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EUROPA

Catalogna, insegnanti in sciopero contro la crisi del sistema educativo spagnolo

Proteste di massa attraversano la scuola catalana, tra rivendicazioni salariali e richiesta di più investimenti pubblici. I sindacati di base contestano un accordo separato e rilanciano la mobilitazione «non finiremo l’anno scolastico»

Nelle ultime settimane la dirigenza politica spagnola è diventata un punto di riferimento per la sinistra europea. Le dichiarazioni di Sánchez contro la guerra in Iran e il Genocidio israeliano sono state accolte da molti e molte come un grande esempio di dignità e integrità politica. Paradossalmente, sempre nel territorio spagnolo, proprio in questi anni, si sono svolti cicli di protesta che sono passati in sordina nella stampa internazionale. E una di queste è la protesta degli e delle insegnanti, principalmente in Catalogna.

Da anni l’istruzione è diventata una vera e propria “patata bollente” per i governi regionali che si sono succeduti e, ultimamente, le turbolenze si sono installate direttamente nelle aule istituzionali. Tra il personale docente si è accumulato un malessere crescente nei confronti della gestione del Dipartimento dell’Istruzione e della carenza strutturale di risorse, a fronte della crescente complessità sociale ed educativa che le e gli insegnanti incontrano quotidianamente in classe.

Se da una parte il dipartimento continua a introdurre nuovi progetti ampi e inclusivi per rispondere a una società catalana sempre più eterogenea e diversificata, cercando di trasformare la scuola in un elemento di integrazione sociale, dall’altra il finanziamento destinato alle e ai docenti e al personale educativo specializzato è andato progressivamente riducendosi. Questa dinamica ha portato a una serie di proteste iniziate già lo scorso anno, ma i primi mesi del 2026 sono stati segnati da scioperi di massa da parte di docenti e personale specializzato dell’educazione, con livelli di mobilitazione che non si vedevano da decenni. Il conflitto è ancora in corso e i sindacati hanno convocato per il prossimo mese di maggio e giugno più di 17 giornate di sciopero, accompagnate dallo slogan: «non finiremo l’anno».

Educatrici dell’asilo nido rivendicano dignità per la scuola da 0 a 3 anni

La prima protesta è quella delle maestre degli asili nido, che hanno già indetto almeno un paio di giornate di sciopero. Dopo anni di lotta per uscire dalla precarietà, ora rivendicano stabilità lavorativa. La convocazione risponde alla necessità di migliorare le condizioni lavorative delle educatrici e di rafforzare le risorse del sistema educativo in questa fase iniziale degli alunni. Le professioniste denunciano infatti che il primo ciclo dell’educazione infantile continua a essere poco riconosciuto, nonostante la sua importanza fondamentale nello sviluppo.

Tra le principali rivendicazioni vi sono maggiori risorse umane e materiali negli asili nido, miglioramenti delle condizioni lavorative anche a livello salariale, l’equiparazione dei rapporti numerici alla media dell’Unione Europea (in Catalogna il rapporto tra maestre e bambini è tra i più alti d’Europa), un finanziamento sufficiente e stabile, e il riconoscimento reale del valore educativo della fascia 0-3, considerata fondamentale per lo sviluppo emotivo, sociale e cognitivo delle bambine e dei bambini.

Dalla piattaforma sottolineano inoltre che la mobilitazione non risponde soltanto alle richieste del personale educativo, ma ha come obiettivo quello di garantire un’educazione pubblica, universale e di qualità fin dai primi anni di vita. In questo senso, sostengono che migliori condizioni per le professioniste si riflettono direttamente sull’attenzione e sul benessere delle bambine e dei bambini.

Molte educatrici, però, sono consapevoli di quanto sia complesso portare avanti queste rivendicazioni da sole, soprattutto considerando la crescente complessità sociale. Per questo motivo, le organizzatrici hanno chiesto comprensione e sostegno alle famiglie di fronte alla convocazione dello sciopero, consapevoli che possa generare difficoltà organizzative nella vita quotidiana. Tuttavia, sottolineano che la mobilitazione mira a migliorare il sistema educativo nel suo complesso e ad assicurare maggiori opportunità per i bambini e le bambine.

Oltre alle giornate del 7 maggio e del 20 maggio in Catalogna, sono previste anche mobilitazioni unitarie a Madrid verso la fine del mese, con l’obiettivo di continuare a rivendicare cambiamenti strutturali per la fascia 0-3.

