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MONDO

L’assalto al Campidoglio

Midterm Usa, tsunami blu: voto contro Trump anche negli Stati repubblicani, carovita al centro e nuova ondata di eletti DSA. Ora il conflitto si sposta dentro Democratici e MAGA

Martedì sera, già poche ore dopo l’inizio dello spoglio, bastava guardare i dati che arrivavano dalle contee rurali degli stati del sud o del midwest, in quelle circoscrizioni elettorali che avrebbero dovuto essere delle roccaforti del GOP, per rendersi conto che qualcosa di insolito stava accadendo. Letteralmente in tutte le circoscrizioni elettorali si registrava un aumento dei voti per i Democratici rispetto alle elezioni del 2024. Un incremento che attraversava tutte le categorie dell’elettorato: dai bianchi con un basso livello di istruzione agli ispanici, dalle donne dei suburbs agli afroamericani. Al di là dei numeri assoluti, e cioè del fatto che per esempio tra gli uomini bianchi con un basso livello di istruzione i Repubblicani continuino a mantenere una maggioranza, la tendenza generale era quella di uno spostamento a sinistra del voto.

Nella mappa elettorale pubblicata dal New York Times, che mostra lo shift nella competizione per il Senato rispetto alle elezioni precedenti, è impressionante vedere una falange di frecce blu che puntano verso sinistra.

Un dato che sembra contraddire quanto sostenuto da Trump, secondo cui il problema delle elezioni di midterm (ed è una considerazione normalmente fondata) è che il suo nome non compare sulla scheda elettorale. È vero che negli ultimi anni i Repubblicani hanno sempre ottenuto risultati migliori quando Trump era direttamente candidato. Ed è anche una caratteristica storica delle elezioni di midterm quella di non riuscire a mobilitare l’elettorato attraverso il carisma del presidente. Eppure, questa volta, l’impressione è che tutti abbiano votato proprio come se Trump fosse stato sulla scheda elettorale. Come se questo midterm fosse stato un referendum sulla sua presidenza. Con questi risultati.

MAGA sconfitta

Nelle elezioni di midterm, solitamente, le tendenze politiche nazionali si intrecciano con una serie di specificità locali. Oltre al rinnovo dell’intero Congresso, che avviene ogni due anni, e di un terzo del Senato, i cui membri hanno invece un mandato di sei anni, in questa tornata si votava anche per diverse legislature statali, governatori e altre cariche locali. Normalmente, alcune di queste competizioni finiscono per andare in controtendenza rispetto al dato nazionale.

Ci sono, per esempio, governatori o senatori che riescono a mantenere il proprio seggio anche in Stati dove la maggioranza dell’elettorato sostiene il partito opposto. È il caso di Susan Collins in Maine, uno Stato tradizionalmente democratico, dove la senatrice repubblicana è riuscita a conservare il proprio seggio al Senato per quasi trent’anni. Questa volta, invece, sembra che il voto contro Trump abbia letteralmente sovrastato tutto.

Una vittoria democratica alla Camera era prevista, ma difficilmente si sarebbe potuto immaginare che i Democratici sarebbero riusciti a conquistare anche Stati normalmente considerati repubblicani, come Ohio, Iowa, Kansas e Texas.

Ancora più sorprendenti sono i risultati in South Carolina o addirittura il Mississippi, dove il democratico Scott Colom e la repubblicana MAGA Cindy Hyde-Smith risultano praticamente appaiati, con poco più di 450mila voti ciascuno e uno scarto, al momento, di appena una cinquantina di schede. Si tratta di Stati nei quali, soltanto un mese fa, sarebbe sembrato folle immaginare una maggioranza democratica.

Insomma, si è trattato di uno tsunami blu, come lo hanno definito in molti. La questione politica, a questo punto, è capire se questa elezione possa davvero rappresentare la pietra tombale del movimento MAGA. È strano vedere un Trump così allo sbando, come quello che abbiamo visto nelle ultime ore. Tra la serata di martedì e mercoledì mattina ha rilasciato brevi interviste un po’ ovunque, da Politico al Times a Fox News, e ha pubblicato una serie di messaggi per lo più sconclusionati su Truth, il social network dal quale è solito intervenire in modo pressoché
incontrollato, soprattutto a tarda sera.

Nelle sue dichiarazioni ha alternativamente attribuito la responsabilità della sconfitta Greg Abbott (il governatore uscente del Texas che martedì ha perso contro la democratica Gina Hinojosa) e a Fox News; ha minacciato di esercitare il proprio potere di veto su qualsiasi proposta legislativa avanzata dai Democratici, per poi cambiare completamente registro, sostenendo di avere molti amici all’interno del Partito Democratico e di essere pronto a lavorare in maniera bipartisan sui provvedimenti che arriveranno al Congresso.

