralmente messo la popolazione di Gaza nelle mani dello stato israeliano che ha potuto compiere il genocidio.

Pure in questo caso, a mio parere, ci sentiamo anche noi sui tetti di Tel Aviv e ci domandiamo quanto fragile sia la nostra stessa vita che oggi abbiamo messo nelle mani delle big tech desiderose di guerra, nelle mani degli “Oligarchi della Apocalisse” come li ha definiti Naomi Klein.

La vicenda Autistici/Inventati è stata una prova evidente della nostra vulnerabilità. 

Pertanto credo che l’aspetto più forte di questo film non sia svelare quanto atroce sia oggi il genocidio che Israele continua a perpetuare a Gaza. Certo anche questo è un aspetto centrale ma non è l’unico. 

La forza del film sta nel mettere in discussione noi stesse, persone che vivono quel mondo che ha permesso quel genocidio.  Il “laboratorio Israele” – cioè uno strumento del capitalismo per la sperimentazione di crimini e di sistemi di controllo e sfruttamento della vita – in Naza mostra il suo volto più crudele. Quel laboratorio però mostra pure la nostra vulnerabilità e la nostra impotenza in un mondo dominato dal complesso militare-digitale: il mondo che ha permesso il genocidio a Gaza. A mio parere questa è la ragione profonda che genera quel silenzio di sgomento e imbarazzo, nelle sale strapiene di questi giorni, quando sullo schermo scorrono i titoli di coda di Naza.

in copertina, un fotogramma del film

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