ROMA
Una lenta, inarrestabile trasformazione cambia il volto di San Lorenzo e del Cinema Palazzo
Attraverso l’uso del linguaggio e di azioni comunicative, il quartiere di San Lorenzo è stato trasformato in un parco giochi, riservato a stili di vita che nulla hanno in comune con chi lì vive. Per le e gli abitanti non ci sono più case e servizi, ogni spazio verde è cancellato, eppure le parole che si usano per descrivere il cambiamento parlano di un quartiere splendente e attrattivo
Le città si trasformano, è un processo inevitabile e non necessariamente negativo. Le e gli abitanti leggono le trasformazione e avvertono i cambiamenti, se ne riconoscono l’impatto negativo che hanno sulle loro vite reagiscono per difendere i loro spazi.
Alcune volte riescono a fermare il disastro, come è avvenuto il 15 aprile 2011 quando il cinema Palazzo a San Lorenzo avrebbe dovuto aggiungersi al Manhattan Caffè, al Las Vegas, all’Admiral Club, al Black Jack Caffè, al’Intralot Royale, al Dubai Palace, che sorgevano come funghi lungo la via Tiburtina con le loro grandi scritte colorate al neon e attiravano migliaia di persone. Aumentava il numero delle persone rovinate dal gioco e vittime di ludopatia, si rompevano legami essenziali per la comunità locale. Sale bingo, slot machine, sale VLT, sale poker, scommesse di ogni tipo diventavano la speranza per tantissime persone di migliorare la qualità della propria vita con un colpo di fortuna, mentre permettevano la circolazione di capitali mafiosi, alimentando l’usura e il riciclaggio.
Altre volte sono state fatte battaglie generose per difendere il diritto alla città pubblica, divorata dalla costruzione di hotel di lusso, residenze private, luoghi del consumo destinati a chi è in grado di sostenere costi sempre più alti, non riuscendo ad arginare la trasformazione. Non è facile opporsi a operazioni condotte da investitori sempre più famelici e da amministrazioni a loro sottomesse quando la costruzione di un immaginario che parla di degrado e offre soluzioni penetra nel racconto della città.
La cultura, come parola che ha perso il suo significato, diventa il grimaldello. Tutto è cultura, anche gli eventi più superficiali e commerciali, tutto si confonde perché quello che conta è che la “cultura” sia fonte di profitto. Il finanziamento pubblico sparisce, sostituito dall’ideologia neoliberista che la cultura diventi economicamente sostenibile, e se produce profitti è meglio.
È quello che è successo nel quartiere romano di San Lorenzo dove azioni comunicative e retoriche sono state messe in atto per costruire l’immagine di un quartiere utile alla rendita finanziaria, che un po’ alla volta si è appropriata di ogni spazio disponibile. Per chi ci abita non ci sono più case e servizi, ogni spazio verde è cancellato, eppure le parole che si usano per descrivere il cambiamento parlano di un quartiere splendente e attrattivo.
È iniziato alla fine del 2021 con l’inaugurazione della Soho House, salutata da tutta la stampa con toni entusiastici. Piace l’idea di un luogo riservato alla classe creativa «per riunirsi e fare network, tra momenti di relax e serate all’insegna del divertimento». La raccontavano così: «La nostra prima House in Italia offre la possibilità di cenare all’aperto sulla Cecconi’s Terrazza, abbellita da alberi di limoni, e che comprende una piscina sul roof, una grande palestra al settimo e ottavo piano con studi di movimento, una spa Cowshed e un programma giornaliero di eventi per i members».
Poi è stata la volta del Social Hub, nell’area pubblica dell’ex-Dogana. Nonostante la forte opposizione del quartiere, un’enorme struttura alberghiera ha occupato lo spazio e anche in questo caso si è parlato di un luogo cool riservato a chi può pagare. «The Social Hub Roma riunisce una nuova generazione di cittadini del mondo in un centro dove innovazione, creatività e imprenditorialità sono di casa. Dagli aperitivi a bordo piscina sotto il sole alla pasta al dente e alla pizza lievitata naturalmente appena sfornata, scopri i sapori e lo stile tipici italiani a The Social Hub Roma» Prezzi esclusivi non lo scrivono.
