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EUROPA

Violenza a Belfast: tra ultradestra, Brexit e autorganizzazione dal basso della società

I riot contro la popolazione migrante di Belfast condensano assieme tratti tipici della nostra epoca, come la manipolazione di influencer di estrema destra sui social, con il tessuto sociale nord irlandese. In quei territori la violenza paramilitarista è un ricordo recente mentre l’isola è messa alla prova dalla Brexit e da prospettive possibili di riunificazione. Intervista a Teresa Degenhardt, criminologa e attivista antirazzista

Teresa Degenhardt criminologa e attivista antirazzista, insegna alla Queen’s University Belfast, dove si occupa di studi critici sulla sicurezza, polizia e politiche migratorie. L’intervista è stata realizzata il 19 giugno 2026.

Come possiamo leggere questi eventi oltre il racconto superficiale fatto dai giornali italiani? Qual è il significato dell’uso del termine “pogrom” per qualificare quanto accaduto?

Sicuramente i fatti di questi giorni non possono non essere inseriti in un complicato contesto locale di società post-conflitto, ma mostrano secondo me anche alcuni caratteri tipici delle società contemporanee, che non sono esclusivi di questa parte del mondo.

Dunque, prima i fatti. La sera dell’8 giugno un uomo assale un altro individuo nella parte nord della città. Interviene una persona con una mazza da hurling (sport tipico irlandese) per fermare l’assalitore, colpendolo alla testa e salvando la vittima. Poco dopo arriva la polizia che arresta l’assalitore. Il video dell’accoltellamento è particolarmente sanguinoso e viene fatto circolare sui social media da vari account. Immediatamente seguono commenti sulla barbarie dell’evento: si dice che si sia trattato di un tentativo di decapitazione, mentre alcuni politici dell’estrema destra locale sostengono che sia il segno della presenza di una “alien culture” nella nostra società. Altri politici chiedono che la gente non guardi il video né lo condivida, anche in segno di rispetto per la vittima e la sua famiglia, ma questo viene girato dagli account della estrema destra inglese – come quello di Tommy Robinson, fondatore della English Defense League, e da Elon Musk. La gran parte dei politici, dopo la condanna dell’evento, invita a mantenere la calma.

Il tutto avviene pochi giorni dopo che la sentenza di un altro caso di criminalità in Inghilterra aveva alimentato proteste violente contro la polizia a Southampton, infiammate dalle parole del leader di Reform, Nigel Farage. In quella occasione, in seguito all’omicidio di Henry Novak da parte di un cittadino britannico di religione sikh, Vickrum Digwa, Farage aveva invitato la popolazione a manifestare la propria “pura rabbia” contro un sistema di polizia discriminatorio contro i bianchi (two-tier policing), replicando uno degli slogan usati da Musk su X.

A quell’evento, i fatti di Belfast fanno, in qualche modo, da risonanza nella strategia della paura avanzata dalla destra transnazionale. A poco sono serviti gli inviti a ridimensionare gli eventi sulla base dei fatti: cioè che Vikrum è cittadino britannico e che la polizia arresta in media più persone nere che bianche. O ancora, che Belfast non è affatto una città estranea a crimini violenti: solo poche settimane prima, infatti, a Belfast era accaduto un altro feroce accoltellamento, quello di Natalie McNelly da parte del suo ex-fidanzato, che però non aveva certo suscitato né proteste né lo stesso livello di rabbia e indignazione, nonostante la donna fosse addirittura incinta.

L’accoltellamento dell’8 giugno viene immediatamente inserito nel dibattito securitario sulla immigrazione. Si sostiene che l’episodio riveli qualcosa di fondamentalmente sbagliato nel sistema di controllo dei confini. Rappresentanti del Democratic Unionist Party intimano alla polizia di rendere pubblici “i fatti”, ovvero la nazionalità dell’uomo e la sua condizione giuridica, cioè se fosse un migrante “legale” o “illegale”. Emerge che si tratta di un rifugiato proveniente dal Sudan e, nonostante sia un rifugiato considerato “legittimo”, l’evento è utilizzato per confermare la narrazione sulla pericolosità dei migranti e la tendenza al crimine persino dei richiedenti asilo, a loro volta criminalizzati a livello legislativo dall’Illegal Migration Act del 2023.

