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MONDO

Vite sul fiume contaminato

La rottura di un oleodotto e la conseguente contaminazione del fiume Caple ha determinato un disastro ecologico e compromesso la vita comunitaria di una larga zona dell’Ecuador. Reportage di Davide Costantino, autore di inchieste fotografiche in Italia, Africa e America meridionale

Il 13 marzo 2025, a El Vergel, una frana innescata da piogge intense ha provocato la rottura di un tratto dell’oleodotto Sistema de Oleoducto Transecuatoriano (SOTE), causando uno dei più gravi disastri ambientali recenti nella provincia di Esmeraldas. Il cedimento del terreno ha liberato un’enorme quantità di greggio, che ha contaminato il fiume Caple e le aree circostanti, compromettendo ecosistemi e risorse idriche su vasta scala. La contaminazione si è spinta fino all’Oceano Pacifico, portando il governo ecuadoriano a dichiarare lo stato di emergenza ambientale.

L’impatto è stato devastante non solo sul piano ambientale, ma anche su quello sociale ed economico. In un territorio già fragile, segnato da disuguaglianze e vulnerabilità strutturali, il disastro ha aggravato le condizioni delle fasce più esposte della popolazione, in particolare donne, giovani e bambini, mettendone seriamente a rischio il futuro. Tra le comunità colpite vi è El Roto, situata a breve distanza dal punto di rottura dell’oleodotto.

Le immagini di questo reportage restituiscono una quotidianità segnata da una profonda contraddizione: nonostante la contaminazione evidente, gli abitanti continuano a coltivare la terra con una determinazione che sfida ogni logica. L’agricoltura resta infatti, per molte famiglie, l’unica fonte di sostentamento. Dopo l’incidente, i terreni sono stati sommersi da una miscela di acqua e petrolio, trasformando quello che inizialmente poteva sembrare un evento temporaneo in una condanna economica duratura.

Per raggiungere i campi situati sull’altra sponda, molti agricoltori sono costretti ad attraversare a guado il corso d’acqua, spesso senza alternative. Chi lavora la terra da anni descrive una perdita consistente dei raccolti e un cambiamento evidente nelle piante, che non presentano più le caratteristiche di un tempo dopo l’esposizione al greggio. Il risarcimento statale, pari a 470 dollari per famiglia, si rivela del tutto insufficiente a compensare i danni subiti, costringendo la popolazione a proseguire le attività agricole nonostante i rischi.

Nel suolo di El Roto sono ancora visibili residui di petrolio e l’odore acre della contaminazione permea l’aria. Il calore del sole intensifica la situazione, riscaldando il greggio intrappolato nel fango e liberando esalazioni chimiche che si sono ormai integrate nella quotidianità della comunità.

Accanto alle tracce della bonifica emerge anche una dimensione più intima e simbolica: il bisogno di purificare corpo e spirito da una contaminazione percepita come invisibile ma pervasiva. Le pratiche tradizionali di cura e i rituali di purificazione assumono un ruolo centrale nell’affrontare le conseguenze di una convivenza forzata con l’inquinamento. Alcuni abitanti, coinvolti direttamente nelle operazioni di rimozione del petrolio e spesso privi di adeguate protezioni, hanno sperimentato effetti sulla salute comparsi anche a distanza di mesi, come danni fisici riconducibili al contatto prolungato con acque contaminate.

Questo disastro si inserisce in un contesto già segnato da decenni di sfruttamento delle risorse naturali e da tensioni interne, contribuendo ad accentuare ulteriormente la fragilità del territorio.

Le condutture dell’oleodotto, simbolo di un’industria ad alto rischio, diventano paradossalmente spazi di gioco per bambini e bambine, rivelando la normalizzazione del pericolo nella vita quotidiana. A mesi di distanza, il petrolio non è più un’emergenza al centro dell’attenzione mediatica, ma una presenza silenziosa e persistente. L’acqua del fiume Caple, un tempo fulcro della vita comunitaria e risorsa essenziale per l’agricoltura, si è trasformata in un elemento ambiguo, sospeso tra necessità e minaccia.

El Roto resta così un luogo in cui la vita continua, ostinata, e la terra viene coltivata nonostante tutto, in equilibrio precario tra sopravvivenza e contaminazione.

La copertina e le immagini nell’articolo sono di Davide Costantino