ITALIA
Il diritto a dis-abitare
Per molti immigrati il problema non è tanto quello di trovare un lavoro (perfino un lavoro quasi decente), ma riuscire ad affittare una casa. Così si forma uno strato di dis-abitanti, che non accedono a un requisito essenziale per una buona vita e l’integrazione
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022).
Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico.
«Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché».
A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa casa.
Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?».
Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura».
A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte».
Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti».
Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu».
Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga.
«Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso.
Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 anni.
Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto».
Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla».
A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente].
Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come.
Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere».
A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui».
Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso.
Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che posso pagare un affitto».
Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento.
Foto di copertina di Patrizia Montesanti
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