Il mattino seguente, il 9 giugno gira nelle chat del sindacato universitario locale un post che avvisa della mobilitazione contro l’immigrazione che si terrà la sera stessa e si invitano gli studenti internazionali a stare al sicuro. L’informazione è incollata su un leak di un altro post che costituisce una vera e propria “chiamata alle armi” di tutti i ragazzi dai 18 anni in su, cui si dice di vestirsi di nero e prepararsi a «combattere o essere arrestati». Lo stesso post contiene una lista di indirizzi a cui trovarsi alle 19 dello stesso giorno e intima ai negozi di chiudere alle 17.30. Un altro post afferma che «every brown person is a target».

La sera del 9 giugno, centinaia di ragazzi vestiti di nero con il volto coperto danno fuoco ad alcune case nell’Est e Nord di Belfast al grido di “fuori gli stranieri!”. Brucia anche il Glider, ultimo modello di autobus elettrico, che aveva suscitato non poco entusiasmo locale, visto che collegava per la prima volta zone della città tradizionalmente segregate durante il conflitto. Nei video si vedono i soliti cassonetti dati alle fiamme, immagini in un certo senso tipiche di Belfast, e il lancio di bombe molotov da parte di ragazzi. Uno di loro finisce persino per bruciarsi un braccio mentre ne lancia una: forse un segnale dell’improvvisazione e dell’inesperienza delle nuove generazioni. Si vedono anche video di checkpoints informali in cui alcuni uomini fermano le auto per strada e chiedono l’origine di passeggeri e conducenti. È una vera e propria caccia allo straniero, che sembra materializzare tragicamente i graffiti spesso apposti sulle case dei migranti: locals only. La polizia non interviene, se non per scortare le persone al sicuro dalle fiamme. Gira voce che abbia ricevuto l’ordine di agire soltanto ove vi sia un concreto rischio per la vita delle persone, anche perché gli agenti a disposizione sarebbero troppo pochi.

Il giorno seguente, nonostante la condanna unanime della politica, alcuni politici tornano su temi ormai sdoganati: quelli dei “legitimate concerns” della gente che agisce la violenza, e della “alien culture“, un paradigma discorsivo ormai affermato in Gran Bretagna. Altri politici e giornalisti di sinistra parlano, invece, di pogrom. Questo termine, che indica la distruzione massiva organizzata contro gruppi razzializzati, è usato per stigmatizzare l’accaduto. Le violenze del 9 giugno e dei giorni successivi sono state circoscritta ad alcune zone lealiste e proletarie di Belfast e le persone coinvolte erano alcune centinaia. Tuttavia, la loro organizzazione in squadre punitive che, mascherate, agiscono nella notte per dare fuoco alle case in cui vivono i migranti appare come un minaccioso ritorno a un passato oscuro (86 famiglie sono state colpite da questa violenza).

Dal modo in cui queste persone sono state chiamate all’azione emerge, infatti, un certo livello di organizzazione, che molti hanno segnalato come tipico dei gruppi paramilitari. Le minacce ai giornalisti sul posto, l’intimazione a chiudere rivolta ai negozi, le liste di indirizzi di case a occupazione multipla (HMO), spesso usate dai migranti, e quindi individuate come obiettivi sui social, sembrano non lasciare dubbi.

In fin dei conti, nulla accade in queste zone senza che i paramilitari lealisti lo permettano. Nonostante la pace sia stata firmata nel lontano 1998, infatti, l’Irlanda del Nord presenta ancora aree in cui i paramilitari controllano di fatto il territorio, esercitando un forte potere coercitivo sulle persone.

I fatti del 9 giugno vengono definiti “pogrom” da giornalisti e politici di sinistra locali, per evidenziare il carattere organizzato e distruttivo della violenza contro gruppi minoritari, accomunati dal loro essere stranieri e dal loro “non appartenere” su basi razziali e dall’essere accusati di competere a livello economico con i locali. La sola consolazione è che – almeno per ora – non ci sono stati quei massacri che storicamente caratterizzano i pogrom. Tuttavia, il loro carattere organizzativo e distruttivo non può non rimandare ai pogrom contro gli ebrei.

