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OPINIONI

Nel movimento che (non) c’è: guerra, lotte, organizzazione

Dopo l’incontro che si è tenuto a Bologna a ottobre, dedicato al movimento per lo sciopero, un nuovo appuntamento si terrà a Roma il 19 maggio presso l’Aula 6 di Lettere e Filosofia, a La Sapienza alle 16.30, per riprendere una discussione collettiva che possa servire a far avanzare la prospettiva dell’organizzazione contro la guerra

La guerra e noi

A oltre due mesi dall’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, dalla reazione iraniana, dallo sconfinamento del conflitto in Libano e in tutta la regione, lo scenario di guerra non cessa di approfondirsi. Il tira e molla sullo stretto di Hormuz mostra che non si tratta di un semplice déjà vu: mentre Israele continua imperterrita la sua politica espansionista, le confuse scorribande trumpiane non pretendono alcuna “esportazione della democrazia”, ma affermano l’ideologia militarista e la legge del più forte. Anche i richiami alla difesa dell’Occidente non riescono a nascondere che esso è oggi tutto fuorché un’entità unica e monolitica. D’altra parte, i riverberi globali della guerra e i suoi intrecci energetici, finanziari, infrastrutturali, geopolitici, mostrano la molteplicità degli attori in campo. Lo scarto non è solo ideologico, ma materiale: siamo di fronte a una fase che non si spiega con il ritorno al passato o rassicuranti invocazioni all’anti-imperialismo.

L’impressione è quella di essere davanti a uno schema che si ripete in ogni situazione di crisi o di stallo: una pratica della forza che non passa per alcuna autorizzazione, né raggiunge alcuna stabilizzazione. La guerra si è così affermata come costituzione del presente, un orizzonte in cui non è possibile altro che altra guerra, anche quando mascherata da pace o da tregua, con o senza Board.

Ciò risulta in modo evidente in Medioriente, dove Israele continua a sperimentare il proprio complesso militare-digitale a prescindere da qualsivoglia accordo siglato. Ma emerge anche nelle schizofreniche sparate di Trump che, dietro la sua smargiassa follia, rivela la paura di non controllare più l’interruttore della guerra. C’è qualcosa della guerra, del suo espandersi e ripetersi, della sua apparente inevitabilità, del suo continuo sconfinare oltre i campi di battaglia che ancora continua a sfuggirci: essa va al di là di ogni crisi e fatichiamo ad aggredirla con pratiche e discorsi. Non basta oggi nominare la guerra, né pensarla come conseguenza inevitabile del capitalismo e di uno slittamento autoritario su scala globale, ma dobbiamo ancora rompere i blocchi che ci impediscono di cogliere la novità della fase storica in cui siamo.

Nel marzo del 2025 abbiamo lanciato la Residenza Rearm? No RESET per proporre domande e prospettive capaci di superare blocchi che impedivano l’emergere di una forte opposizione alla guerra. Quei blocchi avevano per noi il nome del campismo, della sottovalutazione dello scarto della nuova fase dopo l’invasione russa dell’Ucraina, della natura globale della guerra e dei suoi effetti sociali generali, anche lontano dai bombardamenti.

Nei limiti in cui siamo tutti immersi, RESET ha individuato collettivamente nella guerra in cui siamo il terreno determinante delle lotte e nello sciopero la possibilità di organizzarsi contro di essa, affermando la necessità di uno slancio di innovazione politica.

Da allora diverse cose sono cambiate: anche grazie alle mobilitazioni e gli scioperi di settembre/ottobre contro il genocidio in Palestina, la parola “guerra” è entrata in ogni processo di convergenza delle lotte e dei movimenti sociali. Non per questo le ipotesi campiste sono scomparse, né abbiamo risolto i blocchi di iniziativa e discorso.

Ma cosa sono questi blocchi?

