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MONDO
I gruppi curdi del “Rojhelat” non vogliono essere le pedine degli Stati uniti contro Teheran
Malgrado le roboanti e contraddittorie dichiarazioni di Trump dall’inizio del suo attacco, non c’è stata nessuna invasione di terra dell’Iran da parte dei partiti curdo-iraniani. Le principali forze politiche curde “orientali” puntano a un processo di autodeterminazione nel Rojhelat (Kurdistan dell’Est), non a un coinvolgimento nella lotta armata al servizio di interessi stranieri
Una delle principali questioni rimaste aperte nel disegno di guerra americano-israeliano contro l’Iran, a partire dal 28 febbraio 2026, riguarda il perché non si sia aperto in un fronte terrestre nel Rojhelat, l’Est Kurdistan, denominazione usata nella letteratura politica curda per indicare le regioni curde dell’Iran occidentale, nonostante la presenza di organizzazioni armate e una geografia di confine con la Regione del Kurdistan in Iraq (KRI) che, almeno in teoria, offrirebbe un margine operativo significativo.
Una lettura puramente militare, tuttavia, non basta a spiegare questa assenza. La questione presenta una stratificazione politica, strategica e ideologica che coinvolge organizzazioni e figure curde che operano in tutte le quattro parti del Kurdistan. È vero, ad esempio, che Teheran ha immediatamente lanciato minacce dirette contro il Governo Regionale del Kurdistan (KRG), mettendo in guardia da qualsiasi tentativo di movimento armato dai campi dei partiti curdi iraniani, la maggior parte dei quali si trova in aree da esso controllate. Spingendo il KRG a intensificare il controllo su queste basi. Ma la dinamica che si è sviluppata nei primi giorni della guerra è stata ben più complessa.
Il gioco delle influenze geopolitiche
Al sesto giorno del conflitto, Donald Trump commenta le indiscrezioni su una possibile «invasione terrestre» da parte di gruppi curdi iraniani basati in Iraq. La sua prima reazione è spiazzante: definisce un eventuale attacco «meraviglioso». All’ottavo giorno, però, cambia posizione: «Non vogliamo che i Curdi entrino», afferma a bordo dell’Air Force One. «Ho escluso questa opzione».
«Il Kurdistan deve essere un ponte, non un campo di battaglia. I Curdi si trovano in una posizione unica, essendo vostri grandi alleati, partner e vicini dell’Iran. Credo che siamo nella posizione ideale per svolgere un ruolo nella de-escalation, quando sarà il momento opportuno» – afferma, il giorno successivo alla prima dichiarazione, in un’apparizione su Fox News (scelta chiaramente indirizzata anche alla base elettorale di Trump) Bafel Talabani, leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (YNK), cercando di allontanare l’ipotesi di un coinvolgimento diretto. «Siamo pronti, come sempre, insieme ai nostri alleati, a cercare di portare stabilità, pace e prosperità in questa regione che ha sofferto fin troppe guerre».
Nel frattempo, missili e droni iraniani colpivano ripetutamente il Kurdistan iracheno, inclusa la regione di Sulaymaniyya, governata proprio da YNK. Teheran, di fatto, stava rispondendo alle dichiarazioni di Trump.
Attacchi contro basi occidentali, ambasciate, infrastrutture energetiche e strutture civili si sono susseguite con cadenza quotidiana, colpendo anche i campi in cui si trovano in esilio le fazioni curde iraniane. Allo stesso tempo, Stati Uniti e Israele hanno bombardato ripetutamente milizie affiliate all’Iran presenti sul territorio iracheno, autrici di molti di questi attacchi. Molte di queste formazioni operano sotto l’egida di Hashd al-Shaabi, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), riconosciute istituzionalmente attraverso il decreto n. 40 del 2016 del Consiglio dei Rappresentanti e della Presidenza irachena.