Già nel giugno 2025, a Ballymena, una cittadina vicino Belfast, si erano registrati attacchi contro abitazioni e attività commerciali di cittadini romeni, a seguito di un caso di cronaca non dissimile a quello dell’8 giugno. Al di là dei singoli episodi, quali sono i fattori che alimentano queste esplosioni di violenza contro i migranti? E quale ruolo svolge l’estrema destra nord-irlandese (e non solo) nel mobilitare il razzismo?

Sì, non è la prima volta che in Irlanda del Nord si verificano manifestazioni anti-migranti e aggressioni contro le comunità razzializzate. Solo pochi giorni prima di queste violenze era stato dato alle fiamme un supermercato asiatico che stava per aprire sulla Shankill Road, roccaforte lealista di Belfast, nota per i trascorsi violenti durante il conflitto. Non è questo neppure il primo negozio di proprietà di persone con storie migranti a venire distrutto dal fuoco in questi ultimi anni. È dal 2023 che questo tipo di attacchi è più frequente. Nel 2024, furono incendiati numerosi negozi e case di musulmani. In tale occasione perfino le Nazioni Unite e la Commissione contro il razzismo del Consiglio Europeo espressero preoccupazione rispetto al coinvolgimento dei paramilitari nella violenza razzista (CAJ, 2025). Poi, nel giugno 2025, si verifica l’episodio di Ballymena, a cui fai riferimento, innescato anche questa volta da una notizia di cronaca locale.

Rispetto al passato, penso che sia forse nuovo l’uso strumentale a livello transnazionale dei fatti criminali come elementi detonatori della violenza, quale parte della più ampia strategia della destra transnazionale attuale, sempre più collegata across borders tramite i social. Il crimine è usato per l’intensità emotiva che suscita, che permette sia di alimentare la paura che di legittimare una risposta aggressiva. Sulla base dell’identificazione con la vittima si muove la rabbia verso l’autore del reato, che in taluni casi e contesti culturali può essere facilmente mobilitato per punire collettivamente una intera comunità, vista come responsabile sulla base dell’appartenenza etnica. Come dice Sarah Ahmed, le emozioni possono funzionare da potenti giustificazioni e strumenti di persuasione. Parole come “crimine” mobilitano la rabbia e un senso di giustizia che sono incanalati in modi diversi a seconda della cultura e delle istituzioni del luogo.

In Nord Irlanda, dove esiste una storia di conflitto e dove i paramilitari hanno spesso operato forme di giustizia informale tramite la violenza, la tattica della destra transnazionale incontra terreno fertile.

Le recenti manifestazioni di violenza nelle strade si instaurano su di una antica storia di intimidazioni: gli attacchi alle case con le molotov, i vetri rotti, le auto distrutte e i graffiti intimidatori sono tutte pratiche consolidate negli anni del conflitto contro la popolazione irlandese-cattolica, e che servivano a garantire che interi quartieri restassero abitati esclusivamente dai protestanti. Da quasi 20 anni però queste pratiche sono usate contro la popolazione migrante, seppure in forma episodica. Se in passato le intimidazioni verso la popolazione cattolica erano accompagnate da manifestazioni di dominio del territorio, come l’affissione delle bandiere sui lampioni, i murales, le marce dell’Orange Order e le celebrazioni del 12 luglio per la battaglia del Boyne, in cui si davano alle fiamme simboli cattolici e irlandesi, oggi, al posto dei simboli anti-cattolici, in cima ai falò sono comparse rappresentazioni di barche con migranti, e lo slogan «stop the boats», riferito agli attraversamenti della Manica, è sempre più diffuso. Pochi giorni fa il TUV ha promosso un cartoon che rappresenta una nuova interpretazione locale di questo slogan, dimostrando la loro inclinazione razzista.

