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MONDO
Bolivia: il ritorno della COB e l’ombra dell’ingerenza imperialista
Le prospettive di lotta in Bolivia e il ruolo egemonico della COB nell’opposizione al governo di Rodrigo Paz. Un’intervista a Diego Moscoso Sanginés, analista specializzato sul movimento operaio boliviano, a cura dell’antropologo argentino Andrès Ruggeri, tratta dal sito di approfondimenti e informazione indipendente Tektonikos
A poco più di sei mesi dall’insediamento di Rodrigo Paz alla presidenza della repubblica, la Bolivia si trova ad affrontare un conflitto sociale e politico profondo. Un pacchetto di rigide misure di austerità, nello stile del turbo-liberismo tipico dei partiti di estrema destra saliti al potere negli ultimi tempi ma in netto contrasto con le promesse elettorali che lo hanno portato alla vittoria nel ballottaggio contro la destra boliviana tradizionale, ha scatenato una ribellione da parte di diverse organizzazioni sociali, guidate dalla storica Central Obrera Boliviana (COB).
Decine di blocchi stradali e la brutale repressione delle enormi manifestazioni di piazza hanno portato il Paese sull’orlo di una crisi politica in poco più di un mese, con conseguenze imprevedibili e inaspettate per un governo appena eletto. L’ombra dell’internazionale di estrema destra, con il protagonismo interventista di Javier Milei e l’esplicita ingerenza degli Stati Uniti, conferisce al conflitto un carattere in linea con i tempi che stiamo vivendo. Per analizzare questa situazione ne abbiamo parlato con l’analista politico ed economista boliviano Diego Moscoso Sanginés.
La Bolivia sta affrontando una crisi che sta spingendo sull’orlo del collasso il governo di Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi. Misure impopolari e il tradimento dei settori sociali che costituivano lo zoccolo duro del suo elettorato di fronte alla debacle della sinistra, hanno provocato una reazione massiccia da parte delle organizzazioni sociali, guidate dalla COB, con proteste e blocchi stradali nelle principali città boliviane, in uno scontro con il governo che appare sempre più caotico e con Rodrigo Paz sempre più determinato a ricorrere alla repressione, ostentando l’ampio sostegno degli Stati Uniti e dei governi di destra in tutto il continente.
Secondo Diego Moscoso Sanginés, analista boliviano specializzato in questioni relative ai movimenti operai, si tratta di un conflitto in cui entrambe le parti stanno giocando una partita di forza mirata al logorìo e alla sconfitta dell’avversario, senza troppo margine per la negoziazione. I movimenti sociali, con i loro blocchi stradali che strangolano il flusso di merci e persone negli snodi di trasporto strategici, chiedono apertamente le dimissioni del Presidente. Dal canto suo, Rodrigo Paz punta sulla crescita di un’opposizione popolare o di parte della classe media urbana esasperata dalla frustrazione per la carenza di merci e la paralisi economica: in altre parole, fomenta lo scontro tra le parti sociali per facilitare l’implementazione delle sue misure.
A tutto questo si aggiunge la brutale repressione, che ha già provocato alcune vittime tra i manifestanti, mentre allo stesso tempo vengono avviate azioni legali contro i dirigenti sindacali e, naturalmente, contro Evo Morales, minacciando addirittura l’intervento delle forze armate. L’abrogazione delle limitazioni imposte alla legge sullo stato di emergenza dopo il colpo di stato di Jeanine Áñez [2019-2020 – ndt] va in questa direzione, aprendo la strada a una repressione ancora più selvaggia.
La rinascita del movimento operaio
Un altro nuovo sviluppo evidenziato dall’analista boliviano è che, a differenza delle proteste dei primi anni 2000 che portarono all’ascesa di Evo Morales e del governo del MAS, [Movimento Al Socialismo, partito di ispirazione marxista fondato nel 1987 – ndt] questa volta è il movimento operaio a guidare la mobilitazione anziché i contadini o i coltivatori di coca del Chapare [provincia nel centro del Paese – ndt]. Per Moscoso, si tratta di una «riarticolazione del movimento popolare guidata dalla Centrale Operaia Boliviana, dai minatori, dagli operai delle fabbriche e dalle altre componenti della forza lavoro salariata, in coordinamento con gruppi di contadini, lavoratori dei trasporti, alcuni sindacati e gruppi studenteschi e di attivisti, sempre presenti alle mobilitazioni sociali».
