POTERI
Ma che caldo fa al Cairo

Gli sbirri egiziani hanno ancora molto imparare da noi. Cavolo, mica si falsificano così i fatti! 15 dicembre 1969, non si è mai avuta certezza di chi stesse in quel momento in quella stanza (un questore? un celebre commissario?): quella sera a Milano era caldo, ma che caldo che caldo faceva. Brigadiere apra un po’ la finestra e ad un tratto Pinelli cascò.
Quegli altri sbirri di merda si sono inventati dapprima un incidente stradale, poi un’avventura omoerotica finita male, poi una congiura di servizi deviati dall’infiltrazione di Fratelli musulmani per screditare il bravo Al Sisi, poi la vendetta di un sindacalista doppiogiochista, infine la banda di finti poliziotti rapinatori – tutti brillantemente scovati e ammazzati sul posto. Immancabile il pacchetto di fumo. Ogni volta in sfacciata replica a sollecitazioni diplomatiche, passi ufficiali, visite di magistrati e interviste sdraiate. Faceva di sicuro caldo anche al Cairo, ma quale mancanza di classe, nessuna coerenza, personaggetti implausibili, altro che le foto stralunate di Valpreda “ballerino zoppo”, o il “malore attivo” con cui Pinelli con un balzo felino si gettò dalla finestra, piombando miracolosamente in perpendicolare e gridando “l’anarchia è morta”. Se l’esercito di Al Sisi è scalcagnato come la sua polizia, io non ci farei troppo conto per una campagna in Cirenaica. A parte il dettaglio che occuperebbe i giacimenti petroliferi in conto Total e in culo all’Eni. A parte l’altro dettaglio che si tratterebbe di una redistribuzione del potere dai jihadisti filo-Qaeda ai wahabiti al soldo dei sauditi, con quale guadagno spiegatemelo.
Eppure, come spiegare il vaniloquio del governo e il servilismo della stampa (di cui l’inverosimile intervista ad Al Sisi di Calabresi figlio, neo-direttore di Repubblica, è stato l’episodio più disgustoso), se non con la preoccupazione di garantirsi una sponda per un futuro e nefasto intervento in Libia? Perché non si ritira l’ambasciatore al Cairo, neppure per le “consultazioni” di prammatica quando si vogliono mostrare i denti? Perché prosegue la farsa delle “indagini congiunte” fra gli assassini e gli inquirenti italiani?
Se però, prima o poi, il governo Renzi dovrà piegarsi alle insistenze statunitensi di assumere un ruolo per sradicare l’Isis dalla Libia – come è già successo, nel settore complementare delle migrazioni, per le pressioni europee a favore di un’intesa con la Turchia – ecco che i buoni rapporti con l’Egitto saranno indispensabili per coprirsi le spalle. Anche se molti interessi economici sono divergenti e all’Italia converrebbe ingerirsi più in Tripolitania che in Cirenaica, se proprio e sciaguratamente deve farlo. Egitto e Turchia hanno in comune il carattere autoritario (nel secondo caso apertamente golpista) e una collocazione ambigua nei confronti delle matrici del fondamentalismo terrorista, sebbene costituiscano due blocchi con interessi contrapposti – come ben si vede dal fatto che il governo di Tobruk con il suo uomo forte, il generale Aftar, è sponsorizzato da egiziani e sauditi, mentre quello di Tripoli da Turchia e Qatar. Insomma, due pessimi alleati che hanno il difetto di costare molto e di fronteggiare piuttosto malamente il pericolo Daesh. Nel caso dell’Egitto, il prezzo è poi quello di chiudere gli occhi sull’assassinio efferato di Giulio Regeni e di “deplorarlo” come si compiange una sciagura stradale (vedi l’immediato viaggio spagnolo di Renzi, sempre attento a stare nel posto meno problematico).
Renzi e Gentiloni menano il can per l’aia, subordinando l’intervento all’appello di un governo libico super partes, che però ogni giorno di più assomiglia a un fantasma, peggio è l’unica istanza in grado di unificare contro gli invasori esterni i due governi effettivi in lite e magari pure l’Isis. Ma il gioco al traccheggio non può durare in eterno e l’imbarazzante cautela verso gli orrori della dittatura militare egiziana serve solo a non compromettere una situazione che non si ha il coraggio di affrontare con un deciso disimpegno. Renzi si trova così nella stessa situazione di invasore riluttante che tenne, per sua sfortuna, Berlusconi rispetto all’amico Gheddafi. Si preparano brutti tempi, al di là della vergogna per l’affare Regeni e dell’indignazione per il suo martirio.
Non se l’è cercata lui, ce la stiamo cercando noi tacendo e subendo.




