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OPINIONI

Decolonizzare la nonviolenza nella comunicazione: verso una pratica politica della cura

Non basta una conversazione migliore per smantellare le asimmetrie di potere. Anche i metodi che vogliono attraversare il conflitto senza violenza — come la Comunicazione Nonviolenta — possono rafforzare ciò che vorrebbero trasformare. L’autrice ha scritto”Dolls” (Routledge,l 2021) ed è co-fondatrice del Collettivo GEDI

Mentre fuori il mondo brucia — guerre, crisi climatica, governi che smontano diritti faticosamente conquistati — può sembrare un’ossessione minore preoccuparsi di come ci parliamo nei nostri spazi. È il contrario. Le violenze strutturali entrano in noi e parlano attraverso i nostri automatismi, riproducendo — anche senza intenzione — le asimmetrie che vorremmo trasformare: il commento abilista buttato lì, l’uomo che interrompe sistematicamente le donne in riunione, lo scherno per un accento meridionale. Le parole con cui abitiamo i collettivi, le comunità, i movimenti non sono mai neutre. Decidono chi viene ascoltatə, chi porta il peso della cura, chi può nominare un torto senza essere accusatə di romperne l’armonia. Curare il linguaggio non è un dettaglio rispetto alla giustizia: ne è un’infrastruttura.

Reggere queste conversazioni — che chiamano in causa razzismo, classismo, abilismo, sessismo, ciseteronormatività — impone un’analisi del proprio posizionamento. Come ci ricordano i femminismi neri, le oppressioni non sono somme isolate ma intrecci: ognunə di noi occupa, allo stesso tempo, posizioni di privilegio e di subalternità lungo assi diversi. Riconoscere questa mappa — senza confondere dinamiche di potere informale e asimmetrie strutturali — è la condizione per smettere di agire come oppressorə inconsapevolə e farsi alleatə in un processo collettivo di liberazione.

La Comunicazione Nonviolenta (CNV) nasce in dialogo con questa storia. Negli anni Sessanta Marshall Rosenberg lavora come mediatore nei progetti federali di desegregazione scolastica statunitense, osservando la possibilità di gestire conflitti aspri senza violenza. L’intuizione è semplice: dietro ogni giudizio o reazione aggressiva ci sono bisogni umani non soddisfatti, e riconoscerli apre uno spazio di connessione anche dove tutto sembra ostile. Da lì la CNV si è diffusa in scuole, ospedali, aziende, collettivi politici, ed è particolarmente presente nei movimenti ecologisti e nelle esperienze comunitarie, dove offre una grammatica preziosa per la cura.

Quando però viene applicata senza tenere conto delle asimmetrie di potere che attraversano la conversazione, può rovesciarsi nel suo opposto. Concentrata sulla dinamica relazionale a due, la CNV ha perso col tempo l’articolazione sociologica che proponeva in origine. La stessa comunità internazionale dellə formatorə del Centre for Nonviolent Communication (CNVC) sta nominando questo limite, spingendo per una riforma interna. Senza una lente sistemica, la CNV fatica a leggere la violenza come elemento strutturale di un sistema diseguale, in cui i bisogni di sicurezza, sussistenza e dignità di interi gruppi sociali sono ignorati e sistematicamente negati. Senza questa cornice, la CNV rischia non solo di «narcotizzare» — come avvertiva lo stesso Rosenberg — ma di rafforzare proprio il paradigma che voleva trasformare.

Quello che la CNV fatica a vedere

Scrivo come persona queer socializzata donna, bianca e terrona, con un vissuto di migrazione intergenerazionale e di passaggio transclasse. Da anni di frequentazione di spazi che adottano la CNV è nata una relazione ambivalente con il metodo. Mi è stato spesso prezioso nel tenere insieme la mia tensione tra essere verə e prendermi cura, di me e dellə altrə. Tuttavia, in contesti particolarmente segnati da dinamiche di potere, ho osservato il rovescio: l’imperativo di “parlare in CNV” che agisce come disciplinamento, la richiesta di forma che diventa strumento di silenziamento per chi prova a nominare un’asimmetria di potere o un’ingiustizia.