Da qui nasce una contraddizione spesso rimossa nel dibattito: molti attacchi che colpiscono il Kurdistan iracheno provengono da gruppi che, formalmente, sono parte dell’apparato statale iracheno e finanziati dal governo federale. Ignorare questa realtà equivale a consentire una costante deresponsabilizzazione politica di Baghdad. Affrontare il nodo, invece, implica riconoscere che lo Stato iracheno è direttamente implicato nella gestione e nel finanziamento di un conflitto in cui alcune delle sue forze armate si combattono a vicenda.
Una dinamica non meno rilevante riguarda l’ingerenza turca: Ankara ha lanciato fin dall’inizio della guerra avvertimenti contro qualsiasi mobilitazione curda in Iran. Secondo quanto riportato da Daily Sabah, ampiamente considerato un megafono del partito di Erdoğan, l’AKP, il presidente turco avrebbe espresso a Trump, in una telefonata di inizio marzo, la sua netta opposizione a qualsiasi supporto a favore di gruppi curdi contro l’Iran. Ankara avrebbe inoltre esercitato pressioni dirette sui leader del Kurdistan iracheno, con minacce di ritorsioni militari ed economiche.
Una situazione tutt’altro che inedita. Alla vigilia dell’invasione del 2003, il piano statunitense prevedeva il Kurdistan iracheno come base operativa, in un contesto allora diviso tra Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Unione Patriottica del Kurdistan (YNK). Una divisione che, nelle sue linee essenziali, sopravvive ancora oggi.
«A est c’era l’Iran. Gli iraniani non erano amici e non avrebbero aiutato. A ovest c’era la Siria. Non c’era alcuna possibilità che Assad ci aiutasse a rovesciare Saddam. Pensava che sarebbe stato il prossimo della lista. Rimaneva la Turchia. Se volevamo entrare nel nord dell’Iraq e sostenere un’operazione lì, avremmo avuto bisogno dell’approvazione dei Turchi e del loro continuo supporto. Ma i Turchi non erano semplicemente scettici all’idea di inviare armi ai Curdi; erano furiosi», scriveva Sam Faddis, comandante della squadra CIA incaricata dell’apertura del fronte nel Kurdistan iracheno, nel libro The CIA War in Kurdistan.
All’epoca, il rifiuto turco di concedere l’autorizzazione per l’apertura di un fronte nord attraverso il proprio territorio, al fine di escludere le forze curde da qualsiasi successo politico o militare, costrinse Washington a rivedere profondamente l’architettura dell’intervento, con conseguenze operative e strategiche rilevanti. Oggi, secondo diverse interpretazioni, la posizione di Ankara potrebbe aver nuovamente inciso sulle valutazioni relative a un’eventuale operazione terrestre, contribuendo a rafforzare l’ipotesi di un approccio più cauto, almeno nella fase attuale.
La motivata diffidenza curda
Un altro nodo riguarda il livello di sfiducia politica che i partiti curdi iraniani ripongono negli Stati Uniti. Un’ipotesi sempre più diffusa è che l’esperienza recente in Siria, maturata sotto la supervisione dell’inviato statunitense Tom Barrack, abbia funzionato da deterrente politico transnazionale. Non tanto perché le forze curde diffidino del possibile successo di un intervento militare in sé, quanto perché diffidano delle sue conseguenze.
In una parte consistente della comunità curda, i recenti sconvolgimenti nel Nord-Est della Siria hanno consolidato una percezione: se questo è stato il destino del Rojava dopo anni di collaborazione con Washington, quale garanzia potrebbe esistere per il Rojhelat?
Le organizzazioni curde in Iran, infatti, non leggono la guerra come un evento tattico, ma come l’apertura di una fase politica successiva. Ed è proprio il “giorno dopo” a costituire la principale fonte di timore, radicata anche nella memoria storica della rivoluzione del 1979 e delle successive repressioni operate in Rojhelat per mano della neonata Repubblica Islamica.