Siamo di fronte al tentativo di sostituire una realtà fatta di associazioni di abitanti, giovani impegnati in attività sociali e culturali con giornalistə, pubblicitarə, cineastə, creativə di ogni genere, pronti a cadere nella trappola del luogo esclusivo a loro dedicato.
Segnali di una graduale, ma inesorabile espulsione per molti e molte che nel quartiere vivono e lavorano. Il quartiere, operaio prima e studentesco poi, è stato invaso da turistə ospiti dei mini-appartamenti offerti su Airbnb, le botteghe storiche hanno lasciato il posto a locali dove si somministrano cibi e bevande scadenti notte e giorno, cantieri edili, più o meno legittimi si sono moltiplicati. Tutto questo mentre il quartiere è lasciato in stato d’abbandono, in mano alla criminalità che gestisce lo spaccio e si appropria dei locali in crisi.
Adesso è arrivato l’ennesimo locale, che si aggiunge ai tanti pub, ristoranti, finte gallerie d’arte. «Dopo anni di silenzio un luogo storico di Roma torna a vivere. Il cinema si rifà spazio e fa spazio alle storie, agli incontri e alle possibilità» – così lo presentano. «Prende forma l’idea di un pubblico nuovo, più aperto e curioso, capace di muoversi tra esperienze diverse e linguaggi differenti».
Le parole sono sempre le stesse, anche per raccontare il vecchio Cinema Palazzo.
Il quartiere diventa alla moda con la sua trasformazione che viene raccontata dai media come luogo in cui passare una piacevole serata. Si rivolge a un gruppo selezionato di abitanti, anche se si presenta come aperto a tutti e a tutte, in realtà non può includere tutti e tutte. Il linguaggio utilizzato descrive un ideale di vita e di società, rappresenta una forma di potere e determina esclusione per persone anziane, immigrate, bambine e bambini, abitanti tradizionali.
La gentrificazione con il suo linguaggio e le sue culture rende visibile il meccanismo di dominazione che opera nella città.
Nelle ore notturne esplode la contraddizione. Per gli abitanti la notte rimane lo spazio dedicato al riposo, al sonno, mentre per i nuovi fruitori dello spazio la notte rappresenta il tempo del consumo. Questi nuovi locali “culturali” si rivolgono proprio a loro, costruiscono uno spazio fisico e simbolico per il loro stile di vita, dove ogni contraddizione e conflitto spariscono.
Il capitale costruisce, attraverso il linguaggio, retoriche e mezzi di comunicazione per diffonderle, in modo da produrre il consenso e convincere gli e le abitanti che anche loro fanno parte, da protagonisti, delle operazioni di recupero urbano. Non è così, il quartiere si sta svuotando delle funzioni vitali e sta diventando un parco a tema per chi cade nella trappola del marketing.
Dobbiamo chiederci come sia potuto accadere che in tanti e tante si siano lasciati coinvolgere e, come utili idioti, siano lì a battere le mani a chi sta mettendo in atto la loro esclusione. E ci provoca sofferenza vedere nani e ballerine danzare alla corte del Re al quale avrebbero voluto tagliare la testa, proprio nei giorni in cui in tutto il mondo si manifesta con la parola d’ordine No Kings.
Il lavoro che i movimenti sociali, le realtà del quartiere, i cittadini e le cittadine devono fare è la decostruzione di questa ideologia per fermare questa trasformazione e costruire una città più giusta.
Potranno farlo grazie all’immensa galassia di pratiche che si sono sviluppate da anni attorno a quegli spazi sociali che si tenta di smantellare, perché rappresentano nuove strutture sociali della vita quotidiana e una nuova geografia della città che elimina le ingiustizie e le frontiere, che determinano l’esclusione di gruppi, classi e individui .
Contro ogni forma di gentrificazione.
La copertina è tratta dalla pagina Facebook “Nuovo Cinema Palazzo“





