ITALIA
Bologna: dal Pilastro, il vuoto di una sicurezza di facciata
La tragedia del Pilastro ci impone una riflessione sull’accoglienza: fin troppo facile quando ci si compiace della diversità, assai più complicato quando si deve fronteggiare il disagio psichico e fisico delle condizioni di marginalità e precarietà, quando cioè l’accoglienza serve con urgenza
Abderrahim Fakir è morto a Bologna mentre si trovava immobilizzato, ammanettato e disteso a terra durante un intervento di polizia. La sua morte interroga una città che ama rappresentarsi come accogliente, progressista e capace di includere le differenze. Ma, soprattutto, costringe a interrogare il modello di sicurezza che si sta affermando in Italia: un modello fondato sempre più sulla forza, sul sospetto e sulla neutralizzazione dei comportamenti percepiti come anomali, e sempre meno sulla capacità di riconoscere, dietro quei comportamenti, una persona in difficoltà.
Ci sono immagini che non consentono a una città di voltarsi dall’altra parte e quelle degli ultimi minuti di vita di Abderrahim Fakir, che tutti abbiamo visto, appartengono a questa categoria.
Una volta a terra Abderrahim chiede aiuto, domanda dell’acqua, dice di non riuscire a respirare. Viene immobilizzato durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel rione Pilastro e dopo pochi minuti di fermo, i suoi movimenti cessano. Abderrahim muore così.
La causa precisa della morte deve ancora essere stabilita con certezza. Sono attesi gli esiti degli accertamenti medico-legali, che dovranno chiarire il ruolo delle modalità di immobilizzazione, dello spray urticante, delle condizioni di salute dell’uomo e dei tempi di soccorso. La Procura sta inoltre esaminando altri filmati, le registrazioni delle bodycam e il comportamento delle persone intervenute, compresi gli agenti e gli operatori sanitari.
Attendere l’autopsia e gli accertamenti ufficiali è necessario. Usare questa attesa per fingere che le immagini non sollevino già alcuna questione sarebbe, però, disonesto. La domanda, infatti, non riguarda soltanto che cosa abbia materialmente provocato il decesso, ma il modo in cui una persona confusa o in evidente difficoltà viene percepita dalle istituzioni prima ancora di essere trattata: come un individuo da soccorrere oppure come un corpo da neutralizzare.
Quando qualcuno viene immediatamente classificato come aggressivo, incontrollabile o pericoloso, la sua individualità rischia di scomparire. Le sue parole, i suoi gesti e perfino le sue richieste di aiuto vengono interpretati attraverso l’immagine costruita nei primi momenti dell’intervento: la persona concreta lascia il posto alla categoria, all’idea che ci si fa dell’individuo. Diventa quindi un una minaccia da contenere o un elemento di disordine da riportare sotto controllo ad ogni costo.
È precisamente in questo passaggio, dalla “persona” al “problema”, che il confine tra soccorso e repressione rischia di dissolversi.
Il Pilastro non è soltanto lo sfondo
La morte di Fakir non è avvenuta in un punto qualunque di Bologna. È avvenuta al Pilastro, un quartiere che porta nella propria struttura urbana e nella propria memoria collettiva la storia delle migrazioni, della casa popolare, dell’emarginazione, delle lotte per il riconoscimento e della violenza istituzionale.
Nato negli anni Sessanta per rispondere alla necessità di abitazioni economiche, il Pilastro accolse inizialmente migliaia di famiglie provenienti soprattutto da altre regioni italiane. I primi abitanti si trovarono a vivere in un quartiere incompleto, povero di servizi e fisicamente separato dal resto della città. Furono le mobilitazioni degli inquilini a conquistare scuole, autobus, riscaldamento, strutture sanitarie, impianti sportivi e una biblioteca.
Il Pilastro, dunque, non è stato soltanto costruito dall’urbanistica pubblica o dall’interventismo statale, ma è stato costruito socialmente dai suoi abitanti, dalle loro rivendicazioni e dalla loro capacità di trasformare una periferia assegnata dall’alto in uno spazio di appartenenza e agency collettiva.
Negli anni successivi sono cambiate le provenienze degli abitanti, ma non il meccanismo attraverso cui il resto della città guarda al quartiere. Il Pilastro continua a essere rappresentato, alternativamente, come laboratorio di integrazione o come zona problematica da presidiare. Le periferie spesso sono parte della comunità quando servono a confermare l’immagine di una città inclusiva, ma diventano territori estranei quando emergono conflitto, disagio o comportamenti non conformi. È una contraddizione tipicamente bolognese.