Il personale docente vuole migliori condizioni di lavoro

Un altro gruppo centrale è quello del personale docente della scuola primaria e secondaria. Le richieste sono quelle storiche del settore, che si trascinano da tempo e che i sindacati avevano già avanzato ai governi precedenti: per quanto riguarda il salario, il recupero del potere d’acquisto perso con i tagli della crisi del 2008; un aumento dell’investimento nell’istruzione fino ad almeno il 6% del PIL — come previsto dalla legge catalana, anche se attualmente si attesta intorno al 4% —; riduzione del rapporto alunni.e/docente e garantire un’adeguata attenzione agli e alle studenti con bisogni educativi speciali; l’eliminazione del carico burocratico imposto dal Dipartimento; la riduzione del potere delle direzioni scolastiche a favore dei collegi docenti; e una revisione dei curricula e delle indicazioni didattiche con un maggiore coinvolgimento delle e degli insegnanti.

Tutti i sindacati del settore dell’istruzione in Catalogna — USTEC, Professors de Secundària, CCOO, CGT e UGT — si sono mobilitati all’inizio dell’anno, convocando scioperi a febbraio culminati in una manifestazione di massa a Barcellona, con oltre 75.000 partecipanti secondo i sindacati e 25.000 secondo la polizia municipale, oltre a numerose azioni di protesta come blocchi delle principali arterie dell’area metropolitana. Una vera e propria “marea gialla”, colore simbolo dell’istruzione pubblica già ai tempi del movimento degli Indignados di oltre 15 anni fa, che i sindacati hanno definito “storica”.

Il Dipartimento dell’Istruzione catalano, guidato dalla consigliera Esther Niubó, ha raccolto la sfida, incontrando i sindacati e presentando una prima proposta di miglioramento del sistema. Tuttavia, questa è stata respinta in blocco perché giudicata “insufficiente” e “irrisoria”, poiché comportava di fatto un aumento medio di poco più di 25 euro lordi mensili.

L’unità sindacale, però, si è presto incrinata. Il governo ha infatti raggiunto un accordo separato con CCOO e UGT, sindacati minoritari nel settore, per migliorare le condizioni lavorative e salariali dei docenti. La decisione ha provocato una forte reazione degli altri sindacati, che hanno denunciato un’intesa siglata fuori dal quadro negoziale ufficiale e senza trasparenza. Inoltre, ne contestano il contenuto, considerandolo ancora una volta insufficiente.

Qui si apre una questione più ampia. CCOO e UGT sono sindacati storicamente maggioritari, nati nel contesto delle lotte operaie degli anni Settanta e legati alla fase finale del franchismo. Nel tempo, però, il loro ruolo è cambiato: da circa 20 anni vengono criticati per una linea considerata meno conflittuale e più vicina alle istituzioni. Nonostante la loro forza numerica, una parte crescente del settore li accusa di non rappresentare più in modo efficace le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici. In questo contesto si sono rafforzate nuove realtà sindacali, mentre nel mondo dell’istruzione la CGT, storico sindacato anarco-sindacalista, ha progressivamente ampliato la propria influenza.

Ancora una volta, questo accordo separato diventa un segnale delle tensioni interne. Pochi giorni prima dell’inizio delle proteste un altro settore pubblico era stato premiato: gli agenti di polizia, che hanno visto un aumento salariale di oltre 4.000 euro annui con una riduzione d’ore lavorative incluse. Nel frattempo, le e i docenti restano attorno ai 2.000 euro mensili, mentre gli agenti di polizia superano i 3.000 euro.

Nonostante queste decisioni politiche, in cui la repressione sembra avere maggiore importanza rispetto all’istruzione, il governo catalano socialista di Salvador Illa difende un “accordo di paese” legato al “principio di realtà”. L’esecutivo ha presentato il patto come un’intesa strutturale per rispondere alle esigenze della scuola catalana, definendolo “storico” e auspicando che rappresenti un punto di svolta nel sistema educativo. Secondo il governo, la sua applicazione porterà i e le docenti catalane a diventare i terzi meglio pagati dello Stato, mentre attualmente si trovano tra i meno retribuiti.

Ne beneficeranno 129.327 insegnanti, sia della scuola pubblica sia di quella convenzionata, cioè istituti che rappresentano una forma ibrida tra pubblico e privato, nati da scuole originariamente private che nel tempo sono state integrate nel sistema attraverso accordi con la Generalitat (l’ente equivalente alla Giunta regionale in Italia, ndr). Questa trasformazione ha radici storiche: durante il tardo franchismo, molti insegnanti progressisti crearono scuole cooperative per introdurre metodi alternativi e difendere la lingua catalana, e nel periodo democratico queste strutture sono state progressivamente riconosciute come parte del sistema convenzionato.

Il Dipartimento sottolinea che questo aumento salariale rappresenta uno sforzo significativo per le finanze pubbliche, in un contesto in cui il governo, in minoranza parlamentare, non è riuscito ad approvare un bilancio e deve operare attraverso integrazioni di credito concordate con altri partiti. Di fronte ai paragoni con gli aumenti della polizia regionale, fonti del Dipartimento invitano a non “confrontare mele con pere”, sottolineando che gli agenti sono numericamente molti meno.

