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ITALIA

Come si spegne un collettivo senza dare un ordine. Il blocco di A/I

Il blocco dei fondi e dell’operatività di Autistici/Inventati è avvenuto automaticamente con il semplice inserimento in una lista, Banca Etica ha dovuto adeguarsi o rischiare l’espulsione dai circuiti di pagamento internazionale. La risposta deve essere la costruzione di strumenti finanziari indipendenti per sottrarsi alla dittatura del dollaro, come già esistono in alcuni paesi del sud globale

Nel caso Autistici/Inventati non c’è stato nessun ordine. Attraverso una designation amministrativa si sono prodotti effetti economici violenti e censori. È questo il punto da capire ed è da qui che bisogna ricavare delle conseguenze.

Su queste pagine AvANa ha già scritto quello che andava scritto sulla solidarietà e sulla censura. Vorrei aggiungere qualcosa di meno consolatorio, che riguarda il funzionamento tecnico della cosa e ciò che ne discende.

Partiamo dal fatto più rivelatore dell’intera vicenda: nessuno ha ordinato niente a nessuno. Non esiste un provvedimento di un’autorità statunitense contro Banca Etica. Non risulta una banca corrispondente che abbia telefonato per dire di chiudere quel conto. Non c’è un giudice, italiano o europeo, che abbia disposto alcunché.

Il 26 agosto l’OFAC [Office of Foreign Assets Control, l’ufficio del Dipartimento del Tesoro statunitense che amministra i programmi sanzionatori del paese, senza contrsddittorio e valutazioni giudiziari] ha inserito Autistici/Inventati in un elenco; il 1° settembre il conto era sospeso, senza possibilità di trasferimenti nella finestra che sembrava essere aperta. In mezzo non c’è un comando ma ci sono un calcolo sul rischio fatto dagli esperti legali di Banca Etica, gli interessi economici dei soci e una decisione del consiglio di amministrazione.

Un atto di obbedienza al nazionalismo imperiale US? In un certo senso lo è. Ma il verbo sbagliato ci fa perdere la cosa più importante e cioè che un sistema capace di ottenere obbedienza senza impartire ordini è un sistema molto più efficiente di uno che gli ordini deve darli.

Come funziona

Le sanzioni americane si dividono in due famiglie che vengono spesso confuse.

Quelle primarie vincolano i soggetti statunitensi: cittadini, residenti, chiunque si trovi fisicamente negli Stati Uniti e ogni società costituita là, comprese le sue filiali europee. Per costoro il divieto è secco: non si può trasferire, pagare, prelevare nulla che riguardi un soggetto designato, e dettaglio che conta, non si può nemmeno prestargli un servizio. Tenere aperto il conto è già di per sé la condotta vietata.

Quelle secondarie non vincolano nessuno. Non impongono alcun obbligo a una banca italiana. Nessuna norma americana ha ordinato a Banca Etica di fare qualcosa e Washington non lo pretende nemmeno formalmente. Quello che le sanzioni secondarie fanno è autorizzare il Tesoro americano a togliere a una banca straniera il suo conto di corrispondenza negli Stati Uniti, qualora quella banca abbia consapevolmente agevolato una transazione “significativa” per conto di un soggetto in lista.

Il conto di corrispondenza è il perno di tutto. Una banca italiana non ha accesso diretto al sistema di pagamenti in dollari: per regolare un’operazione in dollari deve passare da un istituto che quel conto ce l’ha, a New York. Perdere quel conto non significa pagare una multa. Significa non poter più eseguire trasferimenti internazionali, vedere compromesso il funzionamento delle attività di investimento e così via. Per un istituto delle dimensioni di Banca Etica non è un costo: è la fine dell’operatività in quel paese verso cui è evidentemente esposta.

