approfondimenti
EUROPA
Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
The lesson was Srebrenica, the test is Gaza, si legge su un muro a Mostar. Qual è il ruolo della memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, senza il sollievo della farsa?
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza.
In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica.
Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, senza il sollievo della farsa?

È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba.
Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, ad oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole.
Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante.
A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale.
Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta.
Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia.

Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì, e passa tanto per Srebrenica.
La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento?
A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento.

Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita.
Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. “Quando passa un gruppo numeroso di persone” spiega R., “un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari”. I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. “Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?” È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza.
Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi?
Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica.
Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice
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