Un accordo rifiutato dalla base

Tuttavia, USTEC — sindacato maggioritario a livello di rappresentanti dentro al personale docente insieme a Professors de Secundària, CGT e Intersindical — non ha firmato l’accordo, ritenendolo insufficiente in tutti gli aspetti: sia per gli aumenti salariali sia per le risorse destinate al miglioramento del sistema educativo. La portavoce di USTEC, Iolanda Segura, lo ha definito «un accordo assolutamente ideologico e politico che non risponde alle esigenze del collettivo». Negli ultimi due mesi questi sindacati hanno chiesto la riapertura dei negoziati e promosso una consultazione interna tra i docenti per misurare chi accettasse l’accordo già firmato: su 42.965 partecipanti, il 95% ha respinto la proposta.

Il Dipartimento dell’Istruzione si è dichiarato disponibile al dialogo, ma ha escluso di rivedere l’accordo con CCOO e UGT. La posizione del governo è stata chiara: invita i sindacati critici ad aderire a quanto già firmato, richiamandosi a un “principio di realtà”.

I sindacati, tuttavia, hanno mantenuto la pressione, prolungando le mobilitazioni. A marzo si è svolta un’altra settimana di proteste in tutta la Catalogna, con blocchi stradali, e sono già state convocate nuove azioni tra maggio e giugno. La loro posizione resta ferma: «Senza condizioni dignitose non termineremo l’anno scolastico». Tutti gli incontri si sono conclusi senza accordo.

L’accordo firmato da CCOO e UGT prevede un aumento salariale attraverso un incremento progressivo del 30% del complemento autonomico fino al 2029. In pratica, ciò equivale a circa 200 euro mensili aggiuntivi a regime, mentre nei primi anni l’aumento sarà minimo, di circa una ventina di euro. Include anche una riduzione progressiva del numero di studenti per classe, con l’obiettivo di ridurre il sovraffollamento, soprattutto nella scuola secondaria.

Sono previste inoltre misure per l’inclusione, con investimenti per personale di supporto e per l’accoglienza degli studenti stranieri, oltre a interventi per ridurre la burocrazia e migliorare la stabilità del personale docente. Tuttavia, mancano ancora infrastrutture sufficienti per raggiungere questi obiettivi. Anche le proiezioni demografiche non sono incoraggianti: si prevede un aumento della popolazione catalana da 7 a quasi 10 milioni nei prossimi vent’anni. Se per anni non sono state costruite nuove scuole, ospedali e servizi di base, la situazione rischia di diventare insostenibile non solo per i lavoratori, ma per l’intera popolazione.

I sindacati critici ritengono però che queste misure non abbiano un impatto immediato e siano insufficienti rispetto ai bisogni reali. Denunciano che l’aumento salariale non compensa la perdita di potere d’acquisto degli ultimi anni, che la riduzione delle classi è troppo lenta e che gli investimenti restano lontani dall’obiettivo del 6% del PIL. Criticano inoltre la mancanza di garanzie concrete sulle promesse future.

In sintesi, i sindacati critici considerano l’accordo un tentativo del governo di chiudere il conflitto senza risolverlo realmente. Per questo motivo hanno deciso di continuare con le mobilitazioni: il 6 maggio torneranno in piazza e le proteste proseguiranno fino al 5 giugno.

Sciopero a tempo indeterminato nella comunità valenciana dall’11 maggio

Come in Catalogna, anche nel settore educativo valenciano si prevede un mese di maggio molto turbolento. Infatti, il 29 aprile il tavolo sindacale composto dai maggiori sindacati, oltre alle piattaforme di base Docents en Lluita e la Coordinadora d’Assemblees Docents, ha tenuto un’assemblea per valutare il risultato della votazione, che ha fissato l’inizio di uno sciopero a tempo indeterminato a partire dall’11 maggio.

Nella consultazione, promossa dai sindacati STEPV, UGT, CCOO e CSIF – i quattro rappresentati al tavolo settoriale insieme ad ANPE – hanno partecipato 9.817 docenti, di cui il 61% ha votato a favore della protesta. Tra questi, il 38% ha optato per iniziarla l’11 maggio e il 23,2% il 25 del prossimo mese.

Per quanto riguarda la durata, il 28% degli intervistati si è detto disposto a partecipare allo sciopero «per tutto il tempo necessario», mentre la grande maggioranza ha indicato un periodo compreso tra due giorni e tre settimane. In sintesi, fino al 60% ritiene che parteciperebbe per otto o più giorni. E quindi dall’11 maggio inizia uno sciopero a tempo indeterminato per migliori condizioni di lavoro e per il diritto all’istruzione.

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