EUROPA

Ogni sgombero ha il suo prezzo: passato e presente del Liebig 34 a Berlino

Il Liebig 34 era una casa occupata, anarchica e queer-transfemminista, sgomberata con enorme dispiegamento di polizia e violenza contro i manifestanti lo scorso 10 ottobre. I media hanno cercato di dipingere l’Haus Projekt come un fastidioso residuo di un tempo perduto, ma in realtà non è così: dalle lotte contro la gentrificazione alle pratiche di solidarietà e mutualismo, lottava contro la città dei ricchi

Lo scorso 3 ottobre la riunificazione tedesca ha compiuto trent’anni. Come in occasione di ogni anniversario, i media si sono interrogati sul bilancio di questi decenni. Qualcuno, come al solito, usa toni trionfalistici, da Fine della Storia, direbbe Fukuyama. Altri (sempre di più) si interrogano invece su cosa sia stata la DDR e cosa ne resta, sugli errori compiuti, sugli squilibri creati. Ci si è chiesto quando i cosiddetti “nuovi Bundesländer”, quelle cinque regioni dell’Est annesse alla Germania federale il 3 ottobre 1990, potranno finalmente diventare “vecchi” come gli altri o per lo meno “non-più-nuovi”. A Berlino il 3 ottobre, festa nazionale in tutto il paese, ha ovviamente un significato particolare. E fa strano pensare che ormai la porzione di storia “post-muro” (31 anni) ha superato in durata il periodo in cui la capitale è stata divisa da una barriera di cemento altra tre metri (28 anni).

 

Verso le 15 di venerdì 9 ottobre si è conclusa (per ora) una storia berlinese più antica della stessa Germania riunificata, quella dello spazio sociale e abitativo Liebig 34.

 

Il Liebig 34 era una casa occupata, anarchica e queer-transfemminista, all’incrocio fra Liebigstr. e Rigaer Str., nel distretto di Friedrichshain. Ex-quartiere operaio ed ex-cuore pulsante di Berlino Est, Capitale della DDR. A pochi metri corrono la Frankfurter Allee e la Karl-Marx-Allee, viali di rappresentanza del socialismo reale, dove andavano in scena le parate militari. Tutto intorno altre strade intitolate ad altre città dell’Est: Danziger Str (via Danzica), Warschauer Str. (via Varsavia), Petersburger Str. (via Pietroburgo) e così via.

 

Foto di Stefano Danieli

 

Da quella parte della città era entrata l’Armata Rossa e alla fine della Battaglia di Berlino era ridotta ad un cumulo di macerie. E la Rigaer verso ovest sbocca nella piazza intitolata al Governatore militare di Berlino e Comandante in capo delle truppe di occupazione sovietiche, piazza Bersarin, incredibilmente sopravvissuta all’operazione di rimozione della memoria che ha caratterizzato la toponomastica di Berlino Est negli anni ‘90.

 

Il Liebig 34 aveva poco più di 30 anni ed era di qualche mese più anziano della Germania unificata. Era stato occupato nei mesi compresi fra la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione ufficiale.

 

Un “tempo di nessuno”, come la lingua di terra che correva fra Berlino Ovest e Berlino Est, durante il quale mezza città si era improvvisamente svuotata. Il movimento delle occupazioni (solida tradizione di Berlino occidentale) era migrato, con le sue pratiche, verso Oriente. In quei mesi videro la luce molti dei progetti in quella zona di Friedrichshain, ma anche nei quartieri di Mitte e di Prenzlauer Berg. Alcuni, non pochi, esistono anche adesso. I loro nomi sono spesso composti dal nome della via in cui si trovano e dal numero civico. Rigaer 94 e Rigaer 78 sulla Rigaer Str.; Linien 206 sulla Linienstr.; Scharni 38 sulla Scharnweberstraße; Grüni 73 sulla Grünberger str. Un eccesso di senso pratico tipico del movimento tedesco, dirà qualcuno, ma che a modo suo serve ad affermare un radicamento materiale sul territorio a dire: «La nostra identità collettiva parte di qui, da dove viviamo».

 

 

Fino alle 15 del 9 ottobre in questo elenco figurava anche il Liebig 34, sulla Liebigstr. numero 34, appunto. Verso le tre le ultime occupanti sono state forzate a lasciare l’edificio scendendo una scala esterna. Lo spiegamento di forze era quello delle grandi occasioni. Blindati, panzer, centinaia di camionette, ruspe, ma soprattutto, ironia della sorte, 5000 agenti di polizia provenienti da vari Bundesländer. In questi casi la Germania unita funziona benissimo.

 

In questi giorni i media hanno cercato di dipingere l’Haus Projekt come una specie di fossile, un fastidioso residuo di un tempo perduto. Una sorta di ultimo giapponese, che nascosto nella giungla non sa (o non vuole accettare) che la guerra è finita. In realtà non è così.

 

Il Liebig 34 era (e per certi versi rimane) profondamente inserito nel presente. Giorno dopo giorno, insieme con molte altre occupazioni a Est e a Ovest della città, era schierata in prima linea “gegen die Stadt der Reichen”, contro la città dei ricchi. Che significa certamente battersi contro la gentrificazione, che in quella zona della città procede ormai da anni a ritmi indiavolati e contro gli speculatori e gli investitori che comprano per prezzi stracciati, abbattono e ricostruiscono appartamento di lusso. Come Padovicz, squalo del mercato immobiliare che ha chiesto lo sfratto del Liebig nel 2018, alla scadenza del contratto di affitto. Ma anche, più in generale, mettere in campo pratiche alternative della metropoli, basate sulla solidarietà e sul mutualismo, sull’opposizione alle tecniche di governo patriarcali e coloniali, assumendo una prospettiva intersezionale.

