approfondimenti
OPINIONI
Dall’eroina al fentanyl: le droghe come strumento di controllo politico
Gli Stati regolano il mercato della droga anche quando dichiarano solo di combatterlo, lo gestiscono attraverso le scelte di cosa reprimono, cosa tollerano, cosa fanno finta di non vedere o mettono in rilievo come emergenza
Ottanta fiale di fentanyl sparite dalla farmacia di un ospedale romano non sono soltanto un fatto di cronaca, sono un punto di rottura che ci obbliga a porci una domanda: l’Italia è davvero preparata a impedire che sostanze potentissime e incontrollabilli escano dai circuiti ospedalieri e arrivino al mercato criminale?
Il caso dell’Ospedale Israelitico di Roma ha acceso l’allarme ai massimi livelli istituzionali: secondo le ricostruzioni di stampa, sono scomparse 80 fiale di fentanyl, quantità ritenuta potenzialmente idonea a confezionare fino a circa 20.000 dosi destinate al consumo illecito. La Procura di Roma ha aperto un’indagine e il Governo ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi. Il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione, attivato i NAS e annunciato una nuova circolare per rafforzare i controlli su uso, circolazione impropria, conservazione e stoccaggio del fentanyl nelle strutture sanitarie e ospedaliere. Ma il punto non è soltanto chi abbia materialmente sottratto quelle fiale, esiste un discorso politico, sociale, sanitario e, in senso ampio, strategico su cui ci dovremmo soffermare e riflettere.
Le droghe come dispositivo di controllo del corpo sociale
Ogni volta che una droga entra o non entra in una società, ogni volta che viene repressa, tollerata, ignorata o trasformata in emergenza, la società si trova davanti non soltanto a una questione di ordine pubblico, ma a una forma di governo del corpo sociale. In questo senso la droga non è mai solo droga, è mercato, marginalità, profitto, ma soprattutto uno specchio esatto dell’epoca che la consuma.
Le droghe non sono mai un corpo estraneo alla società: sono un riflesso e sintomo dell’organizzazione sociale di un determinato contesto. Quando una società chiede obbedienza, prevalgono sostanze che sedano, ma quando chiede prestazione ed alto funzionamento, prevalgono sostanze che accelerano, dopano, ravvivano.
Un precedente storico: Blue Moon e la droga come domanda politica
La memoria storica italiana conosce già il sospetto che la droga possa essere stata usata non soltanto come merce criminale, ma anche come strumento di neutralizzazione sociale. La cosiddetta Operazione Blue Moon viene spesso evocata proprio per indicare la presunta diffusione pilotata dell’eroina negli ambienti giovanili e politici degli anni Settanta, in un contesto segnato da conflitto sociale, movimenti extraparlamentari, strategia della tensione e Guerra fredda. In questo quadro viene spesso evocato anche il possibile coinvolgimento della CIA, non come presenza necessariamente diretta nella distribuzione materiale dell’eroina, ma come apparato interessato a contenere l’espansione dei movimenti comunisti, extraparlamentari e antiatlantici in un Paese strategico come l’Italia.
L’Italia degli anni Settanta, infatti, non era un Paese qualunque: era uno dei principali fronti politici dell’Occidente, con il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, un forte movimento operaio, una contestazione studentesca diffusa e aree extraparlamentari radicalizzate. In questo contesto, secondo la ricostruzione legata a Blue Moon, la diffusione dell’eroina avrebbe potuto inserirsi in una strategia di depotenziamento sociale: non reprimere soltanto dall’esterno, ma indebolire dall’interno gli ambienti giovanili e politici più conflittuali. Il documentario Operazione Bluemoon – Eroina di Stato presenta infatti la vicenda come un filo che collega servizi segreti, narcotraffico e terrorismo di Stato dentro gli anni di piombo. Secondo questa prospettiva, l’operazione si sarebbe svolta attraverso una dinamica di infiltrazione, tolleranza e gestione indiretta dei flussi di eroina. Non si sarebbe trattato di creare da zero il mercato della droga, ma di permettere, favorire o non ostacolare determinati canali criminali capaci di portare l’eroina proprio nei luoghi più sensibili del conflitto sociale. Alcune ricostruzioni parlano esplicitamente di una strategia dei servizi segreti italiani e statunitensi.
Nel concreto, il meccanismo ipotizzato sarebbe stato questo: l’eroina, già inserita nei circuiti del narcotraffico internazionale, sarebbe stata lasciata circolare con particolare facilità negli ambienti giovanili, studenteschi, proletari e controculturali.I canali materiali sarebbero stati quelli della criminalità organizzata, dello spaccio di strada, dei circuiti informali e delle reti già presenti nelle città.