Il quartiere Pilastro viene celebrato quando bisogna raccontare la Bologna solidale. Viene militarizzato o stigmatizzato quando emergono conflitti, disagio e rabbia. È incluso nella narrazione ufficiale della città, ma non sempre nella distribuzione effettiva della sicurezza sociale, della salute mentale e della fiducia nelle istituzioni.
Questo stigma a lungo andare ha finito per influenzare il modo in cui vengono interpretati i comportamenti di chi lo abita. La stessa condotta può essere letta come fragilità, eccentricità o bisogno di aiuto in un contesto socialmente protetto e abitato da cittadini prevalentemente italiani e come pericolosità in un quartiere multiculturale già associato al disordine.

Una crisi da curare o una minaccia da reprimere?
Secondo le ricostruzioni disponibili, la polizia era stata chiamata perché Abderrahim si comportava in maniera aggressiva e avrebbe danneggiato un’automobile. Alcuni filmati precedenti alla fase finale mostrerebbero gli agenti mantenere inizialmente le distanze e tentare di tranquillizzarlo.
Anche questi elementi devono essere considerati, perchè isolare pochi minuti dal resto dell’intervento produrrebbe una ricostruzione incompleta e rischierebbe di sostituire l’analisi con una narrazione già chiusa. Ma riconoscere la complessità iniziale dell’intervento non significa sospendere ogni domanda su ciò che avviene dopo. Quando una persona già immobilizzata ripete di non riuscire a respirare, quelle parole non possono essere trattate come semplice resistenza verbale. Non dopo George Floyd, non dopo decenni di studi sui rischi della contenzione prona e non in presenza di personale sanitario.
Tornando al discorso della classificazione iniziale, se una persona è stata classificata come aggressiva fin dal principio, anche una richiesta di aiuto può essere letta come manipolazione, opposizione o tentativo di sottrarsi al controllo. La prima etichetta finisce per orientare l’interpretazione di tutto ciò che segue, e il problema diventa ancora più grave quando questa rigidità percettiva si combina con un forte squilibrio di potere.
Chi è a terra, immobilizzato e ammanettato non ha più la possibilità di correggere l’immagine che gli altri si sono costruiti di lui. La sua parola perde credibilità proprio nel momento in cui il suo corpo dipende completamente da chi lo sta trattenendo.
La questione non consiste nel sostenere che ogni poliziotto sia violento. Sarebbe una generalizzazione ideologica, ma occorre respingere anche l’idea opposta, altrettanto ideologica, secondo cui criticare un intervento significherebbe automaticamente odiare le forze dell’ordine. Una democrazia adulta non protegge la polizia sottraendola alle domande. La protegge imponendo formazione, proporzionalità, trasparenza e responsabilità.
Protegge gli agenti anche riconoscendo che le istituzioni non possono affidarsi esclusivamente alla buona volontà individuale. Devono predisporre protocolli capaci di limitare gli errori di valutazione, le reazioni automatiche e le escalation che possono prodursi quando più operatori confermano reciprocamente la stessa lettura della situazione.
Il metodo ICE e la sua versione italiana
Il paragone con l’ICE statunitense, richiamato anche nel dibattito internazionale seguito alla morte di Abderrahim Fakir, non deve essere inteso come un parallelismo vero e proprio. La polizia italiana non è l’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti, Abderrahim non è morto durante un’operazione di espulsione e le leggi del governo italiano non corrispondono a quelle del governo americano.
Però è opportuno sviluppare un parallelismo tra il metodo politico e culturale americano e quello italiano.
Il metodo ICE comincia quando lo straniero, il povero, il senzatetto o la persona in crisi smettono di essere riconosciuti come individui e diventano categorie di rischio. Comincia quando la presenza di un corpo considerato fuori controllo viene interpretata immediatamente come una minaccia, quando la sicurezza non consiste più nel proteggere le persone, ma nel rimuovere rapidamente dalla vista tutto ciò che disturba l’ordine.
Ogni società costruisce dei confini, spesso invisibili, tra chi viene considerato pienamente parte della comunità e chi vi appartiene soltanto a determinate condizioni. Non sono necessariamente confini geografici o giuridici. Sono confini che separano le vite considerate degne di protezione da quelle percepite soprattutto come fonti di rischio, disturbo o paura.
