TERRITORI

Governare la mobilità ad ogni costo. Il caso dell’hotspot di Taranto

Cosa hanno scoperto gli attivisti di STAMP e Campagna Welcome Taranto, monitorando l’hotspot del capoluogo ionico? Un testo di approfondimento verso Hotspot leaks: dossier sulla frontiera di Taranto, mercoledì 14 giugno, h 19, Strike (via Partini, 21 – Roma)

Negli ultimi 12 mesi decine di migliaia di migranti sono stati coattivamente trasferiti da alcune località del nord (soprattutto Ventimiglia e Como) verso il capoluogo ionico. Una doppia motivazione ufficiale accompagna le operazioni. Da un lato, il trasferimento di massa viene presentato in ragione della necessità di alleggerire la pressione sulla frontiera. Allo stesso tempo, viene richiamata la necessità di identificare le persone presenti in frontiera: all’interno degli hotspot, infatti, i funzionari di polizia provvedono ad effettuare il fotosegnalamento e a verificare la posizione giuridica dei migranti trasferiti. Evidentemente, il significato politico di questi trasferimenti va ben oltre le necessità logistiche e di identificazione richiamate dal governo.

Con riferimento alla necessità di alleggerire la pressione alla frontiera, è evidente come non sia il numero delle persone attualmente presenti nelle zone di confine a delineare, di per sé, un’emergenza. La situazione emergenziale è il prodotto del regime di governo dei confini, degli interventi repressivi, delle politiche alloggiative inefficaci, strutturalmente precarie, funzionali al controllo della mobilità e alla reiterazione di un immaginario caotico e confuso.

In relazione, invece, alla necessità di identificare, appare per lo meno paradossale che sia chiamato in causa il lontanissimo hotspot di Taranto. A partire dall’inizio del 2016, infatti, i migranti che sbarcano in Italia sono identificati e fotosegnalati all’interno degli hotspot “ufficiali” o di quelli “mobili”, predisposti nelle aree di sbarco non ufficialmente catalogate come hotspot. I trasferimenti verso sud non sembrano quindi necessari ai fini identificativi: le impronte e l’identificazione sono già state rilevate all’arrivo e, più in generale, per accertare la posizione giuridica di una persona non è evidentemente necessario trasportarla a più di mille chilometri di distanza. Le identificazioni, infatti, possono avvenire – e avvengono quotidianamente – nelle questure di tutto il territorio nazionale. In aggiunta, è proprio il Ministero degli Interni a parlare, con frequenza, della necessità di applicare l’ “approccio hotspot” anche al di fuori degli hotspot “classici” e della previsione di hotspot mobili (équipe formate da funzionari della polizia, funzionari delle agenzie europee, mediatori, ecc.) che operano in maniera diffusa sul territorio.

Alla luce di questi elementi, la reale natura dei trasferimenti coatti dai luoghi di frontiera verso Taranto appare più chiara: è una scelta politica punitiva nei confronti di chi rifiuta di essere confinato nei luoghi e nei tempi definiti dalle politiche pubbliche di gestione dei flussi migratori. Non siamo davanti ad un’eccezione legata ai contesti specifici delle zone di confine: le proteste e i comportamenti poco collaborativi attraversano tutta la filiera dell’accoglienza. Rifiuto e disobbedienze sono elementi strutturali e ciò che accade da molti mesi a Ventimiglia e Como – trasferimenti coatti compresi – rappresenta un messaggio politico chiaro, diretto nei confronti di chi prova incessantemente ad attraversare le frontiere, violando i dispositivi di controllo.