Foto di Chris Downer in Creative Common Licence

Come ricordavi, a Ballymena, esattamente un anno fa, la notizia dell’accusa a due giovani di origine Rom e nazionalità rumena di violenza sessuale su di una ragazza aveva innescato una campagna violenta di attacchi alle case dei migranti. Le azioni erano giustificate dal classico paradigma della difesa delle donne locali dagli uomini razzializzati, secondo una logica tipicamente patriarcale di protezione della donna da parte del maschio. Anche in questa occasione si era osservato come tale violenza razzista avesse poco a che vedere con la protezione delle donne: quasi il 25% di coloro che in quell’occasione furono arrestati risultarono accusati di violenza domestica (Butterly e Murrary, 2026). Le violenze manifestavano, quindi, più che altro una cultura patriarcale e machista che vede le donne come terreno di conquista o “bene” da proteggere: ovvero, un altro dei paradigmi cari alla destra transnazionale.

Come detto, gran parte delle violenze razziste si verifica in aree lealiste e presenta assonanze con le pratiche generalmente mobilitate dai paramilitari lealisti per rimuovere la popolazione irlandese e conquistare il territorio, in continuità con dinamiche di tipo coloniale. Tuttavia, anche a Belfast Ovest, tradizionalmente enclave cattolica e repubblicana, si sono verificati di recente episodi di razzismo, anche gravi, nonostante la narrazione tradizionale tenda a promuovere un’immagine diversa: Belfast Over è, infatti, storicamente legata a posizioni anticolonialiste e antirazziste. Ne sono conferma i murales sul celebre International Wall, che raffigurano figure come Nelson Mandela, Che Guevara, Öcalan, e collegano oggi esplicitamente la lotta irlandese a quella palestinese, con le rappresentazioni di Heba Zaqut e la poesia di Refaat Alareer, If I must die.

Va detto anche che a Belfast ovest esiste uno sforzo chiaro da parte dei leader politici repubblicani ad arginare le narrazioni razziste. L’area repubblicana ha per esempio contribuito agli sforzi in sostegno dei migranti attaccati nelle notti seguenti l’8 giugno, unendosi alla campagna di solidarietà promossa da Anaka. Inoltre, una manifestazione è stata indetta davanti all’International Wall, rigettando chiaramente le speculazioni rispetto a una possibile unità tra forze un tempo nemiche contro i migranti. Rispetto a questo, alcuni studi confermano che i meme e le foto che girarono in seguito alle proteste dell’agosto 2024, raffiguranti il tricolore irlandese accanto alla bandiera britannica, siano stati veicolati soprattutto dalla destra dell’Irlanda del Sud o dalla Gran Bretagna (CAJ, 2025).

È importante ribadire che i video e le foto sull’accoltellamento del 8 giugno sono state fatte circolare da personaggi come Tommy Robinson ed Elon Musk. Solo pochi mesi prima, quest’ultimo era apparso in videocollegamento alla più grande manifestazione della destra inglese di sempre, indetta da Robinson. In quell’occasione, Musk aveva usato parole infiammatorie, come «Whether you choose violence or not, violence is coming to you. You either fight back or you die». I temi che accomunano Musk e Robinson sono l’anti-immigrazione e la rivendicazione di una maschilità suprematista, occidentale e bianca. Divenuti popolari dopo l’11 settembre nel contesto della guerra al terrorismo, questi discorsi sono però oggi propri di una destra più estrema che attacca direttamente le istituzioni e capace di spostare a destra anche i partiti conservatori istituzionali. Ribaltando le narrazioni della sinistra, questa destra sostiene che la polizia discrimini le popolazioni bianche, nonostante i numeri dicano l’opposto e, usando l’IA per contraffare foto, statistiche e perfino l’arte di Banksy, produce un senso della realtà completamente distorto (per esempio, da Black Lives Matter a White Lives Matter). In Gran Bretagna, inoltre, Musk alimenta questa deriva a destra, avallando sempre di più il rivale di Nigel Farage, Rupert Lowe, del partito Restore UK. Il risultato è che Farage ha di recente assunto posizioni ancora più radicali, finendo addirittura per attaccare la polizia, oltre che i soliti giornali e il governo.

Rispetto ai fattori strutturali che alimentano l’odio anti-migranti, Richard Seymour (Disaster Nationalism, 2024) sostiene come la questione economica non possa spiegare fino in fondo questo appello alla nazione.

