EUROPA

Un sequestro di libri e di democrazia: il caso Sally Rooney

La censura che ha colpito in UK i libri di Sally Rooney è un ricatto. Se l’autrice e l’editore Faber non avessero “spontaneamente” ritirato i libri, sarebbero stati accusati di terrorismo per adesione e finanziamento di Palestine Action e arrestati sul suolo inglese

C’è qualcosa di profondamente sinistro nel vedere i romanzi di una delle scrittrici più celebrate della sua generazione scomparire dagli scaffali di un Paese occidentale. Chiunque entri oggi in una libreria di Londra o Manchester non troverà più le ultime copie di Intermezzo, né i longseller Persone normali o Parlarne tra amici. Non siamo di fronte a un falò dei libri di stampo inquisitorio, né a una censura moralistica sui testi. Eppure l’effetto pratico è lo stesso: Sally Rooney e la sua casa editrice Faber & Faber hanno dovuto ritirare ogni sua opera dal mercato del Regno Unito per evitare un cortocircuito penale spaventoso. Ne hanno dato l’annuncio la stessa autrice e il suo editore mercoledì scorso.

Perché questo?

Il motivo non risiede in ciò che Rooney scrive, ma in ciò che Rooney pensa, dice e finanzia liberamente dalla Repubblica d’Irlanda, dove risiede. La scrittrice ha pubblicamente dichiarato di voler devolvere le proprie royalty a Palestine Action, un movimento di protesta britannico che da anni contrasta la complicità bellica del Regno Unito nel massacro di Gaza. Ma oltremanica, dal luglio 2025, quella sigla non è più considerata un collettivo di attivisti: il Ministero dell’Interno l’ha inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche vietate ai sensi del Terrorism Act 2000. Di conseguenza, versare sterline a quel gruppo equivale a finanziare Al-Qaeda o l’Isis. Un reato da quattordici anni di galera che ha costretto l’editore al blocco preventivo della distribuzione e l’autrice a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto.

Questo scenario rappresenta il punto di non ritorno di una spaventosa metamorfosi autoritaria delle democrazie liberali occidentali. Quando le leggi speciali nate formalmente per contrastare le stragi di civili e l’estremismo religioso vengono piegate fino a criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale, significa che lo Stato di diritto ha abdicato alle sue funzioni, trasformandosi in uno strumento di intimidazione di massa.

La distruzione delle cose non è terrorismo

Il cuore del problema risiede nella decisione, giuridicamente abnorme e politicamente speculativa, di etichettare come “terrorista” un gruppo che pratica esclusivamente l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale. Fin dalla sua nascita nel 2020, il modus operandi di Palestine Action è stato pubblico e trasparente: sit-in, occupazioni pacifiche di tetti, scritte con vernice rossa sulle facciate e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems, azienda israeliana che produce droni ed equipaggiamenti militari esportati anche a Tel Aviv.

Si può essere d’accordo o meno con il sabotaggio industriale, ci si può aspettare che venga sanzionato civilmente o penalmente come danneggiamento materiale (reato comune presente in ogni codice penale), ma chiamarlo “terrorismo” è una deliberata e pericolosa distorsione del linguaggio e del diritto. Come ha solennemente ricordato persino l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, gli standard internazionali più basilari confinano la nozione di terrorismo ad atti che causano intenzionalmente la morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Palestine Action non ha mai ferito nessuno, non ha mai preso ostaggi, né ha mai pianificato azioni contro l’incolumità delle persone. La sua violenza – se così si può definire il danneggiamento di un bullone o l’imbrattamento di un muro – è rivolta esclusivamente contro le infrastrutture che producono strumenti di morte.

Dichiarare terroristico un movimento del genere significa tracciare una linea d’ombra intollerabile: uno Stato decide che la protezione del profitto e della filiera delle industrie belliche private è un valore prioritario rispetto alla tutela dei diritti civili fondamentali.

È l’equivalente giuridico di equiparare le suffragette o i movimenti ecologisti radicali ai commando stragisti. Se il sabotaggio di una fabbrica di droni è terrorismo, domani lo sarà anche il blocco di una miniera di carbone da parte degli attivisti del clima.