Blocco è tutto ciò che spinge il movimento a consegnarsi alla geopolitica; alla logica per cui i nemici dei nostri nemici possono essere alleati validi a seconda del contesto; a limitarsi a dimensioni territoriali; a rifugiarsi in generiche convergenze antifasciste o antiautoritarie contro i governi nazionali. Blocco è sacrificare sull’altare di un presunto scontro tra popoli, Stati, civiltà, tutto ciò che non rientra in questo scontro, come i migranti, ovunque “vittime collaterali”. Blocco è sottovalutare la dimensione patriarcale del militarismo che cerca di soffocare le voci delle lotte femministe e trans-femministe. Blocco è trascurare come Stati e capitale si siano trasformati negli ultimi decenni e questo richieda oggi sforzi di lettura e interpretazioni nuove, che mostrino come essi non siano unitari, che individuino la molteplicità degli attori coinvolti. Blocco è non vedere che il lavoro vivo è protagonista e parte in gioco diretta di queste trasformazioni. Blocco è non considerare come la guerra, mentre scompagina ovunque società ed economie, chiude possibilità, ma consegna anche un terreno di lavoro politico nuovo. Blocco è tutto ciò che ci impedisce di riconoscere le forme di resistenza e opposizione che il lavoro vivo mette in campo e operare affinché esso, con tutte le sue differenze, divenga parte organizzata di questo disordine, per rovesciarne gli effetti negativi. Blocco è la rinuncia ad assumere la sfida di un’opposizione transnazionale alla guerra, costringendo le nostre lotte dentro percorsi di soggettivazione che nascono già perimetrati e profilati dalla guerra stessa.

Qualcosa cova all’ombra del caos e del déjà vu

Il militarismo è la politica della guerra nella società. Mentre prepara a sempre possibili allargamenti dei combattimenti, il militarismo socializza la guerra disarticolandola in scenari che paiono sempre specifici, locali, separati e si oppone a ogni embrione di soggettivazione nella dimensione mondiale. A riempire di senso questa assenza di comunicazione vengono così proposti scontri di civiltà, necessità di difesa e paradigmi multipolari. Nel frattempo, il militarismo opera stabilendo gerarchie, indirizzando politiche industriali, salariali e di ricerca che arruolano l’intelligenza collettiva nell’economia bellicista digitalizzata e di mercato. Questo “realismo politico” che dovrebbe cavalcare un caos sistemico, e che riguarda anche frazioni di capitale globale, pretende di stabilire le uniche parti in cui i soggetti che compongono il lavoro vivo possono legittimamente collocarsi.

Il militarismo attacca così la possibilità di consolidare comunanze tra chi è costretto a resistere sul campo di battaglia o sceglie di disertare, chi paga sulla propria pelle la scelta di migrare, chi trova limitata la propria libertà da oppressioni razziste e patriarcali, chi subisce gli effetti economici in termini di aumento dei costi, diminuzione del salario e stretta del comando padronale.

Noi pensiamo per questo che sia necessario costruire una prospettiva di classe dentro e contro la guerra che non si riduca all’individuazione di un immaginario nemico comune, né punti su automatismi tra le “conseguenze economiche della guerra” e un rifiuto delle più generali forme di sfruttamento e di oppressione. Pensare una prospettiva di classe significa smarcarsi rispetto alla paralisi del caos e all’effetto di déjà vu, spezzare i conseguenti automatismi che questo porta con sé, attaccare il militarismo. Significa guardare al modo in cui la guerra modifica tanto gli Stati e i loro apparati, le catene transnazionali del valore e le strategie di comando sul lavoro vivo nel suo complesso. È dentro questa prospettiva che possiamo vedere come nel vortice della guerra, mentre governi e profitto pretendono di dettare legge, nelle proteste contro i regimi, nelle fughe dalla leva, nei movimenti dei migranti, nelle lotte delle donne e delle persone lgbtqi+, negli scioperi per il salario, nella rivendicazione di una vita libera dalla violenza, qualcosa cova sotto l’ombra del caos e dell’apparente déjà vu.