In Italia questa impostazione si manifesta attraverso l’espansione dei poteri di polizia, la criminalizzazione del disagio, l’ossessione per il decoro, la retorica dei quartieri difficili e la tendenza a presentare qualsiasi richiesta di controllo democratico come un attacco agli agenti.
Ricordiamoci che il richiamo al decoro non è mai completamente neutrale: stabilisce quali corpi, quali comportamenti e quali forme di presenza siano compatibili con l’immagine legittima della città. Il povero che dorme in strada, il migrante che occupa rumorosamente lo spazio pubblico, la persona in crisi psichica o chi manifesta un comportamento imprevedibile diventano elementi da allontanare prima ancora che persone da comprendere.
C’è poi un dettaglio che pesa sulla storia personale di Abderrahim. Secondo i suoi legali, l’uomo viveva una paura, ritenuta immotivata, di essere mandato via dall’Italia, mentre era coinvolto in una procedura riguardante il permesso di soggiorno. Questo elemento non prova che quell’intervento della polizia avesse natura razzista, né spiega da solo il comportamento di Abderrahim. Mostra però quanto la precarietà amministrativa possa trasformarsi in paura concreta, soprattutto per chi vive da decenni nel Paese ma continua a percepire la propria permanenza come revocabile.
L’incertezza giuridica non rimane confinata negli uffici amministrativi, ma chiaramente entra nell’esperienza quotidiana di chi la subisce, modifica il rapporto con le istituzioni e può produrre una condizione di allerta permanente. Chi teme di perdere il diritto a restare può vivere anche un incontro ordinario con l’autorità come una minaccia esistenziale.
Il modello ICE non arriva necessariamente con agenti mascherati e furgoni destinati alle deportazioni. Può avanzare anche attraverso una cultura pubblica che divide le persone tra cittadini da rassicurare e presenze da controllare.
La Bologna progressista davanti al proprio limite
Bologna non è una città come le altre rispetto a questo tema. La sua identità pubblica è costruita attorno all’antifascismo, all’accoglienza, ai servizi sociali, al mutualismo e alla partecipazione. Proprio per questo la morte di Abderrahim Fakir apre una ferita più profonda.
Ogni comunità costruisce un’immagine ideale di sé: questa immagine non è necessariamente falsa, ma tende a selezionare gli aspetti della realtà che la confermano e a rimuovere quelli che la contraddicono.
Bologna si pensa come città solidale e progressista, e la morte di Abderrahim costringe quindi la città a confrontare la propria identità dichiarata con una scena concreta di immobilizzazione, sofferenza e morte.
Di fronte a questa contraddizione, la reazione più facile che parte della città ha avuto consiste nel proteggere l’immagine del tessuto sociale bolognese espellendo simbolicamente la vittima dalla comunità. Si insiste allora sulla sua aggressività, sul danneggiamento dell’automobile, sulla sua condizione di alterazione. In questo modo non si nega necessariamente ciò che è accaduto, ma lo si rende meno perturbante: la vittima viene rappresentata come responsabile della situazione che ha condotto alla propria morte.
È facile dichiararsi città dei diritti quando i diritti rimangono un principio astratto, ma è più difficile difenderli quando la persona coinvolta urla, danneggia qualcosa, appare incontrollabile e mette alla prova la capacità delle istituzioni di intervenire senza disumanizzarla.
Il diritto alla vita, al soccorso e a un uso proporzionato della forza non dipende dalla compostezza della vittima. Non è riservato alle persone innocue, educate o immediatamente comprensibili. I diritti servono esattamente nei momenti in cui la persona non riesce a presentarsi nella forma rassicurante che la società si aspetta.
La violenza delle proteste non cancella la domanda originaria
Dopo la diffusione dei filmati, Bologna è stata attraversata da manifestazioni, alcune delle quali si sono trasformate in scontri contro le forze dell’ordine.
Ognuno è libero di ritenere che la violenza possa essere uno strumento di giustizia o meno in risposta alla morte di un cittadino. Ma è importante fare un ragionamenti: questi fatti, purtroppo, permettono alla discussione pubblica di spostarsi dalla morte di un cittadino al concetto di ordine pubblico.
E questo spostamento non è casuale, perché nei conflitti sociali l’attenzione collettiva tende spesso a concentrarsi sull’evento più visibile, spettacolare e immediatamente condannabile.
