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MONDO

Perché il fujimorismo continua a tormentare il Perù?

Nonostante il mandato dell’ormai defunto presidente Alberto Fujimori sia finito da più di 25 anni, l’ombra della sanguinosa dittatura che ha schiacciato il Perù negli anni 1990 continua ad aleggiare nel Paese, incarnata dalla figlia Keiko. Un’eredità oscura che incombe sul primo turno elettorale del 7 giugno

Un fantasma si aggira per il Perù. Non è lo stesso che terrorizzava le élite del XX° secolo, né quello delle rivoluzioni che promettevano di spazzare via il vecchio ordine. È un altro, più strano e inquietante: il fantasma del fujimorismo.

Il 12 aprile 2026, nessuno dei 35 candidati alla presidenza del Perù è riuscito ad andare oltre un quinto dell’elettorato.

Keiko Fujimori, figlia del dittatore Alberto Fujimori e candidata presidente di Fuerza Popular, ha ottenuto la percentuale più alta al primo turno delle elezioni generali con circa il 17% dei voti validi, accedendo così al secondo turno per la quarta volta consecutiva dal 2011.

Al ballottaggio si troverà in compagnia di Roberto Sánchez, candidato presidente del centrosinistra di Juntos por el Perú che ha ottenuto il 12% dei voti, superando di poco il candidato di estrema destra Rafael López Aliaga, del partito Rinnovamento Popolare, il quale ha denunciato brogli senza però presentare prove.

Per comprendere questo momento, è importante fare un passo indietro nella storia e capire che il Perù è arrivato agli anni 1990 in una specie di coma. L’iperinflazione durante il governo di Alan García [1985-1990 – ndt] aveva sgretolato il potere d’acquisto delle famiglie lavoratrici e il conflitto armato tra lo Stato e i guerriglieri di Sendero Luminoso aveva reso inabitabili vaste aree del Paese. Il governo – debole, centralizzato a Lima e storicamente distante dalla maggioranza della cittadinanza – era stato sopraffatto.

In tale contesto, Fujimori padre si presentò come un outsider: ingegnere, figlio di immigrati giapponesi e senza un partito consolidato alle spalle. Sconfisse, anche con il sostegno di una parte della sinistra –la casta – rappresentata nel 1990 da Mario Vargas Llosa [scrittore e candidato presidente per la coalizione Frente Democratico – ndt].

Quando si parlava del sistema clientelare di Fujimori negli anni ’90, si faceva spesso riferimento ai pacchi alimentari. Si diceva che il dittatore comprasse voti distribuendo questi pacchi nei quartieri più poveri. Ci sono stati anche momenti in cui l’elettorato ha rifiutato il fujimorismo: nel 2011 con Ollanta Humala, nel 2016 con Pedro Pablo Kuczynski e nel 2021 contro Pedro Castillo, un’ampia maggioranza sociale ha riattivato la memoria storica che associa il nome Fujimori a crimini contro l’umanità, sparizioni forzate, corruzione senza scrupoli e decadenza morale delle istituzioni repubblicane.

Si potrebbe affermare che l’identità politica peruviana più forte sia l’antifujimorismo. Nonostante questo, il fujimorismo rimane protagonista in ogni elezione presidenziale in Perù e ha sempre una possibilità di vittoria. La domanda che ci inquieta così tanto è: perché ne siamo ancora sorpresi?

L’architettura del voto di Fujimori

Nelle recenti campagne presidenziali, Jorge Nieto, uno də diversə candidatə di sinistra del partito Buen Gobierno, ha sollevato un tema che ci ha creato non pochi problemi. Le misure redistributive attuate durante le dittature nel Perù del XX secolo sono state, sistematicamente, superiori a quelle implementate durante i periodi democratici.

Nieto, a tratti in maniera un po’; forzata, ha tracciato un parallelo tra la dittatura militar-populista di Juan Velasco Alvarado, salito al potere con un colpo di stato nel 1968 e che ha varato la Riforma Agraria nel 1969, e la dittatura di Fujimori, dove la crisi macroeconomica venne scongiurata.

La legittimità politica del fujimorismo è direttamente correlata all’importanza che i diversi settori della popolazione attribuiscono alla pacificazione e alla stabilità economica raggiunte durante quel governo.

Quel ricordo fondativo (per quanto accompagnato da autoritarismo, corruzione sistemica e gravi violazioni dei diritti umani) è rimasto impresso nella memoria di un’intera generazione come il momento in cui qualcuno “ha ristabilito l’ordine”. Ecco perché Keiko Fujimori non governa: eredita.

In un sistema politico nel quale le altre forze si sono screditate da sole, ereditare qualcosa (per quanto sporco, per quanto discutibile) rappresenta un vantaggio strutturale che nessuna campagna elettorale può erodere facilmente. Non è un caso che il programma di governo di Keiko Fujimori per queste elezioni, che rafforza il ricordo dell’eredità paterna, si chiami “Perù in ordine”..

Oggi, le principali basi di sostegno del fujimorismo sono distribuite tra le associazioni di piccole e medie imprese, insieme a una parte del settore informale della vendita ambulante informale e a vari gruppi di credenti evangelici.

Questa coalizione è più rivelatrice e complessa di quanto sembri: il grande capitale sostiene il fujimorismo, così come altri candidati di destra come l’estremista López Aliaga, però rappresenta anche il voto di coloro che hanno costruito il proprio sostentamento ai margini dello Stato.