Una scelta di campo radicale che si confronta ormai da anni con una campagna mediatica di discredito e criminalizzazione. Gli Hausprojekt della Rigaer vengono diinti da anni come covi di terroristi ed estremisti, che avrebbero creato a Friedrichshain uno spazio senza diritto, un “rechtsfreier Raum”. Mentre tutto intorno Berlino continua ad annaspare in una crisi abitativa senza precedenti, solo mitigata, forse, dal tetto degli affitti del governo rosso-rosso-verde.

 

Lo sgombero di oggi si inseriva tutto dentro questa narrazione criminale. Tensione alle stelle, uno spiegamento di forze spropositato, migliaia di agenti in tenuta antisommossa, elicotteri, un intero quartiere in stato di emergenza.

 

Foto di Stefano Danieli

 

Tutto per difendere, è bene ricordarlo, il diritto di un privato e del mercato, la concezione della casa come una proprietà e non come diritto, come merce da comprare e da vendere, da abbattere e ricostruire, sottoposta alle leggi della proprietà. E, come al solito, con le “zecche” ci vanno giù duro. Pugni, manganellate, calci (anche ad alcuni giornalisti) sin dalle prime luci dell’alba, mentre tutto intorno qualche migliaio di attivisti portava la sua solidarietà alle inquiline sfrattate.

Ma questa durezza non stupisce ormai più nessuno. La polizia tedesca, infatti, è da mesi al centro di indagini che in numerosi Länder stanno portando alla luce simpatie e aderenze fra le forze dell’ordine e l’estremismo di destra. Anche a Berlino, dove 25 agenti erano membri di una chat di gruppo in cui davano delle scimmie ai musulmani e definivano i neonazisti come potenziali alleati durante i cortei del movimento. E anche questa volta, infatti, nasi rotti e sangue versato sull’asfalto, con la famigerata polizia bavarese, quella più intransigente e violenta, chiamata a fare il lavoro sporco.

Qualche neofascista si è visto anche in piazza, a filmare con i telefonini e a confermare, in fondo, i sospetti di una sostanziale contiguità fra forze dell’ordine e estremismo di destra. Del resto, proprio il 3 ottobre è stata consentita una marcia del partito neonazista “Dritter Weg” (Terza via) nell’estremo est berlinese, a Höhenschönhausen e nonostante la violenta repressione in quel caso i manifestanti antifascisti sono riusciti a bloccarla. E solo pochi mesi fa, durante una manifestazione negazionista e anti-Covid, i neofascisti erano addirittura riusciti senza sforzo a occupare la scalinata del Parlamento, con la polizia che era rimasta sostanzialmente a guardare.

 

Foto di Stefano Danieli

 

Dall’altra parte vi era la consapevolezza del significato simbolico di quello sgombero e dello squilibrio delle forze in campo. Nella settimana precedente si erano susseguite a Berlino azioni di protesta e parecchie sono le attestazioni di solidarietà provenienti da tutta la Germania.

 

Molte di queste in forma di nuove occupazioni, come a Lubecca e a Brema. Ma vi era anche la consapevolezza di quanto in queste situazioni restare in silenzio rischia di provocare una reazione a catena e di travolgere in breve tempo altri spazi.

“Ogni sgombero ha il suo prezzo”. Questo era ed è uno degli slogan del movimento berlinese delle occupazioni, che affonda le sue radici, non a caso, ancora negli anni della Wende, della “Svolta”. Nel novembre del 1990, dopo nemmeno un mese dalla riunificazione, poco distante dal Liebig 34, sulla Mainzer str., furono sgomberate 13 occupazioni. La mastodontica operazione di polizia provocò scontri violentissimi che durarono per tre giorni ed ebbe delle conseguenze politiche rilevanti. La giunta comunale della Berlino riunificata si dimise, le polemiche infuriarono, ma soprattutto molti altri spazi occupati (Liebig 34 compreso) furono “legalizzati”, conquistandosi il diritto a rimanere. Conseguenze simili aveva avuto, nel 2011, lo sgombero di un altro spazio sociale sulla Liebig str., con i blocchi e gli scontri che avevano ammorbidito la politica locale e di conseguenza giovato a molti altri spazi berlinesi.

Quale fosse il prezzo dello sgombero del Liebig 34 si è capito la notte fra il 9 e il 10 ottobre. Dopo le operazioni insolitamente tranquillo della mattina, una manifestazione di 2500 persone organizzata dalla Interkiezionale (una rete di solidarietà territoriale berlinese) si è snodata sotto una insistente pioggia autunnale a qualche chilometro dal Nordkiez, partendo dalle strade dello shopping di lusso di Mitte fino al quartiere ormai pienamente gentrificato di Prenzlauer Berg. Una folla determinata, compatta. Ma soprattutto rabbiosa.

La polizia, presa di sorpresa, ha tentato di bloccare ripetutamente il corteo. Lo ha caricato. Ha eseguito arresti arbitrari e conseguenti pestaggi. Dall’altra parte, la folla antifascista non si è arrestata e ha continuato la sua marcia passando da luoghi storici delle vecchie occupazioni berlinesi, sotto gli striscioni di solidarietà comparsi a qualche finestra: Il calcolo dei danni non è ancora ufficiale, ma il rumore di vetri rotti non è mai cessato durante le quasi 4 ore di corteo. «Nehmt ihr uns die Liebig ab/Machen wir die City platt». «Se ci togliete il Liebig/noi distruggiamo il centro». Ogni sgombero ha il suo prezzo.

 

Foto di Stefano Danieli