L’aspetto politico, secondo questa ricostruzione, non starebbe quindi nella vendita diretta della sostanza da parte degli apparati statali, ma nella possibile tolleranza, copertura o mancata repressione effettiva di quei flussi, soprattutto quando andavano a colpire università, quartieri popolari, ambienti della sinistra extraparlamentare, spazi occupati, concerti, piazze e luoghi di aggregazione giovanile.
Il funzionamento sarebbe stato tanto semplice quanto devastante: rendere l’eroina disponibile, accessibile e inizialmente a basso costo; farla arrivare nei contesti più politicizzati; lasciare che la dipendenza producesse il resto. Una volta entrata nei corpi, nelle relazioni e nelle comunità, l’eroina non aveva bisogno di presentarsi come strumento politico. Agiva da sé: spezzava legami, isolava i soggetti, trasformava la militanza in sopravvivenza, sostituiva la rabbia collettiva con il bisogno individuale della dose. In questa prospettiva, Blue Moon non sarebbe stata un’operazione militare nel senso classico, fatta di arresti di massa, repressione dichiarata o intervento diretto dello Stato. Sarebbe stata piuttosto una forma di guerra psicologica a bassa intensità: non colpire frontalmente i movimenti, ma indebolirli dall’interno; non svuotare le piazze con la forza, ma lasciare che la dipendenza consumasse progressivamente una generazione già attraversata da conflitto, rabbia, desiderio di rottura e possibilità rivoluzionarie.
Dall’eroina alla cocaina: dalla sedazione alla prestazione
Le droghe non producono tutte lo stesso tipo di soggetto sociale. Se l’eroina anestetizzava, isolava l’individuo dal sistema, lo annientava, lo dominava, la cocaina oggi produce un soggetto iperfunzionale, competitivo, performativo. Per questo oggi il sistema può convivere molto meglio con la cocaina che con il fentanyl. La cocaina è perfettamente compatibile con il capitalismo performativo contemporaneo, non porta necessariamente fuori dal sistema, spesso consente di restarci dentro con prestazioni ad alto funzionamento. Infatti non è più soltanto la droga della discoteca, del lusso o dell’eccesso, ma è diventata, in molti contesti, una droga da prestazione. Circola negli ambienti ad alta pressione come ristorazione, finanza, nightlife, logistica, professioni manageriali, edilizia, vendita, spettacolo, settori commerciali aggressivi, perché promette temporaneamente ciò che il sistema richiede: resistenza, lucidità, sicurezza, aggressività, capacità di reggere turni altrimenti fisiologicamente insostenibili. In quest’epoca di iper-performatività sembra che la cocaina faccia una promessa perfettamente coerente con i bisogni sociali e politici: possiamo continuare a funzionare anche quando siamo già oltre il limite. Partendo da questo fatto, il la diffusione e il consumo così elevati di cocaina nel mondo occidentale contemporaneo diventano un vero e proprio fattore politico e culturale.
Le istituzioni europee confermano che non siamo davanti a un fenomeno marginale. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, la cocaina è, dopo la cannabis, la seconda droga illecita più usata in Europa. Nel 2025 l’EUDA parlava di circa 2,7 milioni di giovani adulti tra i 15 e i 34 anni che avevano fatto uso di cocaina nell’ultimo anno nell’Unione europea, pari al 2,7% di quella fascia d’età. La disponibilità resta elevatissima: nel 2023 gli Stati membri UE hanno segnalato, per il settimo anno consecutivo, un quantitativo record di cocaina sequestrata, pari a 419 tonnellate. Anche i dati sulle acque reflue confermano la tendenza: tra il 2024 e il 2025 i residui del metabolita della cocaina sono aumentati nel 57% delle città europee monitorate con dati comparabili.
Stati, droghe e regolazione selettiva
Gli Stati non sono esterni al mercato della droga: lo regolano anche quando dichiarano solo di combatterlo attraverso ciò che reprimono, ciò che tollerano, ciò che non vedono e ciò che scelgono di rendere emergenza. Dire che gli Stati “regolano” la diffusione delle droghe non significa necessariamente immaginare un piano scritto, un ufficio segreto, un ordine diretto. La regolazione può avvenire in modi molto più sottili: attraverso repressione selettiva, tolleranza, priorità investigative, omissioni, classificazioni giuridiche, politiche doganali, geopolitica, rapporti opachi con economie criminali, gestione differenziale delle classi sociali.