Il fujimorismo è privo di un fondamento ideologico concreto: è una macchina identitaria piuttosto che un programma politico. Non offre alcuna visione per il Perù ma si limita a decifrare un riconoscimento: la promessa che il caos possa essere scongiurato risvegliando vecchi fantasmi per garantire che quel poco che si è costruito non venga spazzato via dai comunisti di Sendero Luminoso nelle loro nuove versioni democratiche.

Questa promessa, in un Paese dove oltre il 70% dell’economia è informale e quasi tre peruviani su dieci vivono in povertà, non viene scalfita dall’;accusa (l’ennesima) di corruzione.

Campagne di sicurezza

«Il Perù non vota “male”, vota come vive: a stomaco vuoto e con la mente sotto assedio», ha dichiarato Héctor Béjar non appena sono stati annunciati i risultati delle elezioni di aprile. Béjar è stato uno dei fondatori dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) negli anni ‘70 e ha ricoperto la carica di Ministro degli Esteri [estate 2021 – ndt] nel governo di Pedro Castillo [2021- 2022 – ndt].

In questa tornata elettorale in Perù, non è stata soltanto la destra a incentrare la propria campagna elettorale su criminalità, giustizia e sicurezza. Persino la sinistra ha adottato una strategia incentrata sulla sicurezza, credendo erroneamente che “il popolo”; desideri un pugno di ferro fine a se stesso.

Durante i dibattiti televisivi Ronald Atencio, candidato dell’alleanza elettorale Venceremos, si è spinto fino ad affermare che, se eletto presidente, avrebbe guidato una “squadra di annientamento”; per combattere la criminalità organizzata. Si tratta della stessa retorica utilizzata da Fujimori padre negli anni 1990.

In un Paese dove l’estorsione è diventata di fatto una tassa sul lavoro, questo appello trova riscontro in un pubblico reale, ma sa anche smascherare gli impostori. Sebbene questo ordine promesso non affronti nessuna delle cause profonde del disordine, le pressioni della vita quotidiana rendono possibili candidature sempre più estreme, e non solo tra i partiti di destra.

Anche la sinistra afferma alcune cose vere: che l’attuale modello politico ed economico è escludente, che la ricchezza non viene ridistribuita e che la Costituzione del 1993 protegge gli stessi privilegi di sempre.

Ma queste verità non bastano.

Non riescono a convincere i territori, non riescono a raggiungere le emozioni, non riescono ad affermarsi nel momento in cui qualcuno deve decidere, nella solitudine dell’urna, chi rappresenta la sua paura più immediata.

Esiste un divario tra la veridicità dell’analisi e la capacità di coinvolgere chi vive ai margini della società, e questo divario rappresenta anche una responsabilità politica, non solo un problema di comunicazione o di campagna elettorale.

Il fantasma che non se ne va, un ricordo controverso

In tutte e tre le precedenti candidature alla presidenza, Keiko Fujimori è andata vicina alla vittoria. Dispone di una base solida che nessuna crisi può intaccare completamente, perché non si fonda sull’entusiasmo bensì su qualcosa di più resiliente: la memoria, le reti di contatti e un’identità costruita in opposizione a tutto il resto.

Il fujimorismo 1.0 ha colto qualcosa di reale: l’energia dei settori esclusi che rivendicavano un posto nell’economia e nella politica. Non si è trattato soltanto del periodo in cui il Consenso di Washington venne implementato alla lettera (con la violenza e la repressione che le sue misure comportarono): si trattava anche degli anni in cui si sviluppò un capitalismo popolare, concepito inizialmente da Hernando de Soto [Direttore della Banca Centrale del Perù dal 1978 al 1980 durante il governo militare di Francisco Morales Bermúdez (1975-1985) – ndt] per Vargas Llosa e che rimane rilevante non solo a livello teorico ma anche pratico.

Marx ed Engels scrissero che uno spettro infestava l’Europa e che tutte le potenze si erano unite per esorcizzarlo. Lo spettro peruviano è più difficile da esorcizzare perché non viene dall’esterno: viene dall’interno, da una ferita non rimarginata, da una domanda a cui nessuno è ancora riuscito a dare una risposta definitiva.

Ogni volta che il fujimorismo arriva al ballottaggio, una parte dell’analisi progressista latinoamericana compie lo stesso gesto automatico: diagnostica l’alienazione popolare, pronuncia la parola clientelismo, fa riferimento a mafie e corruzione e chiude rapidamente il dibattito.

Ma il voto per Fujimori è trasversale e sfida la segmentazione di classe e le semplici divisioni elettorali. Invece di essere il voto dei poveri manipolati e impotenti o quello delle élite compiacenti, il sostegno al partito ora chiamato Fuerza Popular attraversa classi sociali e regioni (sulla costa e nella parte orientale del Perù).

Sta accadendo qualcosa di più complesso.

Il voto a Fujimori non è stato frutto di circostanze fortuite; si tratta di una preferenza espressa con coerenza nel tempo.

La mera ipotesi di manipolazione dell’elettorato di Fujimori, che infantilizza le complesse razionalità dei settori popolari in contesti di espropriazione e violenza quotidiana, è anch’essa un pretesto per non riflettere.

Il 7 giugno, alcunə də 27 milioni di elettorə peruvianə aventi diritto al voto torneranno alle urne. Voteranno per scegliere tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez in un ballottaggio che, secondo l’istituto di sondaggi Ipsos, inizia con un sostanziale pareggio al 38%.

La domanda rimane la stessa: basterà ancora una volta l’antifujimorismo a contenere lo spettro che incombe sul Perù?

Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. La versione originale in spagnolo è stata pubblicata sul sito messicano www.ojala.mx

La copertina è di Nestor Soto (Flickr)

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