La COB ha organizzato importanti mobilitazioni alla fine del 2025 in risposta alle prime misure introdotte da Rodrigo Paz, riuscendo in gran parte a fermarle, anche se questo non ha impedito al governo di perseverare nel suo intento di imporre politiche impopolari. I dirigenti della COB hanno iniziato a essere perseguitati e minacciati di carcere, con molti che sono dovuti passare alla clandestinità tra cui il segretario esecutivo Mario Argollo. L’aspetto però più significativo non è la rinnovata capacità di mobilitazione della COB bensì la sua proposta programmatica, che in alcuni casi riprende la linea storica dei programmi operai e, in altri, affronta direttamente i problemi immediati del Paese andino. Diego Moscoso sottolinea che «(anche se) sono stati i lavoratori agricoli a guidare le proteste all’inizio di questo secolo, adesso esiste un movimento operaio più organizzato e coeso, con un programma politico più chiaro ed elaborato dagli operai delle fabbriche, nonostante la Centrale Operaia Bolivariana sia tradizionalmente sempre guidata dal settore minerario».
Anche se all’interno della COB esistono anche settori contadini e l’unione operaio-contadina abbia sempre fatto parte del suo programma, secondo l’accademico boliviano si tratta di «un’alleanza organica degli stessi leader che rappresentano sia i lavoratori che i contadini, che rappresenta una sorta di novità nei processi politici dell’America Latina degli ultimi decenni, nei quali il ruolo del movimento operaio si è fatto sempre più sfumato».
Secondo Diego Moscoso, «uno degli elementi interessanti della proposta della COB per uscire dalla crisi è il controllo delle valute estere derivanti dalle esportazioni, perché la crisi in Bolivia è dovuta principalmente all’incapacità dello Stato di ottenere dollari a sufficienza per il commercio internazionale», che ha generato «aumenti dei prezzi e svalutazione della valuta, poiché la maggior parte dei dollari risiede nel settore privato».
Come spiegato dall’economista, le imprese di import-export, per lo più in mano a capitali transnazionali, non sono tenute a liquidare gli utili all’interno del Paese. Moscoso riassume così: «Il famigerato Decreto 21.060, che ha introdotto e implementato il neoliberismo nel 1985 sotto il governo del prozio dell’attuale presidente, Víctor Paz Estenssoro [al suo terzo mandato 1985-1989 – ndt], conteneva un elemento chiave nel suo articolo quinto che imponeva a chi esportava di liquidare le proprie riserve di valuta estera presso la Banca Centrale: Controllando il dollaro, controllava le valute estere. Non le esportazioni, ma direttamente i contanti. E questo è rimasto in vigore fino all’ultimo giorno del primo mandato di Gonzalo Sánchez de Lozada (Goni) [6 agosto 1997 – ndt], quando emanò un decreto che eliminava tale obbligo per gli esportatori sostenendo che, visto che tutto era già stato privatizzato e che la tendenza andava verso l’aumento delle riserve valutarie, non c’era più bisogno che le imprese di import-export liquidassero tutto».
Durante i governi del MAS [2005-2019 e 2020-2025 – ndt], il controllo dei cambi non venne reintrodotto. Poiché la politica economica era incentrata sulla nazionalizzazione dell’industria strategica, i proventi in valuta estera derivanti dalle esportazioni non furono controllati «perché la crescita generava esportazioni a sufficienza, lo Stato esportava e i proventi in valuta estera erano abbastanza. Ma lo Stato non ha più quella capacità di esportazione di prima», spiega Moscoso. «Con la crisi delle esportazioni e il crollo dei prezzi, non sussiste più lo stesso flusso di beni e merci. Luis Arce [al governo dopo il colpo di stato di Jeanine Áñez, dal 2020 al 2025 – ndt] avrebbe dovuto fare proprio questo: reintrodurre il controllo dei cambi in modo che gli esportatori liquidassero i profitti in valuta estera presso la Banca Centrale. Ma non lo ha fatto, non ne ha avuto il coraggio. Se lo Stato non controlla le esportazioni e le importazioni per ottenere valuta estera a sufficienza per il mercato internazionale, non ci sarà soluzione. La tendenza sarà un’ulteriore svalutazione della moneta, aumenti dei prezzi e scarsità dei prodotti che devono essere importati, non soltanto beni di consumo ma anche materie prime essenziali per l’industria». Prosegue affermando che si tratta di una misura controversa, persino rivoluzionaria in questo contesto, ma necessaria e centrale nel programma della COB.