Il repentino venir meno del sostegno occidentale ha rappresentato la causa principale di alcuni dei fallimenti politici e delle tragedie più traumatiche del recente passato del popolo curdo, specialmente in Iraq. «Stiamo entrando in Kurdistan per convincere persone molto scettiche, i Curdi, che questa volta facciamo davvero sul serio. Che non stiamo semplicemente venendo per far arrabbiare Saddam e poi andarcene di nuovo lasciando uomini, donne e bambini del Kurdistan ad affrontarne le conseguenze. Che questa volta metteremo fine alla cosa», scriveva ancora Faddis nel suo diario. Evidentemente più consapevole dei disastri causati dai suoi governi di quanto non lo siano oggi alcune delle élite curde. Ancora una volta, ad esempio, nell’autunno del 2017, Washington non ha sostenuto il referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno e non ha fatto alcuno sforzo per fermare l’offensiva delle PMF contro la KRG, che ha portato alla cattura di ampie zone del territorio della regione autonoma, inclusa le città di Makhmour e Kirkuk, nonché la diga di Mosul, la cui importanza strategica è di altissimo valore.
Da questa prospettiva, diventano chiare anche le parole di Qubad Talabani, fratello di Bafel e vice-primo ministro del KRG, pronunciate nei giorni più tesi della guerra e rivolte alla Coalizione dei Partiti Curdi: «Comprendi il territorio. Comprendi cosa c’è dall’altra parte di questo confine. Non precipitarti in nulla che possa causarti danni significativi, o che possa causarne alle aree curde dell’Iran».
Il 6 aprile, la questione curda ritorna nel dibattito pubblico dopo nuove dichiarazioni di Trump, rilanciate da Fox News, secondo cui «armi sarebbero state inviate ai manifestanti iraniani attraverso i Curdi, che però le avrebbero tenute per sé». Le reazioni sono immediate e nette. La coalizione curda nega.
«Non abbiamo ricevuto alcun supporto militare dagli Stati Uniti. Le armi in nostro possesso provengono da decenni di conflitto o dal mercato nero», ha affermato Amjad Hossein Panahi, membro dell’ufficio politico di Komala. Dopotutto, se non è stato nemmeno possibile inviare dispositivi Starlink, promessi per mesi, quanto è realistico che siano stati inviati carichi di armi e munizioni? L’assurdità dell’idea secondo cui le forze curde potrebbero aver svolto un ruolo da distributori di armi è evidente, anche solo dal punto di vista logistico.
Come sono andate veramente le cose
L’accesso dell’opposizione curda al Rojhelat è in gran parte limitato a tunnel e percorsi di contrabbando tra le montagne, rendendo quasi impossibili trasferimenti di armi su larga scala. I partiti curdi, inoltre, hanno possibilità di manovra nelle regioni a maggioranza curda, non a Teheran, Tabriz o Isfahan. La geografia e il livello di militarizzazione delle aree di confine, specialmente del Kurdistan, renderebbero impossibile in ogni caso consegnare spedizioni di armi in queste città. Anche qualora si superassero questi ostacoli, già di per sé quasi insormontabili, non esiste un’entità politica coerente che potrebbe ipoteticamente ricevere una spedizione di armi dal Kurdistan. L’opposizione iraniana non curda è altamente frammentata e manca di leadership. Come si identifica un «manifestante»?
Trump decide tuttavia di ribadire i commenti fatti il giorno precedente a Fox News, senza nominare esplicitamente i partiti curdi, aggiungendo: «Sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone e pagheranno un prezzo molto alto». Secondo molti analisti, l’ipotesi più plausibile per questo continuo cambio di posizione è che Trump volesse un intervento curdo immediato all’inizio della guerra, ma che le forze curde abbiano rifiutato di agire.
Pensare che l’ingresso in guerra dei partiti curdi in Iran sia una questione che dipende dalla volontà di soggetti esterni, significa non conoscere la realtà politica del Rojhelat, che vanta alcune delle organizzazioni più antiche, radicali e radicate di tutte le quattro parti del Kurdistan.