Un’automobile incendiata produce immagini più semplici da interpretare rispetto a una morte avvenuta durante un delicato e in qualche modo necessario intervento istituzionale. Consente una divisione netta tra colpevoli e vittime, ordine e disordine, civiltà e violenza.
La morte di un uomo durante un’operazione di polizia, invece, impone domande più scomode. Costringe a esaminare procedure, responsabilità, rapporti di potere e forme di violenza esercitate in nome dell’autorità. Impone riflessione, prima di trasformare il dibattito in chiacchere da bar.
E’ quindi una manipolazione usare gli scontri successivi per assolvere preventivamente l’intervento precedente, ed è sempre utile scendere in piazza con questa consapevolezza, per non finire con il cadere nel tranello dei media mainstream, che produrrà una retorica basata sulla classificazione dei collettivi di sinistra e dei manifestanti come bolle criminali, oscurando la rabbia e l’indignazione che si è manifestata da parte di una grande fetta dei cittadini bolognesi di ogni età.

Chi controlla i controllori?
La morte di Abderrahim Fakir impone infine una domanda istituzionale: quali strumenti possiede oggi un cittadino per verificare realmente l’operato delle forze dell’ordine?
Le bodycam possono essere utili, ma non bastano se le immagini rimangono esclusivamente nelle mani dell’apparato coinvolto. I numeri identificativi sulle uniformi, protocolli pubblici sull’immobilizzazione, una formazione specifica per gli interventi nelle crisi psichiche e organismi di controllo realmente indipendenti non sono misure contro la polizia, sono garanzie per i cittadini e anche per gli agenti che operano correttamente.
Ogni istituzione dotata del potere legittimo di usare la forza costruisce inevitabilmente una propria cultura interna: un insieme di linguaggi, solidarietà, gerarchie, abitudini e interpretazioni condivise, e questa coesione è necessaria per consentire agli operatori di agire in situazioni difficili, ma può diventare problematica quando produce chiusura corporativa, conformismo di gruppo o resistenza al controllo esterno.
La domanda “chi controlla i controllori?” riconosce un principio elementare della democrazia: quanto maggiore è il potere esercitato da un’istituzione, tanto più forti devono essere gli strumenti di verifica.
In casi come quello di Abderrahim occorre garantire che l’accertamento sia pieno, trasparente e comprensibile alla cittadinanza. La fiducia nelle istituzioni non nasce dalla richiesta di credere senza vedere., ma nasce dalla possibilità di verificare, comprendere e contestare le decisioni pubbliche.
Dal Pilastro, una domanda rivolta a tutta la città
La vicenda di Abderrahim non racconta soltanto gli ultimi minuti di un uomo. Racconta il confine tra cura e repressione, tra sicurezza e forza, tra cittadinanza dichiarata e appartenenza realmente riconosciuta.
Racconta anche il Pilastro: un quartiere nato dall’immigrazione interna, cresciuto attraverso le lotte per i servizi e ancora oggi costretto a difendersi dalle rappresentazioni che lo descrivono soltanto attraverso l’emergenza o la devianza.
Da lì arriva una domanda che Bologna non può confinare in periferia: che cosa significa essere una città accogliente quando una persona perde il controllo? Chi viene riconosciuto come qualcuno da proteggere e chi, invece, viene percepito immediatamente come un problema da immobilizzare?
La questione riguarda il modo in cui una comunità stabilisce chi merita empatia. L’empatia pubblica non viene distribuita in maniera uniforme ed è più facile identificarsi con chi appare simile, innocente, composto e rispettabile. È invece molto più difficile riconoscere pienamente l’umanità di chi urla, spaventa, rompe un oggetto, vive una crisi o non riesce a spiegare il proprio comportamento.
Ma è proprio in quel momento che una società rivela la reale estensione dei propri valori: una città non è accogliente soltanto quando celebra la diversità nelle campagne istituzionali o durante i pride. Lo è quando le sue strutture riescono a intervenire su un corpo disordinato, impaurito o aggressivo senza trasformarlo in un corpo sacrificabile.
L’autopsia potrà chiarire la causa medica della morte. La magistratura dovrà accertare eventuali responsabilità individuali. Ma la responsabilità politica e culturale è già visibile: costruire istituzioni capaci di fermare una persona senza smettere di vederla come una persona.
Perché il compito dello Stato non è soltanto mantenere l’ordine, è impedire che l’ordine diventi più importante di una vita. È fare in modo che chi viene affidato alla sua forza ne esca vivo.
la copertina è di Gianluca Rizzello
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