Il problema della valuta estera non è soltanto una questione macroeconomica ma ha un impatto quotidiano sulla carenza di carburante, aggravata dai blocchi stradali ma principalmente come conseguenza diretta della mancanza di valuta estera per le importazioni.
Una delle misure più impopolari di Rodrigo Paz, l’eliminazione dei sussidi sui carburanti, ha tentato di affrontare il problema dalla prospettiva profondamente neoliberista di eliminare la regolamentazione statale dall’economia, con il risultato che quando lo Stato è finalmente intervenuto lo ha fatto nel peggiore dei modi, creando una crisi senza precedenti a causa dell’importazione di carburante adulterato. La cura si è rivelata peggiore del male, causando addirittura guasti diffusi ai motori e facendo salire alle stelle il malcontento pubblico.
In questo contesto, i blocchi stradali che alla fine di maggio avevano interrotto oltre 90 autostrade e snodi stradali in tutta la Bolivia, hanno di fatto finito con il creare un’alleanza tra operai e contadini. Nel programma della COB, spiega Diego Moscoso, «ci sono punti piuttosto avanzati già presenti nei programmi precedenti, ma la novità di questo programma politico della COB risiede nell’autogestione operaia come ideale, come obiettivo da raggiungere, e nel controllo delle valute, elementi che spiccano insieme all’alleanza tra operai e contadini».
La crisi politica
Nel frattempo, la presenza e la leadership dei partiti politici si sono fatte più sfumate, soprattutto a seguito della crisi e delle divisioni interne al MAS, anche se Moscoso riconosce la perdurante rilevanza della figura di Evo Morales, messa alle strette dalla persecuzione dell’ex-Presidente Luis Arce prima e da quella di Rodrigo Paz adesso. «Evo non è soltanto un leader politico, è una figura di potere. Nessuno, nemmeno unendosi al resto degli altri leader politici, può raggiungere il livello di potere politico di cui dispone Evo Morales né il suo impatto sulla società, soprattutto sui settori popolari». Il governo sfrutta questa situazione come «strategia di propaganda» per «attribuire tutti i mali alla figura di Evo Morales, arrivando persino ad attribuirgli più potere di quanto ne abbia in realtà, come ad esempio affermando che Evo Morales finanzia le proteste e che tutti sono suoi sostenitori». Tuttavia, in pratica, nonostante Evo Morales conservi un’enorme influenza, la sua capacità di agire è diminuita trovandosi confinato nella regione del Chapare sotto il pericolo di essere arrestato e protetto dalle organizzazioni di base dei coltivatori di coca. La minaccia, nonostante finora non vi siano prove di progressi concreti in tale direzione, è quella di estradare Evo Morales negli Stati Uniti per farlo entrare a far parte di quella sorta di galleria di trofei di leader antimperialisti catturati o assassinati da Donald Trump.
Un altro punto sottolineato da Diego Moscoso è che l’ampio sostegno sociale a Rodrigo Paz, considerato il male minore al secondo turno delle elezioni data la sconfitta autoinflitta del MAS, ha evidenziato l’importanza del sostegno del vicepresidente Edmand Lara, ex-agente di polizia salito alla ribalta come influencer sui social media. Edmand Lara, tuttavia, è stato estromesso da ogni processo decisionale non appena la coalizione si è insediata al potere e non è riuscito a dimostrare la capacità di incanalare il sostegno ricevuto o di agire da mediatore nel conflitto.
Le misure neoliberiste estreme implementate fin dall’inizio da Rodrigo Paz hanno rapidamente alienato la base che lo aveva votato e che aveva permesso la sua ascesa alla presidenza.
