OPINIONI

La vittoria del No al referendum apre la prossima stagione di lotte

La fotografia che ci restituisce la tornata referendaria del 22 e 23 marzo mostra un Paese che si vuole scrollare di dosso le politiche reazionarie e retrograde del governo Meloni. Ma la battaglia per rimandare a casa l’estrema destra è appena iniziata

Alla fine la battaglia sul referendum l’ha vinta il No, con una forte partecipazione elettorale e un risultato che non lascia dubbi. L’esito di questa votazione non era affatto scontato, nonostante la tendenza in positivo che il consenso per la bocciatura della riforma stava registrando da ormai qualche settimana. La propaganda portata avanti dal governo è stata dura, con attacchi furibondi alla magistratura e un iter legislativo fatto in fretta e furia a colpi di maggioranza, senza mai creare un vero confronti e dibattito nazionale. Ma nonostante ciò il voto è stato chiaro, e ha fatto emergere alcuni dati particolari da un punto di vista analitico.

È interessante per esempio valutare la contrapposizione della dimensione urbana rispetto alla campagna. A trainare la vittoria del No sono infatti stati soprattutto i grandi agglomerati cittadini. In tutti i capoluoghi di Regione la riforma è stata respinta, e in 12 casi su 20 la percentuale del No ha superato il 60%. Prima sul podio Napoli, con un tasso del 75,5% di voti per il No. Un dato che viene appunto controbilanciato dai risultati che vengono dalle zone rurali e dai centri medio-piccoli, soprattutto nella Pianura Padana e nel Lazio, dove solo le province delle grandi città hanno visto una vittoria del No.

Dal punto di vista della distribuzione regionale, è evidente una netta divisione nel voto tra Nord e Sud, con l’elettorato meridionale che si è espresso in blocco per fermare la modifica della Carta. In Sicilia, per esempio, il dato è stato di una percentuale del No superiore al 60%. A mettere un altro punto fermo sono anche le regioni storicamente “rosse”, Toscana ed Emilia-Romagna.

A segnare questo passaggio referendario è stato anche il voto giovanile, ostacolato tra l’altro dal rifiuto del governo di concedere la possibilità alle e ai fuorisede di poter votare, come invece era stato possibile fare alle ultime elezioni. Secondo i sondaggi rilasciati dall’agenzia YouTrend, circa il 57% della fascia di età 18-34 anni si è schierato contro la riforma, mentre solo le elettrici e gli elettori tra i 50 e 64 anni hanno votato maggiormente per il Sì, con una percentuale del 53%.

L’esito della votazione segna in sicuramente una netta battuta di arresto al progetto reazionario e repressivo portato avanti dal governo fin dal suo insediamento, il cui obiettivo è però ancora di demolire le più basilari garanzie democratiche e accentrare il potere intorno all’esecutivo. L’idea di delega plebiscitaria che il popolo italiano avrebbe conferito a Meloni con la vittoria del 2022 è andata definitivamente in frantumi, e con la vittoria del No si apre una nuova battaglia.

Se la scalata reazionaria del governo è stata appunto fermata nel suo assalto più audace e azzardato, ovvero quello di riformare la Costituzione, l’esecutivo ha ancora a disposizione molti strumenti per attaccare le opposizioni sociali e giocare la sua partita nella campagna elettorale verso le elezioni del 2027.

Soprattutto in una fase internazionale delicatissima dove Meloni si muove con cautela per non inanellare nuove gaffe ed errori imbarazzanti. Ma con la guerra che incombe, i prezzi del carburante che salgano vertiginosamente e un margine pressoché inesistente per elaborare politiche economiche espansive, la tattica da utilizzare da parte del governo per ricompattare il consenso intorno a sé potrebbe essere quella del nemico interno, da stigmatizzare, criminalizzare e sbatterlo in pasto ai media. Come abbiamo già visto, anche recentemente, con le misure cautelari e le decine di procedimenti giudiziari avviati contro attiviste e attivisti che hanno protestato contro il genocidio nelle piazze dello scorso autunno, e con gli sgomberi degli spazi sociali, avvenuti a Milano e Torino e minacciati a Roma. Non dubitiamo d’altronde che Piantedosi, fiancheggiato dal “Corriere”, come ai “bei tempi” delle bombe del 1969, e dagli altri giorni filo-governativi, daranno il loro meglio nell’alimentare questa campagna mediatica contro la fantomatica “saldatura fra la galassia anarchica, la CGIL, i pro-pal, gli islamici” (cit. Il Giornale, edizione di martedì 24 marzo 2026).

Certo, una strategia che potrebbe pagare e riequilibrare un po’ i rapporti di forza dopo la sconfitta referendaria, ma anche un segnale di grande debolezza, che i movimenti sociali possono sfruttare per continuare a battere il ferro finche è caldo. Soprattutto nelle grandi città, dove la partecipazione al referendum e la vittoria del No trovano la loro origini già nelle mobilitazioni dello scorso autunno, dove decine di migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro il genocidio a Gaza. Un filo rosso che fa emergere la grande disponibilità a mobilitarsi e a scendere in piazza che scorre nel Paese, ma anche la difficoltà a costruire percorsi di lotta duraturi nel tempo ed efficaci contro il ciclo reazionario che, con la guerra e la concomitante crisi economica globale, si sta serrando sempre di più.

Ora la battaglia si sposta di nuovo nelle piazze, con un primo appuntamento il prossimo sabato 28 marzo a Roma per la manifestazione nazionale del movimento “No Kings”. Un corteo che riaffermerà, in una giornata di festa e di lotta, l’opposizione sociale a questo governo, chiedendone le dimissioni.

Quello di questo fine settimana sarà solo un passaggio. La primavera che ci aspetta sarà senz’altro calda, a partire già dalla mobilitazione contro il ddl Bongiorno, una norma retrograda, violenta e colpevolizzante verso le persone vittime di violenza sessuale, ma con anche la prospettiva, e l’ambizione, di costruire una larga convergenza contro la guerra e la sua economia, che rapina vite e territori.

Insomma oggi si festeggia la vittoria contro uno degli attacchi più duri che l’estrema destra ha portato all’assetto costituzionale del Paese. Uno snodo importante, ma non sufficiente. È fondamentale ora allargare questo spazio di possibilità che ci consegna il risultato referendario, animando campagne di lotta inclusive che sappiano riflettere in modo lucido sulle pratiche, innovandole per raccogliere la sfida e per non ricadere nelle sterili riproduzioni del passato. Respingere al più presto il nuovo ciclo reazionario è possibile, all’intelligenza collettiva la responsabilità di cogliere l’opportunità.

La copertina è di Marta D’Avanzo

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