Dentro e oltre il rifiuto

In questi mesi e in forme diverse, nelle piazze così come nelle urne, abbiamo visto esprimersi un rifiuto, a tratti di massa, di un piano dello scontro imposto dall’alto. Questo ha avuto momenti eclatanti nei voti a valanga contro la riforma costituzionale della giustizia e il governo Orbán, nelle mobilitazioni transnazionali No Kings, ma attraversa in modo diseguale diversi piani societari. Un rifiuto che è stato in grado di incidere sui rapporti di forza materiali, dettando altri spazi e tempi nell’agenda politica. Mentre il protagonismo della cosiddetta “Generazione Z” segnala sommovimenti nelle società mondiali, alle nostre latitudini in molti hanno parlato di “Generazione Gaza”.  Questa definizione coglie in parte i tratti di continuità con gli scioperi e le manifestazioni di autunno contro il genocidio. Tuttavia, nei fatti di questi mesi possiamo cogliere anche istanze, contraddizioni, possibilità e limiti che hanno segnato  esperienze precedenti come quelle delle mobilitazioni “Fridays For Future”, degli scioperi per il clima e di quello femminista e transfemminista, della convergenza GKN ,delle lotte contro il razzismo sistemico di Black Lives Matter, del movimento studentesco contro l’aziendalizzazione della scuola, delle lotte per una ricerca universitaria emancipata dalla guerra e contro la verticalizzazione della governance universitaria, dei conflitti per il salario sui luoghi di lavoro.

Non si tratta qui di proporre l’ennesima genealogia di un’opposizione sociale di massa che si muove in modo carsico. Ciò che vogliamo mettere in luce è l’insufficienza delle letture spontaneiste e della costruzione di centralità intorno a singole questioni. Gli ostacoli identitari degli scioperi di novembre contro la manovra finanziaria attestano l’inefficacia del tentativo di spostare meccanicamente il rifiuto del genocidio in Palestina su un obiettivo differente. Ciò che ci pare emergere con forza è al contrario l’intreccio di terreni, percorsi di attivazione, processi materiali che sono scossi dall’impatto della guerra e sono in cerca di nuovi linguaggi e strumenti di organizzazione. Come già accaduto in tante delle esperienze appena richiamate, ci troviamo infatti davanti a un’onda che nell’infrangersi sembra assumere forme episodiche con tempi molto veloci e con un’elevata capacità di contagio, che ha trovato negli scioperi contro il genocidio il suo momento sin qui più alto, ma che al suo ritirarsi fatica a lasciare discorsi e infrastrutture visibili in grado di consolidarne nel tempo la forza.

Questo movimento delle mareggiate e dello sciopero, con una composizione anche territorialmente radicata, non può essere ridotto a chiavi di lettura passate, né ai tempi e alle modalità delle organizzazioni politiche “classiche”.

I “No” pronunciati nelle urne e nelle piazze esprimono una carica che leggiamo come prima grande incrinatura contro la presa della guerra: questa carica porta i segni delle conseguenze materiali della guerra, dall’aumento dei costi al senso di insicurezza diffusa, ma attacca direttamente l’autoritarismo come forma del comando sulla società. L’autoritarismo è parte integrante della guerra, anello di congiunzione ideale tra politica estera e politiche interne degli Stati che si nutre, ma va anche oltre, di politiche come il patriarcale ddl Bongiorno o le linee guida Valditara per la scuola nel nome della nazione. L’autoritarismo si esprime infatti oggi come ricerca di un potere che pretende di rendersi sempre più indipendente da ogni limitazione formale; come inasprimento delle pratiche securitarie e dell’apparato repressivo; come pratica amministrativa che normalizza le gerarchie; come costante tentativo di costringere la cooperazione sociale entro binari prestabiliti. Esso si appoggia a gesti forti, ma funziona in background. Ne è un esempio il tema delle migrazioni: mentre le destre sdoganano la deportazione di massa nel nome della “remigrazione”, le vite di donne e uomini migranti sono sottoposte non solo al ricatto dei padroni, ma anche all’arbitrarietà delle questure, sempre in ritardo coi rinnovi dei permessi di soggiorno, ma molto celeri a espellere negando qualsiasi possibilità materiale di ricorso, o piuttosto incentivando le espulsioni “volontarie” nei modi più subdoli.

Mentre nelle piazze e alle urne le destre subiscono colpi sul piano del consenso, in Europa crescono le oscillazioni con il trumpismo, la Russia, Israele. Ma la spinta bellicista non riguarda solo le destre. Approfondire queste tensioni per farne delle crepe sta a noi e alla nostra capacità di approntare lenti, discorsi, sperimentazioni organizzative. Per fare questo non basta scommettere su pratiche buone per l’immediato presente: occorre costruire collettivamente le domande giuste per prendere parte a mobilitazioni e scadenze in modo organizzato, e non passeggero, e ancora per immaginare e individuare forme e possibilità di conflitto che si muovano anche al di fuori di terreni già battuti.