«Rodrigo Paz ha formato il proprio governo con i quadri politici e tecnici di Samuel Doria Medina [politico e imprenditore boliviano, proprietario della franchise Burger King in Bolivia – ndt], Jorge Tuto Quiroga [politico boliviano, candidato contro Evo Morales nel 2005 – ndt] e del settore agroindustriale di Santa Cruz: in altre parole, i suoi avversari politici nella contesa elettorale sono quelli che lo accompagnano nel suo governo», afferma Moscoso. Inoltre, «non ha creato alcuno spazio politico per le organizzazioni sociali che lo avevano sostenuto», escludendo per la prima volta in quasi vent’anni (con l’eccezione della breve dittatura di Jeanine Áñez) i settori popolari dall’accesso ai luoghi del potere politico dello Stato. Al contrario, il governo sta spingendo per la reintroduzione dei prestiti dal FMI, nonostante «durante la sua campagna elettorale avesse affermato che non si sarebbe rivolto al Fondo Monetario Internazionale o ad altri organismi internazionali, che sapeva come uscire dalla crisi senza indebitarsi e senza dipendere da tali organismi internazionali, e questo ha generato un malcontento diffuso. È uno degli elementi che ha maggiormente inciso sull’amministrazione di Rodrigo Paz».
L’evoluzione degli eventi in corso sta precludendo ogni possibilità di negoziato politico, con entrambe le parti che si irrigidiscono sempre di più. Moscoso aggiunge che il governo «vede la soluzione dal punto di vista del conflitto. Non ha ancora usato la forza militare né dichiarato lo stato di mergenza (potrebbe farlo in seguito) ma sta organizzando truppe d’assalto fasciste per resistere». La spirale del conflitto si trasforma così in una prova di resistenza, in cui a vincere sarà chi esercita maggiore pressione e, al tempo stesso, chi riesce a resistere più a lungo. La COB stessa e i settori contadini dell’altipiano andino propongono le dimissioni del Presidente come orizzonte della lotta e di conseguenza «il governo punta a logorare le mobilitazioni, lasciando passare il tempo fino a quando non perdono slancio, per poi fare pressione sulla popolazione stessa».
Questa strategia è particolarmente diffusa a La Paz, che sta subendo il peso maggiore dell’assedio, e mira a fomentare l’opinione pubblica affinché la gente respinga o si rivolti contro le organizzazioni sociali in mobilitazione. In sintesi, «non esiste alcuna scadenza, petizione o richiesta che permetta che un tavolo di dialogo con il governo possa raggiungere un obiettivo, e il governo non ha né la capacità né la volontà di organizzare un incontro».
Moscoso sottolinea inoltre che le organizzazioni sociali hanno ancora molta strada da fare in termini di mobilitazione e intensificazione del conflitto, in parte perché nella zona principale dei blocchi stradali, l’altipiano andino, è in corso la stagione della semina e gli agricoltori «devono alternarsi tra le loro attività quotidiane di sopravvivenza e le azioni di pressione sociale». In questo contesto, lo scenario politico rimane aperto, perché le dimissioni di Rodrigo Paz, qualora si verificassero, porterebbero a un governo ancora più debole, tirato per la giacchetta dai diversi settori della società boliviana. Pertanto, «le dimissioni di Rodrigo Paz non sono garanzia di vittoria, perché i problemi sono strutturali, sono problemi di scelte politiche, tra cui la principale è il controllo delle valute estere provenienti dalle esportazioni», che un governo debole non può gestire efficacemente.
L’intervento degli Stati Uniti e dei suoi satelliti
La subordinazione della classe dirigente boliviana agli interessi delle potenze imperialiste è una costante nella sua storia ma con alcune significative interruzioni: la più recente è stata l’ascesa alla presidenza di Evo Morales [2005-2019 – ndt]. A loro volta, sia il Brasile che l’Argentina, in quanto paesi egemonici o sub-egemonici nella regione, hanno esercitato forti ingerenze nella politica boliviana. Nel caso dell’Argentina, gli esempi abbondano e sono piuttosto recenti, come il sostegno al governo di Mauricio Macri durante il colpo di stato governativo del 2019 attraverso la fornitura di armi per la repressione e, in precedenza, l’intervento della dittatura argentina nel 1980 in favore del sanguinoso colpo di stato guidato dal generale Luis García Meza.
Javier Milei conosce bene questo schema storico. Aerei Hercules dell’Aeronautica argentina sono atterrati in territorio boliviano trasportando presunti aiuti umanitari per rimpiazzare i rifornimenti che non riescono a raggiungere le città a causa dei blocchi stradali. Tuttavia, considerando i precedenti voli durante la presidenza di Mauricio Macri, ci sono forti dubbi sull’effettivo contenuto del carico di questi velivoli.
