ITALIA
Le mille vie dello sciopero. Appunti sul 30 ottobre a Roma
Lo sciopero dei sindacati conflittuali del 30 ottobre ha portato in piazza una composizione ampia e plurale. Come interrogare i suoi tratti e la sua portata senza ricondurla al già noto? Appunti sulla mobilitazione di venerdì e sulle domande che apre, in vista delle decisive piazze di novembre
Che cosa avranno pensato lə turistə affacciatə dalle balaustre del Colosseo per vedere il lungo serpentone scivolare verso il Circo Massimo? Il colpo d’occhio sarà stato notevole: un flusso di persone imponente e caotico. Scorreva via dopo la fine ufficiale del corteo, diretto verso quella che doveva essere la nuova conclusione, conquistata con i numeri – Piramide – ma che si è rivelata un’ulteriore tappa di una giornata lunghissima. Se dall’alto il dato quantitativo sarà stato impressionante, è la dimensione qualitativa a suggestionare e interrogare chi lo ha attraversato.
Uno sciopero con i fiocchi
L’atmosfera di piazza Gaza – com’è stata rinominata piazza dei Cinquecento durante e dopo il presidio permanente in solidarietà con la Palestina e la Global Sumud Flotilla – già prima dell’orario di convocazione era quella delle grandi occasioni. L’aria ancora fresca del mattino accoglieva le persone in arrivo, alla spicciolata o nei numerosi precortei partiti dalle scuole e da molte zone della città, da Ostia a Pietralata, dal Tufello a largo Preneste passando per Roma sud. La partecipazione allo sciopero dei sindacati conflittuali ha assunto proporzioni imprevedibili fino a poche settimane prima. Soprattutto, la giornata è stata attraversata dal protagonismo di una galassia di persone ampia e in parte indecifrabile, ben oltre lə lavoratorə con diritto allo sciopero. Per gran parte della giornata, il corteo è stato uno di quelli in cui la testa non riusciva neanche a percepire dove fosse la coda – e viceversa – e chi si trovava in mezzo aveva la sensazione di essere immerso in un grande fiume senza argini.
Un altro dato che restituisce la portata della giornata è la sua durata e le fluttuazioni della temperatura e della luce. Felpe tolte e poi rimesse; giacchini che saltano fuori e poi si reimmergono negli zaini; occhiali da sole indossati e poi riposti. Dalle 9 del mattino – ora dei concentramenti territoriali, poi confluiti a Piazza Gaza — fino a tarda sera, il sole è spuntato, ha scaldato e poi ha ceduto lentamente il passo.
Una doppia ripartenza
Il Colosseo è stato dunque il primo luogo d’arrivo del grande corteo, con le tende montate da USB e dalle componenti studentesche in continuità con le intense lotte europee per il diritto all’abitare. Poco prima del traguardo, lo spezzone sociale – una formula-ombrello che ne restituisce solo in parte pluralità e ricchezza – ha deviato per via degli Annibaldi e ha proseguito verso Piramide. Nel mezzo, il Circo Massimo, dove è allestito il Villaggio della Difesa: a metà tra il poderoso militarismo e il grottesco. In via Claudia, intanto, diverse centinaia di studenti hanno provato un’ulteriore deviazione. Ne sono seguiti momenti di tensione con barricate, cariche e lacrimogeni da parte della polizia.
La musica techno ha accompagnato la seconda parte della giornata: dietro il camion, una composizione ampia e in parte ancora insondabile alla ricerca del proprio ritmo. L’arrivo a Piramide è sembrato il secondo, decisivo epilogo della giornata. Dal microfono V. ricordava la resistenza di Porta San Paolo; rigurgito antifascista sembrava segnare l’arrivederci collettivo. Poi l’energia ha ricominciato a circolare. Per quanto la retorica della spontaneità sia insidiosa, la rimessa in moto del corteo attraverso Testaccio sembra rispondere più a questa eccedenza di energia che al desiderio militante.
Epifania di un nuovo soggetto?
Molto si è parlato, nelle ultime settimane, delle caratteristiche potenzialmente nuove delle piazze. L’ipotesi – suggestiva ma ancora da esplorare – è quella dell’emergere di soggettività con caratteristiche almeno parzialmente inedite. L’immagine del tappo saltato è tra le più utilizzate. Come provare ad afferrare i tratti della nuova composizione? E, ancora prima: siamo effettivamente davanti a una novità? Di quale portata?
Le classificazioni – tanto sociologiche quanto politiche – vanno maneggiate con cautela. Il rischio, più o meno consapevole, è quello di incasellare le novità nelle griglie interpretative più comode. Il pericolo è duplice: investe tanto l’incasellatə che l’incasellantə. Allo stesso tempo, vale la pena provare a sondare questa ipotesi. A patto che a guidare il processo sia la disponibilità a lasciarsi sorprendere e, insieme, a mettere in discussione una certa tendenza – a volte anche militante – a ricondurre ciò che si osserva al già noto o all’auspicato.
A sera, dopo l’arrivo davanti al Ministero dell’Istruzione, l’eterogeneità di questa composizione è stata, per un breve momento, plasticamente visibile. Nello spazio di pochi metri quadrati convivevano un tricolore al vento e una danzatrice bardata. A fare da cornice, un insolito fitto dialogo disteso tra manifestanti e poliziotti schierati. Le ultime note techno – portate in giro da una cargo bike – si sovrapponevano a quelle di un trombone spuntato da chissà dove. Tra le due sonorità provava a farsi largo la voce di un megafono: una bozza di assemblea davanti agli scudi, con le persone più vicine che applaudivano convintamente ogni intervento e quelle poco più indietro non riuscivano a cogliere nulla.
La galassia larga – ben oltre il perimetro delle persone militanti e del giro largo e larghissimo – è un punto di partenza. La tendenza a definire può diventare una scorciatoia insidiosa; ma lasciare ad altrə il compito di nominare e descrivere questo movimento è un rischio altrettanto grande. Media e politica istituzionale sono già al lavoro. Anche da dentro, allora, vale la pena battere un colpo, con le giuste formule e ogni cautela possibile. È forse tempo di chiedersi ad alta voce quali sono i tratti in comune e quali le discontinuità rispetto alla moltitudine che si è mobilitata con la Palestina l’autunno precedente. E ancora: con quale processo questo movimento può imparare a riconoscersi senza chiudersi in un’identità prefabbricata? Intorno a quali parole d’ordine può crescere dal punto di vista estensivo e intensivo? Può provare a darsi un nome, prima che siano inevitabilmente altrə a farlo?
La giornata si è conclusa a tarda sera con l’accerchiamento in piazza Albania: centinaia di persone sono state bloccate e identificate; alcune sono state fermate e accompagnate in questura. È anche nella scelta di restare in strada fino a tardi, ben oltre la conclusione prevista del corteo, che si misura l’ampiezza della disponibilità emersa in piazza, una costante di questa lunghissima giornata. Nelle settimane precedenti si era respirata la stessa atmosfera. Quale forma può assumere? Cosa fare per alimentarla in modo creativo e non didascalico? Intorno a quali pratiche può continuare ad addensarsi? Molte domande restano aperte. La sera scorre via, il vento è calmo e il freddo non punge. Novembre è alle porte. Molta è la curiosità e la fiducia per le settimane che si aprono davanti.
La foto di copertina è di Marta D’Avanzo
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