La polizia del tono

Una delle critiche più discusse del metodo riguarda proprio il tone policing, la polizia del tono: un meccanismo che sposta l’asse del conflitto dalla sostanza del danno alla forma in cui viene espresso. Il problema strutturale sparisce; resta la “performance comunicativa” di chi lo ha nominato. Funziona come gaslighting emotivo: chi subisce il danno è indottə a dubitare della propria esperienza e della validità della propria rabbia.

Un esempio quotidiano: un conflitto sulla disparità del carico domestico in una coppia cishet, in cui il partner può usare la CNV come scudo, criticando il “tono aggressivo” della compagna. Risultato: il focus si sposta dal problema reale — il lavoro non riconosciuto — alla “comunicazione violenta” di chi lo ha nominato. La donna diventa la responsabile di aver “comunicato male”. Il problema rimane intatto.

Imporre i criteri di “calma” e “razionalità” della CNV in contesti asimmetrici trasforma il metodo in uno strumento di invalidazione. Le emozioni di chi subisce vengono derubricate a ostacoli comunicativi mentre chi è in posizione di potere si sottrae alla responsabilità delle proprie azioni. Così il distacco viene elevato a indicatore di verità e autorità: le voci più «imparziali» — ovvero quelle meno toccate dal problema — vengono ascoltate come più qualificate a parlarne. La polizia del tono, regolando la forma, detta chi ha il diritto di parlare e quali istanze meritano ascolto.

L’inganno dello standard “universale”

Il dibattito sulla polizia del tono nasce in seno alla Critical Race Theory, che ha smontato la presunta neutralità dell’ideale di “civiltà”. Decoro, cortesia, ragionevolezza, “saper parlare bene” non sono categorie universali, ma costrutti che riflettono le gerarchie di razza, genere e classe del discorso dominante. Presentandosi come linguaggio universale, la CNV finisce per imporre uno standard di compostezza e razionalizzazione delle emozioni modellato su un canone preciso, che la riforma interna al CNVC — animata da Roxy Manning, Miki Kashtan, Martha Lasley e altrə — riconosce ormai apertamente: quello standard riflette una «bianchezza» culturale che riflette i codici della classe media, e finisce per invalidare stili comunicativi di soggettività, culture e neurotipi diversi.

Questa logica trova un parallelo in Italia, dove lo standard si sovrappone ai codici storicamente propri della borghesia culturale settentrionale. L’immaginario egemonico ha contrapposto questo canone a uno stile meridionale dipinto come “eccessivo”, “rumoroso”, “irrazionale” — stessa logica della bianchezza che presenta i propri codici come neutri e declassa ogni altra espressione a deviazione da correggere.

L’analisi decoloniale mostra come questa dinamica sia stata centrale nel progetto unitario: per legittimare l’appartenenza al canone coloniale europeo, le élite italiane hanno neutralizzato le proprie incertezze sulla bianchezza razzializzando il Meridione. Il Sud è diventato un “altro” interno, bersaglio di uno sguardo speculare a quello rivolto ai soggetti coloniali d’oltremare e che continua a operare nel disciplinamento delle persone migranti — su questo hanno riflettuto Gaia Giuliani e Cristina Lombardi-Diop, Carmine Conelli e, più recentemente, Claudia Fauzia e Valentina Amenta con la lente del femminismo terrone

A queste dinamiche si intreccia la normatività di genere, che impone alle persone socializzate donne una doppia e contraddittoria pressione: aderire allo stile “razionale e misurato” della tradizione egemonica e, allo stesso tempo, performare una femminilità accomodante. Gentili, sono deboli; assertive, sono abrasive. La legittimità della voce è negata a prescindere dal tono — e si stringe in particolare attorno alla rabbia: negarne l’accesso alle persone razzializzate o socializzate donne è una forma storica di sorveglianza e disarmo politico.

La CNV non crea queste contraddizioni, ma le riverbera attraverso il mito di un codice “universale” e “neutro”, costruito su canoni intrisi di stereotipi coloniali e patriarcali. Come sottolinea Meenadchi, insegnante CNV e autorə di Decolonizing Non-Violent Communication, la CNV «non è intrinsecamente nonviolenta»: dipende dal contesto e dalle dinamiche in gioco, e da come queste distribuiscono il peso del lavoro emotivo.

