editoriale

Extracomunitari, immigrati, migranti, espatriati

Una riflessione, a partire dal dibattito sulla stampa internazionale, sulla definizione dei fenomeni migratori […] che abbiamo di fronte e sul suo utilizzo politico.

Le recenti tragedie dell’immigrazione hanno aperto un interessante dibattito internazionale sulla semantica che il termine “migrante” ha assunto negli ultimi tempi. Il primo a sollevare la questione con decisione è stato il Guardian con un articolo del 16 Agosto di Stephen Pritchard dal titolo esemplificativo “The Semantics of Migration”.. Pritchard sottolinea come l’utilizzo da parte dei media e della politici stia connotando negativamente un termine neutro che indica semplicemente persone che si spostano da un territorio ad un altro. Sui titoli di giornale il migrante finisce per non essere più un essere umano, ma il suo ruolo. Il migrante diventa così una figura disincarnata su cui è più facile riversare xenofobia e odio.

La correttezza politica del rifiuto di etichette come “clandestino”, “irregolare” o “illegale” ha determinato che quelle connotazioni negative si siano estese alla categoria di “migrante” nel suo complesso.

Ecco allora che Al Jazeera English decide di non utilizzare più il termine “migrante” ma solo quello di “rifugiato”. Come un editoriale programmatico del 20 Agosto, “Why Al Jazeera will not say Mediterranean migrants”, Barry Malone spiega: “Non sono sono centinaia di persone quelle che affogano quando un barca affonda nel Mediterraneo, non sono nemmeno centinaia di rifugiati. Sono centinaia di migranti. Non è una persona come te – con una storia, delle speranze, delle idee – quella che sui binari che fa ritardare il treno. È un migrante. Una seccatura”.

Il Guardian e Al Jazeera hanno così aperto un ampio dibattito sulla stampa internazionale al punto che il 27 Agosto, Adrian Edwards, portavoce di UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in una lunga nota dal titolo “Refugee or migrant. Which is right?”ha voluto precisare: “i migranti scelgono di spostarsi non a causa di una diretta minaccia di persecuzione o di morte, ma soprattutto per migliorare la propria vita attraverso il lavoro, o in alcuni casi per l’istruzione, per ricongiungersi con la propria famiglia o per altri motivi. A differenza dei rifugiati che non possono tornare a casa senza correre rischi, i migranti non hanno questo tipo di ostacolo al loro ritorno. Se scelgono di tornare a casa, continueranno a ricevere la protezione del loro governo. […] Assimilare rifugiati e migranti può avere gravi conseguenze per la vita e la sicurezza dei rifugiati. Confondere i due termini svia l’attenzione dalle specifiche protezioni legali di cui i rifugiati hanno bisogno”.

Si tratta di una pericolosa distinzione perché come notano Liberti e Manfredi su Internazionale (tra le poche testate italiane a occuparsi della questione) distinguere rifugiati e migranti “rafforza un diktat ormai imposto all’opinione pubblica: la divisione tra buoni (i profughi che vanno accolti) e cattivi (i migranti economici che cercano surrettiziamente di entrare nel nostro mondo ricco ma in crisi, per sottrarci risorse e renderci poveri, e che pertanto devono essere bloccati)”.

Invece sono propri i migranti economici quelli a cui – come cittadini europei in regime di austerity – possiamo sentirci più prossimi. Sono quelle le condizioni che – con gradi diversi – accomunano il 99% del popolazione mondiale.

Ovviamente dal punto di vista terminologico l’UNHCR ha ragione. Secondo la Convenzione di Ginevra infatti: “è un rifugiato solo chi fugge da un paese in cui ha giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.

Si potrebbe però controbattere che fin quando non sono concluse le pratiche per la richiesta d’asilo queste persone su una nave non sono dei rifugiati ma ancora semplici migranti e, allo sbarco, soltanto dei richiedenti asilo. Saranno rifugiati solo dopo che la loro condizione è vidimata istituzionalmente. Quindi sono tutti “migranti”.

All’opposto, ricorrendo all’Articolo 13 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo secondo cui “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio”, ogni migrante nel momento in cui lascia il proprio paese non avendo trovato modo di farlo legalmente potrebbe essere essere automaticamente considerato discriminato. La sua potenziale morte nello spostamento diventa la sanzione di una “persecuzione” che lo include nelle norme della Convenzione di Ginevra. Quindi sono tutti “rifugiati”.