Il potere non deve necessariamente organizzare direttamente ogni traffico per beneficiarne indirettamente, a volte, ad esempio, gli basta decidere dove guardare e dove non guardare, chi criminalizzare e chi lasciare invisibile, quale consumatore trasformare in problema di sicurezza urbana e quale proteggere dietro il prestigio sociale, il reddito, la professione, il contesto.
Il consumo povero viene esposto, mentre il consumo ricco viene occultato. La piazza di spaccio in periferia diventa emergenza, nel frattempo la cocaina nei bagni dei locali, nei ristoranti, negli uffici, negli ambienti finanziari, nei contesti manageriali, rimane spesso un rumore di fondo, come un segreto pubblico di cui non occuparsi.
Perché tonnellate di cocaina e non fentanyl?
Arriviamo al punto più scomodo. In Europa entrano quantità enormi di cocaina. Il fentanyl, invece, pur essendo monitorato con crescente attenzione, non ha ancora assunto la centralità devastante che ha avuto in Nord America. L’Italia stessa ha adottato nel 2024 un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, proprio per prevenire uno scenario di crisi.
La domanda non è banale: perché? Il fatto che l’Europa sia invasa dalla cocaina e non ancora dal fentanyl non va letto solo come casualità criminale, ma anche come compatibilità sociale: una sostanza performativa trova spazio in una società performativa, una sostanza di collasso resta una minaccia finché non esistono le condizioni sociali, sanitarie e criminali per la sua diffusione di massa. Il fentanyl non produce il lavoratore iperfunzionale, il manager brillante, il cameriere che regge il doppio turno, il cuoco che non dorme, il broker che resta lucido sotto pressione, il venditore che tiene il ritmo. Produce sedazione, overdose, emergenza, panico sanitario, corpi non più funzionali alla macchina economica. In altre parole, la cocaina può essere assorbita dal sistema perché mantiene il soggetto dentro la macchina mentre il fentanyl potenzialmente minaccia la macchina perché produce corpi spenti, emergenze sanitarie e perdita di controllo.
E’ questa la differenza sostanziale.
Fentanyl: non solo droga, ma minaccia ibrida
Per questo il furto delle fiale all’Ospedale Israelitico di Roma non può essere letto come un semplice ammanco farmaceutico. Il Ministero della Salute, dopo il furto, ha annunciato nuove misure per potenziare i controlli sulla sua conservazione e circolazione, collegandole alle azioni già previste dal Piano nazionale sul fentanyl.
Qui si apre la domanda centrale.
Non siamo davanti solo al rischio che alcune fiale vengano rivendute. Siamo davanti alla possibilità che un varco nel sistema sanitario diventi un varco nel mercato criminale. E, se il fentanyl entrasse davvero in modo significativo nel mercato italiano, il problema non sarebbe soltanto sanitario, ma psico-sociale, informativo, politico.
Nel caso del fentanyl rubato a Roma, la domanda non è soltanto dove siano finite le fiale, ma quanto lo Stato sia pronto a gestire gli effetti sanitari, criminali e psicologici di un’eventuale immissione sul mercato, o se sia coinvolto in questa operazione di immissione.
Il rapporto tra droga e potere non si esaurisce nel proibizionismo, il mercato criminale produce e distribuisce, ma non agisce mai nel vuoto, si muove dentro economie, guerre, confini o interessi, ma anche dentro priorità politiche e bisogni sociali. L’errore sarebbe fingere che la droga sia solo un problema di devianza individuale. Non lo è. È anche una tecnologia sociale potentissima che può sedare, accelerare, marginalizzare, rendere produttivi, distruggere, arricchire, controllare, destabilizzare, a seconda di esigenze sovrastrutturali.
Oggi la cocaina sembra aderire perfettamente alla società della prestazione. Il fentanyl, invece, rappresenta la possibilità del collasso, come si è visto nel caso americano. Proprio per questo il furto di Roma va letto come un allarme, perché rivela qualcosa di inquietante: quanto siano fragili i confini tra medicina, mercato criminale, controllo sociale e sicurezza nazionale. E quando quei confini rischiano di cedere, come in questo caso, il problema non è più solo la diffusione di una droga, ma i rapporti tra chi decide quali sostanze devono restare fuori dalla società e quali invece possono entrarci e chi ne controlla concretamente la diffusione capillare. Accordi che vengono stabiliti purché contribuiscano a far girare la macchina sociale.
La copertina è di Serenakoi (Pexels)
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