Rıvar Abdanan, membro del Consiglio direttivo del Partito della Vita Libera in Kurdistan (PJAK), ha risposto alle dichiarazioni del presidente USA affermando che è già di per sé un errore considerare il popolo curdo come una forza militare. «I Curdi sono una comunità politica con specifiche rivendicazioni politiche democratiche. Il PJAK non vuole che il Kurdistan diventi un campo di battaglia». Anche Komala ha rilasciato una lunga dichiarazione in cui riafferma la propria distanza da qualsiasi coordinamento con Stati Uniti o Israele, rivendicando una linea centrata sull’organizzazione dal basso e sulla mobilitazione sociale, non sulla militarizzazione della lotta politica.
All’indomani del nuovo cessate il fuoco, sebbene le organizzazioni politiche curde abbiano scelto di non entrare in guerra, consapevoli dell’assenza di qualsiasi garanzia politica, non sono comunque rimaste al riparo dalle conseguenze del conflitto. Undici peshmerga, tra combattenti del Rojhelat e soldati regolari del KRI, sono stati uccisi da droni e missili iraniani.
La pressione internazionale e regionale per spingerli dentro lo scontro, inoltre, insieme al moltiplicarsi di notizie infondate su presunte offensive curde, ha finito per trasformare il loro spazio politico in un bersaglio ancora più esposto. In questo clima si è inserita anche l’ingenuità di alcune formazioni minori e più recenti, come il Partito della Libertà del Kurdistan (PAK), che ha provato a capitalizzare la visibilità del momento con una retorica nazionalista più dura, a fronte però di una base limitata e di una forza militare poco più che simbolica.
L’8 aprile, Teheran ha chiesto a Baghdad e al Governo Regionale del Kurdistan di espellere i gruppi di opposizione curdi iraniani presenti nel territorio. L’accusa, ribadita da anni, è quella di una collaborazione con Stati Uniti e Israele.
«Lo sconsiderato presidente degli Stati Uniti, agendo come voce di Satana, si è smascherato», si legge nella nota del Consolato iraniano a Erbil, «parlando apertamente della cooperazione tra apparati militari e di intelligence americani e alcuni gruppi curdi separatisti nella regione».
La traiettoria dei partiti curdo-iraniani
Dei sette principali partiti di opposizione curdi iraniani, sei mantengono oggi uffici politici nel Kurdistan iracheno. Il PJAK rappresenta un’eccezione: radicato nelle aree montuose lungo il confine tra Iran e Iraq, opera in una regione in cui la conformazione geografica ha storicamente favorito tanto la protezione quanto l’isolamento, limitando la capacità di controllo da parte delle autorità del Kurdistan iracheno.
Negli ultimi anni, diverse di queste organizzazioni hanno progressivamente ridotto la propria attività militare, abbandonando in parte la lotta armata e riconfigurando le proprie strutture. I loro uffici a Erbil, Sulaymaniyya e Koya restano tuttavia attivi, e al tempo stesso esposti alle pressioni dei governi della regione. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto la loro partecipazione o meno al conflitto armato, ma la collocazione stessa di questi gruppi in uno spazio politico incerto: abbastanza vicini ai centri di potere per essere considerati rilevanti, e quindi bersagli, ma non sufficientemente da essere riconosciuti come attori politici autonomi.
È forse qui che si intravede il nodo più profondo, che va oltre la posizione curda in questa guerra. La difficoltà del sistema regionale e internazionale di riconoscere al popolo curdo uno spazio politico che non sia immediatamente ricondotto a una dimensione militare. Finché questa ambiguità resterà irrisolta, il Kurdistan continuerà a essere considerato un fronte mancato e il suo popolo svuotato dalle proprie aspirazioni ed escluso dal principio di autodeterminazione. Un campo di battaglia permanente, in cui anche la neutralità è una forma di esposizione.
La copertina è di Kurdish struggle (Flickr)
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