In realtà, è difficile immaginare un Trump bipartisan, rispettoso delle responsabilità istituzionali. Ciò che ha contraddistinto il trumpismo, già dal suo primo mandato, è stata proprio la capacità di prosperare nel caos. Trump si nutre del caos. Ha un costante bisogno di alzare il livello dello scontro, sfruttando la propria capacità di essere virale e le sue provocazioni sopra le righe. È quindi difficile immaginare che possa improvvisamente chinare la testa e accettare una posizione di debolezza istituzionale. Un Trump sconfitto potrebbe anzi rivelarsi ancora più fuori controllo di quello che abbiamo conosciuto finora.

Il problema, semmai, sarà capire cosa accadrà all’interno del movimento MAGA che lo ha sostenuto.

Come Steve Bannon ha ripetuto più volte, Trump è sempre stato soprattutto un vessel, un mezzo, una straordinaria opportunità per far avanzare un’agenda politica che si colloca letteralmente oltre ogni quadro democratico, con tratti apertamente eversivi e talvolta apertamente golpisti. È in questo contesto che hanno potuto farsi strada pratiche come la sistematica delegittimazione dei risultati elettorali, a partire dalla Big Lie sulle elezioni del 2020, ma anche la minaccia preventiva di non riconoscere l’esito delle consultazioni future. Oppure la trasformazione dell’ICE in una sorta di corpo paramilitare sostanzialmente fuori controllo, capace di entrare in conflitto persino con le autorità locali e statali.

I casi della California, di Portland e del Minnesota sono stati tra i più eclatanti, e hanno dato luogo a scontri
interistituzionali anche molto duri (come quello con Gavin Newsom). Per non parlare dell’ipotesi, agitata ripetutamente da diversi esponenti della destra americana, di una candidatura di Trump per un terzo mandato presidenziale, in aperta violazione della costituzione. Eppure, l’impressione di queste prime ore è che proprio le componenti più estreme del movimento MAGA stiano già iniziando a prendere le distanze da Trump.

Curtis Yarvin, per esempio, uno degli intellettuali dell’universo MAGA più apertamente neofascisti, ha già dichiarato che Trump dovrebbe dimettersi immediatamente. Ma anche lo stesso J.D. Vance ha pubblicato un lungo post su X nel quale sembra iniziare a smarcarsi dalla lettura della sconfitta proposta dal presidente, attribuendo tra l’altro una parte della responsabilità alla decisione di invadere l’Iran.

La questione sociale

È chiaro che in questa elezione Trump ha pagato soprattutto la galoppante inflazione degli ultimi due anni, a partire dall’aumento dei prezzi della benzina e del diesel, che sono stati visti da tutti come una diretta conseguenza della politica estera americana completamente schiacciata sulle posizioni di Israele. E se due indizi fanno una prova, il fatto che pochi giorni fa lo stesso Trump abbia dichiarato di voler interrompere i finanziamenti a Israele, e che lo stesso Vance nelle ultime ore abbia detto apertamente che l’alleanza con Israele non paghi più politicamente –nonostante il peso delle gruppi di pressione filoisraeliani all’interno del Partito Repubblicano e la storica centralità di Israele nella politica estera americana – vuol che la vicinanza a Netanyahu è stata soprattutto una liability e non una risorsa per questa amministrazione.

La crisi dello Stretto di Hormuz e il conseguente aumento dei beni energetici hanno infatti contribuito a diminuire il potere d’acquisto dei salari reali americani, già in diminuzione negli ultimi anni. Una dinamica che, combinata con l’aggressività della guerra commerciale condotta dall’amministrazione Trump, ha colpito soprattutto alcuni settori produttivi, come il manifatturiero del Midwest o l’intero comparto della soia, tradizionalmente trainato dalle esportazioni verso la Cina. Basta guardare i risultati dell’Iowa, dove i Democratici non soltanto sono riusciti a conquistare il seggio al Senato, ma hanno anche strappato ai Repubblicani quasi tutti i seggi dello Stato al Congresso. È proprio in queste aree che la crisi economica sembra aver eroso più profondamente la popolarità di Trump.

A beneficiare di questa situazione sono state soprattutto le campagne elettorali democratiche che hanno messo al centro le questioni sociali: l’impoverimento, l’aumento del costo della vita e la questione abitativa.

L’impennata dei prezzi immobiliari, del resto, è una tendenza che non ha investito soltanto l’Europa, come hanno mostrato i movimenti degli ultimi mesi, ma anche tutte le principali aree urbane degli Stati Uniti. Abbiamo così assistito a una serie di campagne elettorali costruite attorno a rivendicazioni sociali anche molto radicali, che hanno ottenuto
martedì un successo straordinario.

Il caso più evidente è naturalmente quello di Abdul El-Sayed in Michigan, la cui candidatura ha aperto un conflitto anche all’interno dello stesso Partito Democratico (con Haley Stevens, avversaria di El-Sayed alle primarie, che a due giorni dalle elezioni ha annunciato di appoggiare il candidato repubblicano Mike Rogers). Ma, più in generale, abbiamo assistito a una nuova ondata di deputati, senatori e senatrici progressisti, che sembra indicare quanto queste parole d’ordine direttamente sociali abbiano fatto presa sull’elettorato.