Come articolare il rifiuto dell’autoritarismo come rifiuto della guerra, del militarismo, dello sfruttamento, del patriarcato e del razzismo dentro un mondo che la guerra continua a ridefinire in termini di dinamiche di sfruttamento e dominio, resta un problema aperto: un problema a cui diamo il nome di organizzazione, collettivo e non delle singole realtà, aree o percorsi. 

Mentre infuria la guerra, sta a noi chiederci come favorire un possibile movimento transnazionale di un lavoro vivo che, costretto dentro la coscrizione militarista degli Stati nazione e dalle loro torsioni autoritarie, schiacciato dai fronti che immaginano nuovi scontri di civiltà, resiste e si oppone in modi diversi e non sempre organizzati alla guerra e alle sue condizioni di sfruttamento, che vorrebbero consegnare al capitale soggetti inermi e impotenti.

Lottare in Europa contro la guerra

Come RESET abbiamo parlato di sciopero europeo contro la guerra, partendo dalla constatazione che guardiamo al presente da questo angolo di mondo. Ma cosa vuol dire parlare di Europa oggi? Al di là di ogni fantasticheria, essa rimane soprattutto un grande mercato sottoposto a spinte centrifughe. Ben più dei progetti immaginari di potenza o delle discussioni se produrre più armi o capacità computazionale, ciò che oggi tiene insieme l’Europa sono una serie di politiche che concorrono all’obiettivo di aumentare i tempi di lavoro a salari bloccati o addirittura diminuiti. A questi processi fa da corollario una ristrutturazione del comando sul lavoro e sulla società che passa anche attraverso l’eliminazione del welfare e il riorientamento di quel poco che ne rimane in senso familista e razzista. Mentre progetti di deportazione, violenza in mare e sui confini e attacchi all’accoglienza si accompagnano a politiche migratorie e accordi internazionali volte a regolamentare e punire ogni pretesa di libertà nella mobilità, questa si trova sempre più irreggimentata dentro canali logistici dello sfruttamento che stabiliscono di volta in volta dove, e per quanto tempo, il lavoro migrante può essere sfruttato.

Di fronte a questo scenario, i processi in grado di coinvolgere organizzazioni e pezzi di attivismo e militanza diffusa che si profilano come convergenze fra strutture e scioperi rituali non sono sufficienti. Il tema non è nemmeno la formazione di campi più o meno larghi, o puntare su scale più o meno locali. Puntiamo piuttosto a costruire domande e un linguaggio comune, sulla cui base rafforzare e costruire un’opposizione autonoma e di parte alla guerra, capace di incidere su ognuno di questi piani senza esserne sussunta.

Ciò di cui più abbiamo bisogno per rovesciare i rapporti di forza della guerra è individuare gli elementi primari di un programma di lavoro politico di comunicazione e organizzazione tra quei soggetti che autoritarismo e militarismo puntano a dividere e rendere docili.

Costruire collettivamente una pratica di elaborazione e organizzazione capace di attraversare con il rifiuto della guerra e delle sue logiche i terreni del salario, della riproduzione, della formazione, della mobilità: questa la nostra proposta. È in questa direzione che lo sciopero rimane la prospettiva concreta per opporsi alla guerra oltre ogni suo confinamento in forme prestabilite o illusione di replicare ciò che si è già dato.

Nell’incontro RESET di Bologna a ottobre 2025 dedicato al movimento dello sciopero, abbiamo tentato di tracciare un metodo di confronto politico in questa direzione. Siamo consapevoli delle difficoltà in cui siamo immersi, e non abbiamo una formula magica. Non per questo pensiamo sia possibile rinunciare a questo sforzo.

Per questo proponiamo di riprendere una discussione collettiva che, a partire dagli spazi dell’Università, possa servire a far avanzare la prospettiva dell’organizzazione contro la guerra, con il prossimo appuntamento che si terrà a Roma il giorno 19 maggio presso l’Aula 6 di Lettere e Filosofia, Università la Sapienza dalle ore 16.30 alle ore 20.

La copertina è di Gianluca Rizzello

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