ITALIA

Il 12 giugno si sciopera nella cultura e negli appalti

Il 12 giugno è stato indetto uno sciopero sia nel settore della cultura che degli appalti, abbiamo intervistato Tiziano Trobia delle Clap per capire meglio obiettivi, richieste e forme di organizzazione di queste mobilitazioni

Il 12 giugno sono stati indetti due scioperi, uno nel settore della cultura e uno negli appalti: quali sono le ragioni che hanno portato a questa doppia mobilitazione? E in che modo le due vertenze si intrecciano?

Il 12 giugno ci sono queste due mobilitazioni. Entrambe nascono da percorsi autonomi che sono stati organizzati in mesi di assemblee, incontri, dibattiti, e tanto lavoro dal basso. Entrambi gli scioperi sono il 12 giugno anche a causa delle strettoie che sono costruite dalla legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali (legge 146/1990) applicabile a tutti e due i settori. Secondo noi, che questi due scioperi siano lo stesso giorno è anche positivo perché le vertenze ovviamente si intrecciano. All’interno del mondo della cultura – un mondo molto largo – ci sono tantissime lavoratrici e lavoratori in appalto, e gli appalti appunto sono un problema che riguarda tutti i settori, e quindi riuscire a costruire una mobilitazione con una copertura più ampia e che permetta anche a forme di sfruttamento e di priorità differenti di parlarsi, di parlare, di essere visibili, di comunicare, ci sembra molto importante. 

Quindi sono percorsi che sono nati in maniera autonoma, ma come Clap e rete intersindacale seguiamo entrambe le vertenze e quindi abbiamo deciso di investire in questa giornata affinché sia un momento che faccia parlare i settori più sfruttati e più in difficoltà. Aggiungo, per le Clap è anche importante provare ad affermare una questione di cultura sindacale: piuttosto che organizzare scioperi generali rituali, è importante provare ad organizzare scioperi anche pluri-settoriali, all’interno dei quali però è possibile ristabilire rapporti di forza, e costruire mobilitazioni e scioperi che possano essere effettivamente efficaci. 

Lo sciopero della cultura arriva al termine di un percorso di oltre un anno e coinvolge sia sindacati di base sia la CGIL, con una mobilitazione diffusa su tutto il territorio nazionale. Quali sono le principali rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori del settore? E quali criticità strutturali emergono oggi nel mondo della produzione culturale?

Affermare di poter scioperare dentro il mondo della cultura, dentro un settore in cui è molto difficile scioperare in maniera classica, è già un passo fondamentale. Anche perché spesso chi lavora all’interno del mondo della cultura, largamente inteso, si trova dentro situazioni di autosfruttamento, o comunque in situazioni in cui è difficile anche solo far riconoscere che si tratta di lavoro a tutti gli effetti, soprattutto nel comparto più legato alla produzione artistica.

Quindi già dire che in quella giornata bisogna scioperare nel settore della cultura è una grande novità e la costruzione che ci ha portato a questa giornata è la cosa che ci interessa di più. Le rivendicazioni sono molte e sono state volutamente tenute larghe perché deve essere una giornata in cui il lavoro della cultura parla di sé. Quindi ovviamente ci sono le questioni salariali, anche perché ci sono alcuni tavoli aperti per il rinnovo dei contratti collettivi e la questione salariale è da mettere al centro, ma anche diritti e welfare universale in un settore che è strutturalmente intermittente e precario e che quindi ha bisogno di garanzie. 

La dignità, che passa per i salari, la lotta alle false partite IVA, utilizzate come strumento di precarizzazione e abbassamento dei salari, e all’interno di questo c’è ad esempio il sistema degli appalti da superare, e qui le due mobilitazioni si intrecciano. Ma c’è anche la questione del riconoscimento del lavoro culturale, la regolamentazione del volontariato e degli stage negli ambiti culturali che sono molto presenti e abbassano le condizioni e i diritti sul lavoro, la salute psicofisica perché sono lavori molto spesso stressanti, a volte anche pericolosi e bisogna intervenire assolutamente con dei protocolli su questo. 

Quindi: welfare, salario, basta alla precarietà, agli appalti, al falso lavoro autonomo e un riconoscimento della dignità del lavoro. Abbiamo messo al centro anche la questione dell’art washing, soprattutto in una fase in cui è in corso un genocidio in Palestina, e si cerca di normalizzare le politiche di guerra, l’arte non solo può e deve prendere parola, ma non si deve prestare in nessun modo a operazioni di facciata e deve rivendicare fondi alla cultura contro la guerra. 

Il 12 giugno al Teatro Palladium a Roma si terranno gli Stati Generali delle lavoratrici e dei lavoratori precari in appalto, quali sono gli obiettivi politici e organizzativi di questa giornata? E che tipo di percorso si intende costruire a partire da questo appuntamento?