A ogni modo, la cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, contesterà la messa al bando davanti alla Corte Suprema a partire dall’udienza del 4 novembre prossimo.

La repressione non ferma il dissenso: migliaia di cittadini nel mirino

Nonostante il tentativo del governo britannico e delle successive sentenze d’appello di normalizzare questo abuso liberticida, la risposta della società civile è stata gigantesca, sebbene largamente silenziata dai media mainstream. Tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha eseguito oltre 3.000 arresti di normali cittadini colpevoli soltanto di aver manifestato solidarietà a Palestine Action.

Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’Interno, gli arresti legati a reati di terrorismo sono aumentati del 1.553% nell’ultimo anno, e il 94% di essi è collegato al sostegno a Palestine Action.

Migliaia di persone – insegnanti, pensionati, studenti, impiegati, addirittura religiosi o ex ufficiali delle forze armate britanniche – hanno sfidato le leggi draconiane partecipando a sit-in pacifici in Parliament Square, a Trafalgar Square o organizzando veglie silenziose. Cittadini che si sono autodenunciati, firmando petizioni e manifesti pubblici in cui dichiaravano apertamente: «Se sostenere chi blocca i mercanti di morte è terrorismo, allora arrestate anche me». Questa incredibile ondata di disobbedienza civile dimostra che la coscienza collettiva ha rifiutato la narrazione della criminalizzazione. Quando migliaia di persone scelgono il rischio della fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato, non siamo di fronte a una cellula eversiva, ma a un movimento di massa che difende i principi elementari della morale umana e della libertà d’espressione.

Se la cultura fa paura allo Stato

In questo contesto, il gesto di Sally Rooney brilla per coerenza e dignità etica. In un’epoca in cui l’industria culturale preferisce il silenzio prudente e il posizionamento di comodo per non disturbare gli algoritmi e i mercati, Rooney ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee. Ha accettato la scomparsa dei propri libri dal suo mercato editoriale di riferimento e ha rinunciato a ritirare premi prestigiosi oltremanica per non legittimare una legge ingiusta.

Il paradosso politico è totale: la Repubblica d’Irlanda considera Palestine Action un’organizzazione perfettamente legale, mentre il Regno Unito la considera terroristica. Attraversare il mare d’Irlanda trasforma istantaneamente un’intellettuale pacifista in una latitante.

Quello di Sally Rooney non è un caso isolato, ma il tassello di una strategia repressiva sistemica. Lo sa bene Mo Chara, membro del gruppo rap irlandese Kneecap, finito nel mirino dell’antiterrorismo britannico con l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Una persecuzione di Stato crollata definitivamente solo nel marzo 2026, quando l’Alta Corte di Londra ha respinto l’ennesimo ricorso del governo, confermando l’archiviazione di un processo farsa nato solo per intimidire la band. Se contro i Kneecap lo Stato ha perso la sua battaglia legale per vizi di forma, con Sally Rooney l’apparato ha trovato il modo di colpire per via finanziaria, costringendola all’esilio editoriale.

Non a caso quindi, dal gruppo nordirlandese è arrivata subito la solidarietà alla scrittrice. Anche divers* parlamentari di Westminster hanno preso posizione a sostegno della scrittrice: da John McDonnell e Richard Burgon della sinistra laburista, a Zarah Sultana di Your Party, fino al giornalista Owen Jones. L’ex-leader laburista (ora Your Party) Jeremy Corbyn, insieme ad altri parlamentari indipendenti pro-palestinesi eletti ai Comuni, ha espresso solidarietà all’autrice e ha denunciato l’uso del Terrorism Act come un’arma di censura culturale ideata dal precedente governo Tory e pigramente ereditata e applicata dai laburisti, definendo il ritiro dei libri un «giorno nero per la libertà d’espressione nel Paese». Alcuni rappresentanti dei Verdi, fra cui il segretario Zack Polanski, hanno apertamente criticato l’automazione burocratica della legge che colpisce la filiera culturale, sottolineando l’assurdità di equiparare il boicottaggio pacifista e il supporto a gruppi non violenti a minacce di carattere terroristico internazionale.