Sarebbe piuttosto la caduta del privilegio di distinzione razziale, che la nazione e le forme economiche nazionali contribuivano a garantire, insieme al progressivo logoramento della capacità di spesa e di consumo della piccola borghesia e delle classi tradizionalmente più agiate, a seguito della crisi finanziaria del 2008 su cui si innesta l’attuale periodo di stagnazione economica.

Di fronte alla neoliberizzazione dell’economia e all’evidente espansione delle strutture economiche globali, le distinzioni di classe, razza e di genere sostenute dagli stati non riescono più a costituire un vantaggio sufficientemente stabile da resistere alle costrizioni che i regimi di lavoro contemporanei impongono senza restituire alcun beneficio proporzionato.

Il risentimento prodotto dalle attuali forme di organizzazione capitalistica, non sostenute da vantaggi economici o di distinzione, ma anzi acuito dalla paura per un futuro incerto – con una crisi ambientale avanzata e il consolidarsi di nuove infrastrutture tecnologiche – si manifesta così in vere e proprie pratiche di umiliazione verso popolazioni vulnerabili, esprimendo ansie economiche, esistenziali ed etniche.

Tra le conseguenze della Brexit vi è stata la riapertura del dibattito intorno al confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, il solo confine terrestre tra Regno Unito e Unione Europea. Che impatto hanno avuto questi temi sul dibattito pubblico nordirlandese? E, più in generale, in che modo la Brexit ha contribuito ad alimentare sentimenti anti-migranti e posizioni razziste nella società nordirlandese?

Non vi è dubbio che la Brexit abbia contribuito ad alimentare posizioni razziste nella società, non solo attraverso le politiche dei partiti di destra che l’hanno promossa nel Regno Unito, ma anche tramite le politiche e le misure legislative che sempre più criminalizzano la migrazione, come l’“hostile environment”, introdotto da Theresa May, con l’Immigration Act del 2014. L’“hostile environment” ha però anche mostrato gli effetti distorti di queste politiche, con lo scandalo della Windrush generation per cui numerose persone furono erroneamente deportate sulla base del colore della pelle e di una sistematica ignoranza rispetto alla storia di “importazione” di forza lavoro dai Caraibi dopo la seconda guerra mondiale. Com’era per certi versi prevedibile, inoltre, la chiusura ai migranti europei ha comportato una maggiore dipendenza da lavoratori provenienti da Asia e Africa, soprattutto in settori chiave come il servizio sanitario nazionale, con un effetto contraddittorio rispetto agli slogan dei promotori della Brexit sul controllo dei confini. Inoltre, la fine del “regime di Dublino” ha creato ulteriori difficoltà operative nella gestione dei flussi migratori, non potendo più per il governo fare affidamento sui precedenti accordi europei.

Subito dopo la Brexit si sono manifestati gli effetti negativi sul mercato del lavoro britannico del nuovo regime di esclusione degli europei. Risvolti economici negativi che si sentono ancora oggi in diversi settori. In Nord Irlanda questa sconnessione tra voto pro-Brexit e interessi dei cittadini appare ancora più evidente, almeno per quel che riguarda i partiti tradizionalmente lealisti che avevano sostenuto il referendum, senza anticipare le difficolta che avrebbe comportato al processo di pace. Tuttavia, bisogna ricordare che al referendum del 2016, in Nord Irlanda il Remain vinse con il 56% dei voti. Il Nord Irlanda è una società di recente immigrazione – frutto della estensione al mercato europeo del 2004-2007 e dei recenti arrivi di rifugiati provenienti dalle zone di conflitto. Le violenze contro i gruppi e le persone razzializzati non sono necessariamente legate alla Brexit. Esistevano anche prima, seppure sotto il livello di soglia dell’attenzione internazionale. La differenza è che ora i sommovimenti sono appunto sostenuti anche da influenti forze esterne.

L’area metropolitana di Belfast

Belfast è stata a lungo uno degli epicentri dei cosiddetti Troubles, il conflitto civile che ha opposto per decenni la comunità cattolica, nazionalista e repubblicana, alla comunità protestante, unionista e lealista. Resta oggi aperta la questione del futuro dell’Irlanda del Nord e di una possibile riunificazione dell’isola. Come si intrecciano il presente coloniale e le divisioni che tuttora attraversano la società nord-irlandese, con le sommosse anti-migranti degli ultimi anni?