Due precisazioni tecniche che smontano le obiezioni più comuni. La prima: “significativo” non ha una soglia. L’OFAC lo valuta con una serie di criteri (dimensione, frequenza, natura dell’operazione, consapevolezza dei vertici, impatto sugli obiettivi del programma) in cui l’importo è uno dei fattori, non una franchigia. Non esiste una cifra sotto la quale si è al sicuro. La seconda: questa arma non c’è in tutti i dispositivi sanzionatori. Per esempio, l’ordine esecutivo che colpisce la Corte penale internazionale e Francesca Albanese è congelamento puro, senza alcuna leva sulle banche estere. Quello usato contro Autistici/Inventati è invece l’ordine esecutivo 13224, emendato nel 2019 proprio per aggiungerla: e quella leva ce l’ha.

E qui sta il meccanismo nella sua forma violenta più economica. La minaccia non deve mai essere eseguita. Non serve che il Tesoro americano agisca, né che la banca corrispondente si muova. Basta che il rischio sia credibile e a quel punto è l’ufficio compliance dell’anello più debole a fare il lavoro, a spese proprie, contro il proprio interesse dichiarato, senza che nessuno debba assumersi la responsabilità politica di aver deciso alcunché.

Il potere si esercita come disposizione anticipatoria, non come atto. Non c’è nulla da impugnare, perché non è stato fatto nulla.

La difesa di Banca Etica

Occorre forse specificare, perché si capisce che Autistici/Inventati sia incazzata e siamo d’accordo, che la campagna contro Banca Etica adesso è un errore di bersaglio: la difesa della banca regge.

Martina Pignatti, membro dell’Assemblea di Indirizzo di Fondazione Finanza Etica, l’ha esposta senza troppi giri di parole e in modo chiaro nell’intervista di Giuliano Marrucci su OttolinaTV. Una grande banca può permettersi di sbagliare: incassa la sanzione, la paga, va avanti: è il calcolo che lei stessa attribuisce agli istituti maggiori, rischio un miliardo ma con quell’operazione ne guadagno due. Banca Etica ha un capitale sociale che ha da poco superato i cento milioni e centotrentamila fra soci e clienti. Non ha quel margine. Non ha neanche un canale diretto con l’OFAC per chiedere che cosa sia lecito: deve passare, come per i bonifici, da un istituto più grande, che a sua volta si appoggia a una banca americana.

La responsabilità, in sede civile, è oggettiva: si risponde a prescindere dal dolo. E la licenza generale emessa contestualmente alla designazione, che autorizzava le operazioni «ordinariamente incidentali e necessarie» alla chiusura dei rapporti fino al 25 settembre, non dice se il trasferimento del saldo a un’altra banca vi rientri. Chi interpreta male risponde comunque. È su questo che verte il ricorso depositato a Pisa sui sessantaseimila euro del collettivo – che lamenta peraltro la fretta con cui è stata condotta l’operazione prima della scadenza dei termini.

Se ne ricava una proposizione scomoda, ma secondo me è la sola conclusione seria di tutta la storia: in finanza, la capacità di disobbedire è funzione della dimensione del bilancio.

L’autonomia etica di un intermediario finanziario non dipende dal suo statuto o dalle sue belle intenzioni e pratiche virtuose, dalla sua storia o dai valori di chi ci lavora. Dipende dalla sua posizione nella gerarchia monetaria globale. Più una banca è piccola e alternativa, meno margine ha; più è grande e indifferente, più può permettersi il lusso della disobbedienza ma che naturalmente non eserciterà mai, perché non ne ha alcun motivo.

Lo scandalo non è quindi la pavidità di Banca Etica. È che esistiamo tutte e tutti in un sistema finanziario violento e coercitivo, in cui credito e mezzo di pagamento non sono beni pubblici come invece dovrebbero essere e in cui fare la cosa giusta è una facoltà riservata a chi non ha nessuna intenzione di farla. E infatti gli “investimenti” o il “risparmio” non vanno quasi mai nella cura della società, nella riorganizzazione della produzione di merci in senso armonico con la natura e il lavoro umano, ma vanno in armi, in riproduzione fittizia del capitale, in industria pesante e inquinante, in valorizzazione immobiliare che sfratta e gentrifica.