Diverse competizioni interne al Partito Democratico hanno visto prevalere candidati e candidate progressisti, ma il dato forse più significativo è l’elezione al Congresso di sei nuovi esponenti dei Democratic Socialists of America (DSA) – Darializa Chevalier e Claire Valdez a New York, Melat Kiros in Colorado, Donovan McKinney in Michigan, Chris Rabb in Pennsylvania e Angela Gonzalez-Torres in California – a cui si aggiungono le riconferme di Alexandria Ocasio-Cortez a New York e Rashida Tlaib in Michigan.

Si tratta di una nuova generazione di deputati e deputate, senatori e senatrici, spesso molto giovani, molti dei quali ispanici, afroamericani o nativi americani, con una significativa presenza femminile. Un rinnovamento anche generazionale, dunque, che mostra come, nonostante la crisi verticale attraversata dalle istituzioni della democrazia americana, continuino a emergere dal basso movimenti e spinte di trasformazione che, per quanto ancora fragili e minoritari, lasciano intravedere la possibilità di una direzione diversa per il Partito Democratico nei prossimi anni, in netta discontinuità con le politiche e le leadership che lo hanno caratterizzato nell’ultimo periodo.

Un partito a due teste

Naturalmente, tutto questo apre la possibilità di un conflitto anche all’interno del Partito Democratico, dove non ci sono soltanto i radicali e i militanti dei DSA. I centristi democratici, per esempio, hanno annunciato l’ingresso di quattordici nuovi membri nel Blue Dog Caucus, una delle componenti più moderate del partito, dichiarando esplicitamente di voler costituire un contrappeso all’influenza che i DSA e i progressisti intendono esercitare sull’agenda politica.

D’altra parte, anche alcune delle vittorie più sorprendenti al Senato sono arrivate da candidati appartenenti alle correnti più centriste del partito, come Annie Andrews in South Carolina, Josh Turek in Iowa, e Roy Cooper in North Carolina. Per non parlare di James Talarico in Texas, che è riuscito a conquistare uno degli Stati più importanti del paese, fino a pochi anni fa roccaforte del GOP, conducendo però una campagna interamente improntata a una sorta di saggezza bipartisan.

Insomma, così come si stanno aprendo profonde contraddizioni all’interno del Partito Repubblicano, dove bisognerà capire quanto potrà sopravvivere l’egemonia del movimento MAGA, strettamente legata all’eccezionalità carismatica di Donald Trump, una contraddizione altrettanto importante si apre ora all’interno del Partito Democratico.

Il problema sarà capire come si svilupperanno il confronto, la sintesi, ma anche il conflitto tra due strategie politiche
profondamente diverse. Da una parte, quella che punta a organizzare una risposta sociale alla presidenza Trump, cercando anche sul piano elettorale di mobilitare nuovi votanti, soprattutto giovani, minoranze e settori della popolazione che tradizionalmente non partecipano alle elezioni. Una strategia che, invece di inseguire il centro moderando le proprie posizioni, cerca di spostare a sinistra il terreno stesso della competizione elettorale.

Emblematica, in questo senso, è stata la sconfitta di misura di Angie Nixon, organizzatrice sindacale vicina ai DSA, che in Florida ha perso per appena tre punti percentuali, in uno degli Stati diventati negli ultimi anni una delle principali roccaforti del trumpismo (quattro anni fa i Democratici avevano perso del governatore contro Ron DeSantis con uno scarto di venti punti). Oggi sono arrivati a contendere uno Stato che fino a poco tempo
fa sarebbe sembrato praticamente impossibile conquistare.

La strategia dei progressisti, insomma, non consiste nell’ammorbidire i contenuti del proprio programma, ma nell’accelerare su un progetto politico che possa essere entusiasmante. La strategia dei centristi democratici è invece completamente diversa. Il problema sarà capire come queste due anime del partito arriveranno a esprimere una sintesi e una candidatura per le presidenziali del 2028.

Ma forse esiste un problema che è ancora più grande e che non riguarda solo la mediazione tra correnti diverse: la strategia della sinistra dem dovrebbe essere quella, almeno nelle sue intenzioni, di organizzazione del conflitto all’interno della società, dove le scadenze elettorali sono un mezzo più che un obiettivo.

Ma questa, purtroppo, è una contraddizione che attraversa anche gli stessi DSA: che hanno il limite, come spesso accade a molte organizzazioni politiche americane, di essere eccessivamente assorbiti dalle competizioni elettorali. Il problema, invece, sarebbe quello di costruire un’organizzazione capace non soltanto di esprimere il sindaco di New York, la deputata del Bronx o quella di Los Angeles, ma di utilizzare queste figure come strumenti di un progetto politico che le trascenda.

È questa, in fondo, uno dei limiti fondamentali di un movimento che si definisce socialista, ma che troppo spesso finisce per subordinare tutta la propria attività politica alle logiche della competizione elettorale.

Immagine di copertina di Mila Tenaglia

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