Come ti dicevo, la fase di riduzione della violenza del conflitto, che tuttavia non possiamo dare per assodata, è stata messa in crisi dalla Brexit. Se prima il discorso dei confini e dell’appartenenza nazionale tra le due isole era passato in secondo piano grazie all’inclusione nell’Unione Europea, sia della Repubblica d’Irlanda sia del Regno Unito, la Brexit ha rimesso tutto in discussione, incluso il complesso e imperfetto processo di pace consolidato nel Good Friday/Belfast Agreement del 1998. Anche qui, la fase di trattative che ne è seguita meriterebbe un approfondimento troppo ampio per essere affrontato in questa sede, così come la storia del confine, che in un passato non tanto remoto è stato al tempo stesso un confine militarizzato, un’area ad alto tasso di violenza ma attraversata da numerosi traffici. Mi limito però ricordare che lo scardinamento degli equilibri della pace riporta in primo piano l’instabilità e la fragilità dello stato nordirlandese, insieme al rinnovato ruolo delle bande paramilitari, sia lealiste, spesso coinvolte in traffici illegali di droga, sia dei repubblicani dissidenti, insoddisfatti dall’accordo di pace e dalla posizione attuale del Sinn Féin. La questione del confine, politicamente sensibile e storicamente complessa da gestire, è considerata ovviamente problematica da gran parte della comunità nazionalista e repubblicana. Tuttavia, il confine terrestre è anche vissuto come scomodo in termini pragmatici dalle famiglie che vivono lungo la frontiera e che conducono vite cross-border.

La Brexit riapre quindi inevitabilmente la questione dell’unità irlandese, anche per molti protestanti, che vedono nella prospettiva europea un futuro più stabile, anche in termini economici e di mobilità. La questione della colonizzazione irlandese entra così a far parte del discorso pubblico non solo in area repubblicana. Da dopo il referendum circolano sui social meme secondo cui l’obiettivo dell’unità e della completa decolonizzazione dell’isola sarebbe ora più vicino proprio grazie all’autogol del partito conservatore britannico e dei partiti unionisti locali, che avevano sostenuto la Brexit senza forse comprenderne pienamente le conseguenze in termini di ridefinizione degli accordi di pace e della questione costituzionale. Si è così giustamente tornati anche a parlare della protezione della lingua gaelica, che trova oggi una rinnovata celebrità grazie al recente successo di gruppi musicali come i Kneecap, molto popolari tra i giovani. Sono nate le prime scuole integrate e i primi gruppi di calcio gaelico a Belfast est, in zone tradizionalmente unioniste.

È in questo contesto che, dopo la Brexit, ha iniziato a emergere in modo più concreto l’ipotesi di un referendum sull’unità d’Irlanda, non più solo nel discorso politico repubblicano, ma anche in settori della comunità protestante.

Le interminabili negoziazioni post-referendum non sono riuscite tuttavia a determinare un regime chiaro per alcune questioni urgenti in materia di immigrazione, portando inevitabilmente lo Stato irlandese e quello britannico a divergere, almeno formalmente a livello legislativo, in questo particolare periodo storico: il primo ormai soggetto alle politiche europee, il secondo impegnato a dimostrare la propria distanza da esse.

Per quanto riguarda gli impatti della Brexit sulla migrazione, oltre a quelli già accennati, va considerato il regime di libero movimento legato al Common Travel Area (CTA). Questo trattato, attivo dal 1922, dopo l’indipendenza irlandese, e retaggio del regime coloniale britannico, consente a cittadini britannici e irlandesi di vivere e spostarsi senza dover mostrare documenti tra le due isole, rendendo però evidente come la razza costituisca uno dei principi cardine di questo regime di circolazione: razza sottesa al diritto di cittadinanza nel Regno Unito, grazie a una legge del 1971 che si poneva proprio come obiettivo quello di limitare l’arrivo delle popolazioni delle colonie (El-Enany, 2020).