Lo spostamento del peso emotivo

Trattare le parti nella conversazione come se operassero in condizioni di parità sociale ed emotiva produce una “falsa equivalenza dei bisogni” e sposta l’intera responsabilità sulla persona individuale: è la logica neoliberista applicata alla cura, che sottrae al sistema la responsabilità del cambiamento. Roxy Manning lo documenta dentro i circoli CNV: chi condivide un vissuto di oppressione — soprattutto al livello sottile delle microaggressioni — si scontra spesso con la messa in discussione della propria esperienza, con l’insistenza a «provare empatia per l’umanità» di chi detiene più potere, chiamando chi subisce il danno a farsi carico della cura di chi lo ha inflitto. 

Già nel 1979 Audre Lorde descriveva il meccanismo dentro gli spazi femministi: alle donne nere non veniva chiesto solo di sopportare il razzismo che subivano, ma di farsi carico del disagio delle compagne bianche nel parlarne — educarle, rassicurarle, proteggerle dalla loro stessa difensività. Vale ancora. Una conversazione attenta ai rapporti di forza invece ribalta queste responsabilità. Chi agisce il danno è chiamatə a riconoscerne l’impatto — al di là delle intenzioni — a gestire il proprio vissuto emotivo senza scaricarlo sull’altrə, a costruire con reti di pari il proprio percorso di consapevolezza, liberando chi ha subito dall’obbligo di fare da maestrə. Chi subisce rivendica il diritto — non il dovere — di parlare, tacere o sottrarsi. La sua voce ha valore politico in sé: non perché converta lə interlocutorə, ma perché rompe il silenzio che perpetua il danno.

Oltre il dialogo

Diverse pratiche, dentro e fuori la CNV, stanno provando a costruire strumenti per attraversare le asimmetrie di potere anziché ignorarle. Meenadchi, in Decolonizing Non-Violent Communication, sposta l’attenzione dal “come parlare” al “da dove parlare”, integrando saperi somatici e decoloniali. La giustizia trasformativa — teorizzata a partire dai movimenti abolizionisti — sposta il focus dal “come parlarci meglio” al “cosa ci serve davvero”: sicurezza, responsabilità, trasformazione. Strumenti come il pod mapping — la mappatura di reti di fiducia da attivare in caso di violenza subita o agita — costruiscono infrastrutture comunitarie alternative al dialogo diretto, quando questo è inaccessibile o controproducente.

Lorde, nella frase celebre «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone», aveva già posto la domanda radicale: è possibile che il dialogo stesso, in certe configurazioni, sia uno di quegli strumenti? Molte forme di violenza — domestica, di stato, sessuale — non si risolvono con il dialogo, ma con l’organizzazione politica, la costruzione di alternative materiali, l’abolizione di istituzioni oppressive.

Anche nelle situazioni meno estreme, il dialogo ha costi asimmetrici: per chi è in posizione di privilegio è spesso un esercizio di crescita personale; per chi è subalternə è frequentemente un lavoro non pagato di educazione, spesso ri-traumatizzante.

Senza negare il valore del confronto, occorre situarlo dentro una cornice d’azione più ampia, dove la parola cede il passo a interventi materiali e strutturali: il rifiuto di conversazioni non sicure — il diritto di non rispondere a chi pone in cattiva fede; la separazione temporanea come pratica legittima — caucus omogenei, spazi di affinità — dove chi condivide una posizione può elaborare senza doversi tradurre; l’organizzazione politica come modalità di trasformazione che non passa dal convincimento del gruppo dominante ma dalla costruzione di potere collettivo delle persone subalterne; le infrastrutture materiali di cura — supporto reciproco, mutuo soccorso — che cambiano le condizioni in cui le conversazioni avvengono, anziché limitarsi a migliorarle.

Una pratica di decolonizzazione della nonviolenza comunicativa non promette uno strumento “perfettamente nonviolento”: è un esercizio di consapevolezza dei propri limiti, sapere quando farsi da parte per lasciare spazio ad altre pratiche. Il dialogo è una delle strade della giustizia, non l’unica e non sempre la principale. Resta il dato: il modo in cui ci parliamo non è un dettaglio rispetto alle trasformazioni che cerchiamo, ne è una delle infrastrutture. Curarlo significa interrogare non solo come parliamo, ma da dove parliamo, con chi, e a quali condizioni — riconoscendo che alcune non si modificano con una conversazione migliore, ma con interventi materiali che cambiano i rapporti di forza.

Tutte le immagini sono di Tima Miroshnichenko via Pexels

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