Ma proprio per questo il ragionamento non può fermarsi all’assoluzione. Se l’etica della finanza etica finisce dove comincia l’esecuzione di un non-ordine, allora quell’etica non è posseduta ma solo presa in affitto.

Un recinto costruito sul livello dei pagamenti

Christian Marazzi, in The Violence of Financial Capitalism, descrive la logica finanziaria come un dispositivo socio-economico che produce un comune e poi lo divide e lo privatizza espellendone gli abitanti, attraverso la creazione artificiale di scarsità: di mezzi, di liquidità, di diritti. Richiama esplicitamente le enclosures: la recinzione delle terre comuni in Gran Bretagna che fabbricò il proletariato moderno. E aggiunge, contro ogni lettura funzionalista, che il comune prodotto da relazioni sociali libere precede l’appropriazione capitalistica di quel comune.

Autistici/Inventati era un comune di quel tipo. Sedicimila caselle di posta, liste, server, venticinque anni di lavoro (volontario, non salariato). Non è stato espropriato sequestrando macchine né perquisendo case. È stato espropriato dagli US rendendo inutilizzabile un conto corrente in euro presso una banca italiana. Il recinto è stato costruito sul livello dei pagamenti.

Vale la pena fermarsi su questo, perché assalta il modo di ragionare che ci portiamo dietro da più di vent’anni. Abbiamo trattato la sovranità digitale e la dipendenza finanziaria primo come cose difficili e noiose e che levavano tempo e risorse ad altre battaglie e poi come due questioni distinte, affidate a competenze diverse e a militanze che si parlano poco e sostanzialmente lasciate anche solette e con poche risorse. Chi si occupava di server autogestiti non si occupava di corrispondenza bancaria, e viceversa. Il caso Autistici/Inventati mostra che sono lo stesso apparato visto da due lati: lo stato neofascista statunitense ha spento l’infrastruttura tecnica autonoma agendo sull’infrastruttura finanziaria eteronoma.

Quello che fa il Sud globale e che noi non abbiamo fatto

A questo punto arriva l’obiezione realista: e allora? Contro un dispositivo del genere non si può fare niente. Si può invece, e qualcuno lo fa lentamente e silenziosamente da un bel po’ e lo farà sempre di più.

Le grandi banche cinesi rispettano le sanzioni americane è un dato, non un’opinione, e Pignatti lo dice correttamente. Hanno filiali a New York da proteggere. Ma accanto a quelle mantengono un piccolo numero di istituti sacrificabili, che trattano solo il traffico con Iran e Russia e che, se colpiti, possono fare a meno del dollaro e dell’euro e continuare a funzionare. Nel frattempo Pechino ha costruito un proprio sistema di messaggistica e compensazione, Mosca un altro, e da quindici anni la diplomazia monetaria cinese lavora per ridurre l’esposizione alla trappola del dollaro. Il Brasile ha fatto una cosa diversa ma che nasce dalla stessa esigenza: Pix, un sistema di pagamenti istantanei interno che ha tolto terreno ai circuiti delle carte. E da anni si discute di collegare quei sistemi sotto l’egida dei BRICS e della loro banca di sviluppo, anche se finora non ne è uscito granché.

Non c’è niente di eroico in tutto questo, e non è un modello politico da ammirare. È però un’architettura alternativa nascente.

E qui la nostra posizione è indifendibile, perché l’errore lo abbiamo commesso noi. Non abbiamo un’alternativa: avevamo un conto solo, in un istituto solo, di cui ci fidavamo. E la fiducia non è una strategia di ridondanza: è esattamente ciò che si fa quando si decide di non costruire l’alternativa. È evidente che banca e finanza etica non bastano e giocano troppo dentro il loro recinto.