Ancora più controverso è il ruolo del consigliere argentino di Rodrigo Paz, Fernando Cerimedo, figura dal passato tutt’altro che trasparente e fondatore in Argentina de “La Derecha Diario” [lanciato nel 2020 on line con edizioni in lingua spagnola, inglese ed ebraica – ndt]. Le sue precedenti apparizioni pubbliche sulla scena internazionale lo vedono impegnato in Honduras come consigliere del candidato di Donald Trump e attuale presidente, Nasry Asfura [eletto il 27 gennaio 2026 – ndt] e, prima ancora, con il clan Bolsonaro durante il fallito assalto al Palazzo del Planalto dell’8 gennaio 2023. In Argentina, Fernando Cerimedo fa parte del gruppo di notabili di estrema destra che gravitano attorno al nucleo del potere di Javier Milei, con stretti legami con la strategia del trumpismo volta ad assoggettare l’America Latina alla propria sfera d’influenza. In Bolivia, appare come una figura influente nel governo di Rodrigo Paz.
Secondo Moscoso, il ruolo poco chiaro di questo consigliere potrebbe essere alla base della politica di Rodrigo Paz di spingere lo scontro all’estremo. «La presenza di questo signore in Bolivia spiega alcune delle decisioni del governo, come l’intransigenza nei confronti della mobilitazione popolare, l’inasprimento del conflitto, l’uso di truppe d’assalto, l’esacerbazione del razzismo, la guerra digitale delle fake news e la persecuzione politica dei dirigenti sociali e sindacali, ad esempio».
Che sia così o meno, la centralità di un consulente straniero in un governo in crisi è degna di nota, al punto da generare attriti anche all’interno della stessa destra boliviana. Marcel Rivas, un dirigente che ha fatto parte del governo di Jeanine Áñez, lo ha accusato di fomentare il caos come strategia politica, non soltanto in relazione al conflitto, ma persino all’interno dello stesso governo.
Fernando Cerimedo è soltanto un ingranaggio in un più ampio schema interventista. Le dichiarazioni di aperto sostegno al governo da parte di alti funzionari del governo statunitense lo dimostra chiaramente. Moscoso aggiunge che «pochi giorni dopo l’insediamento di Rodrigo Paz, la Bolivia ha interrotto le relazioni con l’Iran e ha riaperto quelle con Israele, consentendo nuovamente agli israeliani di viaggiare in Bolivia senza visto e permettendo l’entrata del Mossad all’interno dell’apparato di intelligence». I legami tra questi elementi, l’intensificarsi della repressione e la deriva a destra del governo di Rodrigo Paz, così come la politica di controllo emisferico degli Stati Uniti, sono innegabili.
Abbiamo già accennato alla minaccia costante contro Evo Morales, che rientra anch’essa in questo piano per il quale «non lo vogliono libero né politicamente attivo, ma non lo vogliono nemmeno in una prigione boliviana perché ciò creerebbe una situazione in cui sarebbe attivo, presente e potrebbe persino mobilitare migliaia di persone». La soluzione, quindi, sarebbe quella di forzarne l’esilio, volontario o con la forza, sebbene si tratti di «un equilibrio delicato»: se arrestassero Evo Morales o tentassero di assassinarlo, il Paese potrebbe precipitare nel caos. Potrebbe essere il motivo per lo scoppio di una guerra civile. Questo è un altro fattore che i poteri de facto in Bolivia e negli Stati Uniti devono tenere in considerazione».
Infine, nonostante la complessità della situazione, l’analista boliviano ritiene che questo sforzo di mobilitazione stia «consentendo una riarticolazione delle organizzazioni sociali e la costruzione di un programma politico, perché non sono soltanto le rivendicazioni di settore a motivare le mobilitazioni in luoghi diversi». Resta in essere la possibilità che questo processo si consolidi in una nuova agenda che aggiorni il processo di cambiamento iniziato con le dimissioni di Gonzalo Sánchez de Lozada nel 2003 e proseguito con i governi di Evo Morales.
Articolo pubblicato in spagnolo il 10 giugno 2026 sul sito Tektonikos, che ringraziamo per la gentile concessione. Traduzione a cura di Michele Fazioli per DinamoPress.
Immagine di copertina dell’assunzione del governo di Rodrigo Paz, da commos wikimedia, della Presidenza della Repubblica dell’Ecuador.
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