Certo la difesa dei rifugiati (e del termine rifugiato) è un più comoda linea di difesa per l’UNHCR e per le tante associazioni che si occupano di richiedenti asilo. Presenta inoltre l’indubbio vantaggio di poter fare comunicazione con cifre precise e numeri più esigui rispetto alla totalità di un fenomeno migratorio che spesso rifugge l’identificazione alle frontiere. Si arriva però così al paradosso di considerare la guerra “l’unica vera fabbrica di migranti” (Wired, 31 Agosto) con buona pace delle diseguaglianze economiche globali di cui la guerra è solo uno degli esiti.

Migrante o rifugiato quindi? Fino ai primi anni novanta il termine giornalistico più utilizzato per descrivere la stessa condizione era extra-comunitario. Un termine che indicava la semplice presenza sul territorio europeo di qualcuno che non lo era. Anche questo termine, di per se neutro, finì per disincarnare gli esseri umani che venivano così etichettati in termini negativi come estranei alla comunità. Segui un ampio dibattito e prese piede un “nuovo” termine: immigrato.

L’idea era quella di ricollegare l’esperienza migratoria ha quella che aveva caratterizzato l’Europa della prima metà del secolo. Gli immigrati erano i nostri nonni che andavano nelle americhe, non erano diversi da noi. Anche “immigrato” finì però identificare non una persona, ma una funzione: quella di chi veniva a prendere il posto dei nativi, a togliere lavoro e se non ci riusciva a delinquere.

Ecco così comparire sulla scena il più politicamente corretto migrante. Il migrante non arrivava qui per restare, la sua è una condizione temporanea: i migranti vogliono tornare al loro paese d’origine. Un po’ come accade a tanti cittadini europei che si spostano per motivi di studio o di lavoro. Un po’ come un Erasmus.

Ora anche migrante è giunto al capolinea. Qualcuno potrebbe pensare che trovare un ulteriore alternativa sia tempo perso. Invece non è così. Sebbene qualunque alternativa finirà per avere lo stesso destino se non muta la realtà materiale, ogni passaggio semantico non è infruttuoso.

È nel momento del divenire, nel tempo intermedio d’adozione di un significante che si infonde una rinnovata percezione al significato. È nel periodo in cui si dice “l’unica differenza rispetto a me è che non sono comunitari”, “sono come mio nonno emigrato in Argentina”, “sono come mio figlio che è andato a lavorare in Germania” che si imprime una nuova traccia semantica nella memoria delle persone.

Cosa dovremmo fare allora? Accogliere l’appello di Al Jazeera e chiamare tutti rifugiati a dispetto e contro l’UNHCR?

Qualche mese prima che si aprisse con più forza il dibattito sul Guardian sono apparsi due diversi articoli entrambi firmati da giornalisti “immigrati”.

“Per un anno o due ho immaginato di essere un expat [espatriato]” – scrive il giornalista indiano Ritwik Deo nel suo editoriale “The British abroad: expats, not immigrants” “Sono venuto dall’India per studiare al St.Andrews con una borsa di studio. Mi sono mescolato con i compagni di classe con passaporto multiplo, i cui genitori erano expat a Zurigo, Dubai, New York e Tokio. Ma mentre mi meravigliavo della facilità con cui volavano in Francia, prendevano treni in Croazia e facevano amici tra i beduini in Giordania, io avevo prolungate discussioni con i doganieri che spulciavano i miei documenti ogni volta che ho provato a fare un salto in Irlanda o in Francia. Questa accoglienza mi ha fatto capire che non ero mai stato un expat, ma solo un immigrato. Sembra impossibile essere un indiano espatriato.”

Il giornalista togolese Mawuna Remarque Koutonin (“Why are white people expats when the rest of us are immigrants?” è stato ancora più esplicito: Expat è un termine riservato esclusivamente per i bianchi occidentali vanno a lavorare all’estero. Gli africani sono immigrati, gli arabi sono immigrati, gli asiatici sono immigrati. Tuttavia, gli europei sono expat perché non possono essere allo stesso livello di altre etnie. Loro sono superiori. Immigrati è un termine riservato alle “razze inferiori”.

Ecco forse expat, espatriato, potrebbe essere la nuova parola giusta. Una parola “bianca” destinata alle persone che lasciano il proprio paese, i propri affetti e le proprie cose. Un corto circuito per gli xenofobi che credono alla parola patria. Un segno comune a chi fugge i drammi della guerra o dalla fame, della discriminazione, dell’ingiustizia o dalla povertà. Senza separazioni. Qui o altrove. E quando la parola sarà vecchia, forse assieme a essa sarà vecchia anche l’idea di una patria da difendere dallo “straniero”.