Autonomizzarsi significa allora che forse da questa vicenda dovrebbe e potrebbe nascere un dibattito su qualcosa di molto concreto su circuiti mutualistici, casse di solidarietà, contante e, perché no, una blockchain nostra.

Non le stablecoins, che sono dollari o euro travestiti e che i loro emittenti congelano su indicazione dell’OFAC, ma un registro che ci diamo noi e dove gestiamo la nostra politica monetaria, strumenti che non transitano sui circuiti SWIFT non perché siano più puri, ma perché sono più difficili da spegnere premendo un tasto a Washington o a Bruxelles o a Roma.

Significa infrastruttura digitale sociale dei movimenti, federata anziché centralizzata, perché ciò che ha un solo punto di appoggio ha un solo punto di rottura, e vale per i server esattamente come per i conti. Significa strutture e soggetti giuridici che non collassino quando un’anagrafica viene segnalata da un software antiriciclaggio o da un/a mentecatto/a al potere. E significa, soprattutto, farlo adesso, mentre non serve, perché quando serve è sempre troppo tardi.

Nessuno verrà a difenderci

Gli Stati Uniti sono comunque sempre di più un impero senza credito: la maggiore potenza mondiale che è anche il maggiore debitore mondiale e paga interessi sempre più alti. Che pena prendersela con un collettivo come A/I. Terroristi globali! Censura politica e coercizione della finanza come strategie di sopravvivenza al suo inesorabile declino finanziarizzato. Ma il suo potere ha spento le nostre caselle di posta non con la forza. L’ha fatto perché i pagamenti di tutti, anche se non siamo negli US e paghiamo in euro, passano da lì, e perché quella dipendenza nessuno l’ha mai scelta deliberatamente, ci siamo semplicemente svegliati dentro.

Ma che pena pure l’Europa. Banca Etica ha chiesto pubblicamente risposte urgenti, dopo essersi rivolta all’ABI, ad Assopopolari e al Ministero dell’economia. Non ne sono arrivate. Il governo italiano, che si dice patriota, non ha speso una parola su un’amministrazione straniera che spegne un’infrastruttura in Italia e congela un conto in euro presso una banca italiana. L’Unione dispone dello strumento che servirebbe, il regolamento contro l’extraterritorialità delle leggi altrui, ma il suo allegato copre soltanto Cuba e Iran e nessuno ha proposto di estenderlo. A Bruxelles il caso è arrivato solo per iniziativa parlamentare: Brando Benifei e il gruppo S&D hanno chiesto alla Commissione come intenda difendere l’autonomia normativa europea e le infrastrutture digitali dalle sanzioni extraterritoriali. E che schifo l’Italia: nella stessa settimana Fratelli d’Italia ne ha depositata una di segno opposto: non sull’ingerenza americana, ma sui presunti rapporti fra un funzionario della Commissione e il collettivo, annunciando insieme un esposto alla procura di Pisa.

Ecco il punto da non lasciarsi sfuggire: davanti a un atto di ingerenza straniera il partito di governo non è stato semplicemente assente, si è messo in fila dalla parte di chi colpiva.

Questa vicenda non è un caso isolato ma l’ultimo anello di una catena che conosciamo bene. Da anni la repressione dei movimenti ha cambiato strumento: meno manganello e più bilancio. Processi che chi li subisce si dissangua in spese legali e anni di vita; risarcimenti e multe calibrate per svuotare le casse di persone precarie e realtà che vivono di autofinanziamento; sgomberi che cancellano in una mattina spazi costruiti con la fatica di decenni e adesso la designazione globale, che non ha bisogno nemmeno di un giudice e spegne un’infrastruttura da diecimila chilometri di distanza. La logica è colpire la possibilità materiale di continuare. È esattamente per questo che l’unica risposta è la mobilitazione e la costruzione di autonomia e difendere Autistici/Inventati non è un gesto di solidarietà verso qualcun altro. Il prossimo elenco riguarda tutte e tutti noi.

Immagine di copertina del sit-in di A/I a cura della redazione di Dinamopress

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