Il risultato è un confine di fatto razzializzato: i migranti e le persone razzializzate diventano oggetto principale dei controlli. Molte persone vengono così detenute in seguito a controlli basati sulla profilazione razziale nonostante abbiano diritto a risiedere in uno dei due paesi o siano semplicemente turisti. Ma per evitare di riaprire esplicitamente il tema della securitizzazione del confine, i controlli di polizia avvengono in modo diffuso ma poco visibile: su autobus, treni, taxi, aeroporti e porti, ma anche tramite raids sui posti di lavoro, attraverso la collaborazione tra polizie e Border Force dei due paesi, nell’ambito dell’Operation Gull. I documenti vengono chiesti nonostante non siano dovuti, e spesso le forze dell’ordine usano la legge contro il terrorismo come scusa per tale richiesta.

Sull’isola d’Irlanda, la Brexit ha quindi prodotto non solo una riapertura della questione costituzionale e del processo di pace, ma anche un crescente ricorso alla profilazione razziale e l’emergere di un doppio regime di frontiera: un confine “duro” per chi è facilmente identificabile come “non locale”, e un confine “invisibile” per chi appare come appartenente alla popolazione locale.

Quali sono state le reazioni dei movimenti antirazzisti e delle realtà sociali alle violenze dei giorni scorsi? Più in generale, quali esperienze dal basso oggi a Belfast costruiscono orizzonti alternativi all’odio razziale, attraverso la solidarietà e l’alleanza con le e i migranti?

Questa è la parte più significativa di questa triste vicenda recente: la forte solidarietà mostrata dalla popolazione verso migranti e persone razzializzate. Belfast, ma anche il resto del Nord Irlanda, è una regione ricchissima di forme di azione dal basso, la cosiddetta società civile, che da sempre si è dovuta organizzare al di fuori, e talvolta, contro lo stato. Anche dopo le violenze del 2024 e 2025 erano nati gruppi di solidarietà locale per prestare assistenza ai migranti.

Dopo le immagini delle violenze del 9 giugno, si è quindi rapidamente attivata una rete di solidarietà, grazie a collegamenti preesistenti tra organizzazioni locali già impegnate sul territorio. A partire da Anaka, organizzazione di auto-aiuto e solidarietà composta principalmente da donne migranti, e in connessione con realtà come Partecipation and Practice of Rights e Community Action Tenants Union, realtà che si battono per i diritti essenziali, come quello alla casa, più di duecento persone, già nel primo giorno — e quasi cinquecento nei giorni successivi — si sono rese disponibili per offrire solidarietà. Tramite un’organizzazione logistica straordinaria e l’uso di chat online, si sono offerti e coordinati ospitalità, cibo, trasporti, assistenza e accompagnamento a chi non si sentiva sicuro a uscire di casa o era stato esposto attraverso la diffusione online dei propri indirizzi. Questa rete, composta in larga parte da donne, ha sviluppato una struttura logistica estremamente efficace, permettendo a molte persone migranti — spesso provenienti da contesti di guerra e arrivate in cerca di sicurezza — di affrontare un contesto di minaccia improvvisa difficile da comprendere. La raccolta fondi online superato le 200 mila sterline, sostenendo queste forme di cura diffusa che, per circa una settimana, hanno supportato più di duecento famiglie. In questo caso, i dispositivi di comunicazione digitali sono stati utilizzati, non come vettore di paura, ma come strumento di organizzazione solidale, evidenziandone il carattere ambivalente e la necessità di sottrarli al controllo di pochi attori. La settimana si è poi conclusa con grandi manifestazioni antirazziste davanti ai municipi di Belfast e Derry, dove migliaia di persone hanno espresso il loro rifiuto delle violenze razziste, cantando insieme lo slogan «Refugees are welcome here!».

Per molti abitanti di questa regione, infine, la guerra non è un passato del tutto chiuso, ma una presenza ancora inscritta nella memoria collettiva e nelle biografie familiari. L’esperienza dello sfollamento e della violenza è viva, così come è talvolta ancora evidente in alcuni angoli della città: murales, monumenti, e spazi urbani non completamente ricostruiti, benché sempre più rari in una Belfast che assume progressivamente un carattere multietnico. Come hanno commentato in molti, questa della solidarietà è la «nostra Belfast»-

La copertina è gentilmente offerta dalla persona intervistata

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