Anche dal punto di vista degli status giuridici delle persone trasferite, si tratta di una vicenda paradossale. Accanto ad un numero significativo di persone in stato di irregolarità, nel corso dei mesi sono stati trasferiti a Taranto anche richiedenti asilo, titolari di permessi di soggiorno di varia natura, persone regolarmente soggiornanti in altri paesi UE, minori, persone in gravi condizioni di vulnerabilità. È evidente come questa vicenda, alimentata dall’implacabile ostilità nei confronti dei cosiddetti movimenti secondari, ecceda la retorica della necessità di identificare i clandestini. Nella sua tendenziale trasversalità alle categorie giuridiche risiede un inquietante e generalizzato segnale politico su larga scala: bisogna restare nel posto assegnato dai dispositivi di governo della mobilità.

In concomitanza con le attività svolte a Taranto, abbiamo avuto modo di incontrare molte decine di persone trasferite coattivamente da nord. I racconti, le testimonianze, le storie che abbiamo ascoltato restituiscono, a pieno titolo, tutta la densità politica di questa vicenda. È stato possibile ricostruire quello che avviene in relazione alla gestione degli arrivi da nord. I migranti, una volta giunti a Taranto, vengono nuovamente fotosegnalati. In attesa dell’accertamento della posizione dei singoli, restano nello spazio antistante alle zone adibite all’alloggio. Una volta accertato lo status delle persone, una parte significativa delle stesse è messa alla porta della struttura. Si tratta dei migranti identificati come irregolari, che ricevono un ulteriore provvedimento di espulsione, nella maggior parte dei casi accompagnato da un ordine di allontanamento (i trattenimenti nei CIE e i rimpatri diretti sarebbero piuttosto rari). Anche le persone identificate come richiedenti asilo – ne abbiamo incontrate davvero tante – vengono messe al di fuori della struttura e ricevono un foglio, dai contorni giuridici poco definiti, tramite il quale sono invitati a presentarsi nelle questure dove hanno formalizzato la domanda di asilo. Hanno accesso alla zona alloggiativa dell’hotspot, in attesa del trasferimento nei centri di prima accoglienza, soltanto le persone che non hanno mai fatto domanda di asilo e che non hanno mai ricevuto provvedimenti di espulsioni e/o di respingimento differito.

Si tratta di una vicenda paradossale: la quasi totalità delle persone trasportate a Taranto si riversano in stazione per ritornare nelle rispettive città. Un numero significativo di migranti non ha la possibilità di acquistare i biglietti dei bus e del treno. La maggior parte delle persone ha necessità di orientarsi, di acquisire informazioni sul viaggio da compiere. La maggior parte delle persone incontrate non è messa nelle condizioni di comprendere qual è la natura dei fogli ricevuti nell’hotspot e in che termini è possibile eventualmente ricorrere.

Quello che va in scena settimanalmente dentro e attorno l’hotspot – il trasferimento coatto delle persone dalle zone di frontiera, la loro identificazione, i provvedimenti e/o gli inviti emessi nei loro confronti, le successive ripartenze dei migranti – rappresenta, a tutti gli effetti, una vicenda paradigmatica. Va ogni settimana in scena il dispiegamento dei dispositivi giuridici, informali e logistici, che mira a ostacolare – ben al di là delle scarne previsioni normative – il tentativo dei migranti di collocarsi al di fuori del posto loro assegnati. La modalità con la quale è gestito questo campo di tensione è specchio dell’arbitrio e dell’informalità che caratterizza buona parte delle politiche di gestione dei flussi.

Il monitoraggio di questa vicenda, e il confronto con le persone loro mal grado inserite in questo meccanismo, è stata un’importante occasione per comprendere, più nel dettaglio e più da vicino, non soltanto quali sono le modalità di gestione dei trasferimenti coatti ma, più in generale, per interrogarsi sulla loro portata politica. È il segno di un desiderio, da parte del management dei dispositivi di confine, di scegliere il posto all’interno del quale i migranti devono dispiegarsi. È allo stesso tempo la traccia dell’irriducibile volontà, da parte delle soggettività in transito, di sottrarsi ai meccanismi di governo della mobilità e uscire fuori dalla marginalità geografica e politica.