Infine, in Irlanda mentre lo Sinn Féin (TDs) non ha ancora emesso comunicati ufficiali, Cian O’Callaghan, deputato e portavoce dei Social Democrats nel parlamento irlandese, ha portato il caso in aula sollevando una formale obiezione contro la censura e chiedendo al Ministro degli Esteri irlandese di intervenire direttamente presso il suo omologo britannico: «In un momento in cui il diritto internazionale viene violato in modo così palese da Israele e altri, coloro che si schierano contro il genocidio e i crimini di guerra dovrebbero essere sostenuti, non puniti». Gli esponenti della sinistra socialista irlandese hanno chiesto al governo di Dublino una presa di posizione diplomatica ufficiale a tutela degli artisti irlandesi all’estero. Hanno definito la legge del Regno Unito come «draconiana», evidenziando come l’esecutivo britannico stia attivamente «privando i propri stessi cittadini della libertà di leggere opinioni dissenzienti pur di proteggere l’industria delle armi e l’asse strategico con Israele».

Nel mondo della cultura, numerose librerie indipendenti nel Regno Unito stanno protestando contro la normativa esponendo cartelli vuoti o allestendo vetrine provocatorie. Molti librai hanno dichiarato alla stampa che l’assenza forzata dei libri di Rooney è «l’emblema di una censura burocratica asfissiante» e che l’autrice ha fatto l’unica scelta moralmente degna. La testata britannica indipendente Novara Media ha pubblicato un editoriale video di enorme successo intitolato “Sally Rooney ha umiliato la Gran Bretagna su Palestine Action“. Nel pezzo viene spiegato come la mossa dell’autrice abbia tolto la maschera al governo, costringendolo ad “arrossire” di vergogna davanti all’opinione pubblica globale, mostrando al mondo che pur di proteggere le fabbriche di armi è disposto a far sparire la letteratura.

Nelle ultime ore, piattaforme di artisti europei hanno rilanciato i discorsi di Rooney ai summit pacifisti internazionali (come il People’s Summit), usandoli come manifesto attraverso i canali social per lanciare una call-to-action immediata: «Gli artisti devono parlare ora per la Palestina, seguendo l’esempio di coraggio di Sally». Un forte parallelismo testuale su quanto espresso («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio…») arriva anche dalla massiccia lettera aperta firmata da oltre 300 scrittori ed editori nelle ultime 48 ore. Nel loro manifesto congiunto a sostegno di Rooney e Faber, la comunità letteraria accusa direttamente il governo del Regno Unito, scrivendo: «È inaccettabile che un governo possa oggi bandire di fatto una singola autrice per aver protestato contro la sovrapposizione deliberata compiuta dallo Stato tra la protesta e il terrorismo».

La stessa Palestine Action ha rilasciato una nota ufficiale in cui ringrazia l’autrice, sottolineando come la decisione di Faber e Rooney smascheri la natura «politica ed economica» della legge anti-terrorismo britannica, nata per blindare i profitti dell’industria bellica («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio, ma Rooney ha dimostrato che non ci si può comprare tutti»).

Ciò che sta accadendo nel Regno Unito non è comunque solo una faccenda interna britannica, ma un severo ammonimento per tutte le democrazie occidentali. La libertà d’espressione non si misura dalla nostra tolleranza verso le opinioni innocue o di facciata, ma dalla protezione del diritto al dissenso radicale, all’azione diretta e all’opposizione intransigente verso le politiche di guerra dei nostri stessi governi.

Quando i libri spariscono perché i loro autori rifiutano di allinearsi ai decreti di sicurezza nazionale, la democrazia smette di essere tale e diventa un guscio vuoto.

L’ostracismo forzato di Sally Rooney non spegnerà la sua voce; al contrario, rimarrà come un monumento all’ipocrisia di un governo (prima Starmer e ora Burnham) che, nel tentativo di proteggere l’export di armi, ha finito per mettere all’indice anche la grande letteratura.

Immagine di copertina da Magdalena Vassilleva

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