EUROPA
«Nahel non è un dossier, ma una persona»: il filo rosso che lega periferie e Stato penale
Nahel Merzouk è stato ucciso tre anni fa a Nanterre nella periferia di Parigi. La sua storia ci spiega come le periferie razzializzate diventano territori di controllo, sorveglianza e conflitto sociale, tra abbandono istituzionale e repressione
Il 27 giugno sono tre anni dall’omicidio di Nahel Merzouk, un ragazzo di 17 anni di origini marocchine e algerine, ucciso a Nanterre nel giugno 2023 da Florian M., agente di polizia di 41 anni. Quando Nahel venne ucciso, migliaia di giovani francesi scesero in strada. Non protestavano soltanto per un ragazzo di 17 anni, ma contro anni di discriminazioni, controlli incessanti e quartieri trasformati in territori da sorvegliare.
La storia di Nahel è anche la storia di moltissimi altri giovani delle periferie europee. Sono sconcertanti le analogie con la morte di Ramy Elgaml, avvenuta il 24 novembre 2024, così come è significativo che molti ragazzi razzializzati si riconoscano negli abusi di potere che le forze dell’ordine esercitano quotidianamente. Si tratta di un filo rosso che lega, agli occhi dell’opinione pubblica, le periferie alla devianza e alla repressione.
Nel saggio Abolition Geography and the Problem of Innocence, Ruth Wilson Gilmore critica la distinzione tra vittime “innocenti” e “colpevoli”: «finché la legittimità della violenza statale dipende dalla presunta purezza morale della vittima, il sistema punitivo rimane intatto».
La domanda non dovrebbe essere se Nahel, Ramy o qualsiasi altra persona colpita dalla violenza istituzionale meritasse o meno ciò che è accaduto, ma perché lo Stato continui a esercitare forme di violenza differenziale su gruppi sociali già esposti a condizioni di marginalità. Insistere sull’innocenza della vittima rischia infatti di rafforzare implicitamente l’idea che esistano vite sacrificabili e vite degne di protezione.
Le periferie sono spazi politici dove si concentrano le contraddizioni della nostra società. Secondo la geografa Ruth Wilson Gilmore il razzismo consiste nella produzione e nello sfruttamento di condizioni che rendono alcuni gruppi sociali più vulnerabili di altri, aumentando la loro esposizione a una morte prematura (Golden Gulag, p. 28).

L’abbandono organizzato di certi quartieri — meno servizi, più sorveglianza — crea le condizioni per una vulnerabilità sistemica. Si tratta di un organized abandonment: interi quartieri vengono progressivamente privati di risorse pubbliche, infrastrutture, servizi educativi, presidi sanitari e spazi culturali. Ciò comporta una precisa modalità di governo attraverso la sottrazione di strumenti politici e sociali che regolano l’accesso ai beni essenziali e, quindi, distribuiscono potere. Un esempio è il quartiere San Siro a Milano: un vasto patrimonio di edilizia residenziale pubblica, gestito da ALER, è stato nel tempo esposto a un prolungato processo di sotto-manutenzione strutturale. Ne è derivata la progressiva indisponibilità di numerosi alloggi, lasciati vuoti e inutilizzabili, a fronte di una domanda abitativa pubblica in costante crescita e di liste d’attesa sempre più estese.
Ma si assiste anche ad una più ampia traiettoria di desertificazione infrastrutturale: la chiusura di sportelli pubblici, la riduzione della presenza bancaria, il restringimento dei presidi sanitari e dei servizi socio-educativi di prossimità. In questo contesto, le funzioni di riproduzione sociale e di cura territoriale vengono progressivamente esternalizzate verso attori del terzo settore, reti associative e residenti stessi.
Parallelamente, tale arretramento delle funzioni sociali dello Stato è accompagnato da un rafforzamento delle sue funzioni coercitive: si osserva infatti una crescente intensificazione delle pratiche di sorveglianza, dei controlli di polizia e degli interventi emergenziali.
Ne deriva una forma di governo delle disuguaglianze che non interviene sulle cause strutturali dei fenomeni sociali, ma ne gestisce gli effetti attraverso dispositivi riconducibili a ciò che la letteratura critica definisce come “industria del controllo”.
Questo schema attraversa contesti diversi, dagli Stati Uniti alla Francia fino all’Italia, alimentato da una retorica permanente dell’emergenza e dell’allarme sociale che finisce per legittimare pratiche repressive e riprodurre condizioni di marginalizzazione. Eppure, a rispondere a queste dinamiche sono intere comunità. I giovani razzializzati non possono essere analizzati unicamente come soggetti eccedenti o passivi destinatari di politiche di controllo, ma come attori che producono continuamente forme di soggettivazione all’interno di regimi di inclusione differenziale. Le loro pratiche non si collocano semplicemente fuori o contro il sistema, ne chiedono riconoscimento dentro l’ordine esistente ma lo mettono in crisi, mostrando come i confini della cittadinanza e della sicurezza siano continuamente prodotti attraverso gerarchie razzializzate e dispositivi di controllo.
Sul piano giudiziario, il percorso processuale continua a essere segnato da tensioni e controversie. Nel giugno 2024 i giudici istruttori avevano disposto il rinvio a giudizio dell’agente con l’accusa di meurtre (omicidio volontario). Nel marzo 2026, tuttavia, la Corte d’appello di Versailles aveva riqualificato i fatti come “violences volontaires ayant entraîné la mort sans intention de la donner”, escludendo quindi l’intenzione omicida. Il 12 giugno 2026 la Corte di cassazione francese ha annullato questa decisione, ritenendo insufficiente la motivazione con cui la Corte d’appello aveva escluso tale intenzione. La vicenda è stata quindi rinviata a una nuova valutazione, riaprendo la possibilità che Florian M. venga processato per omicidio volontario.
Di fronte a questi sviluppi, la madre di Nahel e i sostenitori della campagna Justice pour Nahel hanno ricordato che dietro ogni fascicolo giudiziario vi è una vita concreta: «Nahel non è un dossier, ma una persona».
Una frase che richiama la necessità di non ridurre queste vicende a semplici questioni procedurali o statistiche, ma di riconoscere la dimensione umana e politica della violenza istituzionale e delle sue conseguenze.
Le periferie non chiedono compassione. Chiedono diritti. Non chiedono eccezioni. Chiedono uguaglianza. Chiedono che la verità non venga soffocata dal silenzio e che la giustizia non dipenda dall’origine sociale, dal colore della pelle o dal luogo in cui si nasce. Per questo continuano a mobilitarsi, a organizzarsi e a resistere.
Perché la richiesta di giustizia per Nahel non riguarda soltanto Nahel: riguarda il diritto di tutte e tutti a vivere senza essere considerati una minaccia.
Immagine di copertina di Vanessa Bilancetti
Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580