Nella giornata di sciopero sugli appalti al Teatro Palladium ci sarà un’assemblea, un momento di confronto perché appunto il mondo degli appalti è molto frammentato. Gli appalti sono ovunque e nonostante tutti i lavoratori e tutte le lavoratrici si trovano di fronte a forme di sfruttamento o controparti differenti, è necessario trovare delle rivendicazioni che siano unificanti, senza far scomparire le specificità dei settori. 

Prima di tutto, l’internalizzazione, la chiusura del sistema degli appalti, in ogni caso bisogna costruire una regolamentazione, eliminare gli appalti al massimo ribasso, che riducono diritti, tutele e sicurezza. Non è un caso che moltissimi incidenti sul lavoro e morti sul lavoro si verificano dentro la gestione di appalti e subappalti, rispetto ai quali è impossibile a volte risalire la filiera e trovare dei responsabili. Bisogna avere una regolamentazione precisa del sistema degli appalti che non sia al massimo ribasso e che individui responsabilità chiare.

Inoltre, il sistema degli appalti ha modificato, da un certo punto di vista, anche l’aspetto del lavoro pubblico. Oggi esistono tantissime società in house, società in appalto che lavorano effettivamente per il pubblico, ma rispetto ai quali il pubblico non risponde in nessun modo, gli stipendi sono molto differenti rispetto all’amministrazione pubblica, e quindi lo slogan che da anni agitiamo è che “A parità di mansione, parità di salario”. Gli appalti vengono utilizzati perché sono convenienti e fanno risparmiare sul costo del lavoro, quello che va fatto è imporre che il lavoro venga pagato e tutelato esattamente nella stessa maniera di chi non lavora in appalto. 

Scioperare negli appalti e nella cultura è molto difficile perché le lavoratrici e i lavoratori sono sotto il ricatto di bassi salari e di contratti precari, come si può aderire allo sciopero? Quali azioni si possono portare avanti anche se non si aderisce formalmente allo sciopero?

Sono sicuramente settori molto complicati all’interno dei quali scioperare, molto spesso perché c’è una legge sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali, che è di fatto una legge antisciopero, ma anche perché sono lavori in cui si è fortemente ricattabili, a volte si è anche soli/e, con pochi dipendenti all’interno del luogo di lavoro, e quindi è molto difficile scioperare. Addirittura nella cultura a volte quando si sciopera si fa un danno solo a sé stessi, pensiamo, ad esempio, agli spettacoli di piccole compagnie. 

Quindi è un settore molto difficile, ma vanno fatte due cose, e vanno fatte contemporaneamente. La prima è comunque scioperare. Lì dove è possibile esercitare il diritto di sciopero e l’astensione dal lavoro è una cosa fondamentale, perché molto spesso questi ricatti, questi livelli di pressione, si reggono anche sul fatto che poi c’è un rallentamento, un passo indietro, lo sciopero non si fa mai. Bisogna costruire dei livelli di conflitto all’interno dei posti di lavoro che passano anche per l’esercizio di un diritto che è costituzionalmente garantito come lo sciopero. 

La seconda è moltiplicare le azioni dentro e oltre lo sciopero, proprio perché sappiamo che è difficile in particolare nella cultura. Quando parliamo di laboratorio parliamo proprio di questo. Quindi il 12 ci saranno molte forme per partecipare allo sciopero, che possono essere letture di comunicati dai palchi, fotografie in cui si mostrano cartelli, parole d’ordine da fare girare nei luoghi della cultura, dentro i musei, dentro gli scavi archeologici. A Roma, ma anche in altre città, in realtà ci sono due appuntamenti, uno mattutino e uno nel pomeriggio, di piazza e di presidio. Proprio per permettere la partecipazione in diversi momenti della giornata. E soprattutto pensare al 12 come un punto di partenza. 

Lo è sicuramente per gli appalti, per una campagna che probabilmente passerà anche attraverso la proposta di una legge d’iniziativa popolare per l’eliminazione degli appalti. Ma lo è anche per la cultura, perché serve molta strada per organizzare un blocco del lavoro quotidiano nel settore della cultura. 

Ma credo che questa sfida serva anche alle organizzazioni sindacali perché sono costrette a misurarsi con dei settori che non hanno la possibilità di esercitare classicamente gli strumenti a nostra disposizione. Per questo da tempo parliamo di sciopero sociale, per questo da tempo pensiamo che intrecciare le lotte non sia soltanto un desiderio teorico, ma sia la possibilità di avere rapporti di forza anche maggiori. Per questo pensiamo che bisogna sindacalizzarsi e diffondere gli strumenti sindacali che significa iscriversi a un sindacato, ma anche formarsi, conoscere i propri diritti, riuscire davvero a costruire una cassetta degli attrezzi sindacali diffusa e in mano a tutte le lavoratrici e i lavoratori. E questo non vale solo per questi due settori ma nel mondo del lavoro in generale.

La copertina è di Gabriele Campanale

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