cult

CULT

Femministe musulmane: un atlante contro patriarcato e islamofobia

Femministe musulmane, il saggio grafico di Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki (Astarte Edizioni), sarà presentato il prossimo 21 maggio alla Casa delle Donne. Attraverso le voci di Renata Pepicelli e Marisa Iannucci, abbiamo approfondito i temi che attraversano il libro: il rapporto tra islam e femminismo, la rilettura dei testi religiosi, la spiritualità come spazio critico e le rappresentazioni semplificate e orientaliste attraverso cui vengono ancora troppo spesso raccontate le donne musulmane

«Per me vivere il femminismo dentro un’esperienza musulmana significa rifiutare una falsa alternativa: o la fede o la libertà».

Le parole di Marisa Iannucci – studiosa, attivista e voce tra le più interessanti del femminismo musulmano in Italia – attraversano Femministe musulmane ancora prima di aprirlo per immergercisi dentro. Il cuore politico e teorico di questo libro sta precisamente qui: nel rifiuto di una contrapposizione che lungo tempo ha dominato il modo in cui le donne musulmane sono state raccontate, soprattutto in Europa. Da una parte la religione come spazio inevitabile di oppressione, dall’altra la libertà immaginata solo come distanza dalla spiritualità, dalla tradizione, dall’islam stesso.

Femministe musulmane rompe questa semplificazione con forza, intelligenza e complessità. Per questo motivo è un libro importante, davvero importante. Uno di quei libri che dovrebbero entrare nelle scuole, nelle università, nei gruppi di lettura e negli spazi pubblici di discussione, perché ha la capacità rara di smontare stereotipi sedimentati senza mai trasformarsi in un manuale ideologico. Attraverso un linguaggio accessibile e una forma visiva potente, questo saggio grafico restituisce profondità a un tema troppo spesso raccontato in maniera superficiale: il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione.

Il grande merito del libro di Jamal Ouazzani e Zainab Fasiki è quello di mostrare come non esista un unico femminismo musulmano, ma una costellazione di esperienze, pratiche e pensieri che attraversano geografie, generazioni e posizionamenti differenti.

Le venti figure raccontate nel libro — studiose, attiviste, imam, giuriste, intellettuali — emergono come soggettività vive, attraversate da conflitti, ricerca, coraggio politico e tensione etica. È proprio questa pluralità a rendere il libro necessario, perché obbliga chi legge ad abbandonare le categorie semplicistiche con cui troppo spesso vengono osservate le donne musulmane.

Lontano sia dalla retorica paternalista occidentale della “donna da salvare”, sia dalle narrazioni conservatrici che vorrebbero relegare il femminile al silenzio, Femministe musulmane apre uno spazio di riflessione radicale e profondamente contemporaneo. Le protagoniste di queste pagine rivendicano la possibilità di reinterpretare i testi religiosi, di abitare la spiritualità senza rinunciare alla libertà, di immaginare giustizia e uguaglianza dentro e oltre le tradizioni. In questo senso, potremmo dire che il libro non parla soltanto al mondo musulmano: parla a chiunque voglia conoscere i femminismi, dai processi di decolonizzazione del sapere, alle lotte queer, alle questioni dell’autorità e della rappresentazione.

La scelta del formato grafico rende il volume ancora più incisivo. Le illustrazioni di Zainab Fasiki amplificano il testo, lo rendono corporeo, emotivo, immediato. Il risultato è un’opera capace di tenere insieme rigore teorico e accessibilità, approfondimento e coinvolgimento, senza mai sacrificare la complessità.

Non è un caso che Femministe musulmane sarà al centro dell’incontro del 21 maggio, primo di tre appuntamenti dedicati al pensiero femminista nel Sud del mondo in preparazione di Arene Decoloniali (Tor Marancia, 7–13 settembre), che nel 2026 sarà dedicata proprio ai femminismi. Attraverso le riflessioni di Renata Pepicelli e Marisa Iannucci, l’incontro proverà a interrogare il rapporto tra islam, femminismo, spiritualità e autodeterminazione, mettendo al centro le genealogie plurali dei femminismi musulmani. Il percorso proseguirà il 28 maggio al Nuovo Cinema Aquila con un appuntamento dedicato al femminismo indigeno sudamericano e la proiezione del film La revolución de las flores, mentre il 5 giugno sarà la volta dei femminismi in Iran. Tre appuntamenti che provano a costruire uno spazio di ascolto e confronto capace di attraversare esperienze, linguaggi e geografie differenti senza appiattirne le differenze.

A dare ulteriore profondità al volume è anche il contributo teorico e politico di Renata Pepicelli, direttrice della collana Manifesta di Astarte Edizioni, docente all’Università di Pisa e tra le più autorevoli studiose italiane dei movimenti femministi nei contesti musulmani. Pepicelli, autrice di Femminismo islamico (2010)e del volume Femminismi musulmani. Prospettive secolari, islamiche, islamiste, in uscita a settembre per Carocci, legge Femministe musulmane come uno strumento capace di incrinare in maniera radicale l’immaginario dominante sulle donne musulmane.

«Purtroppo l’immaginario che viene costruito attorno alle donne musulmane risente ancora di un immaginario orientalista», spiega a DinamoPress. Un immaginario che continua a muoversi dentro una rappresentazione rigida e dicotomica: «Le donne musulmane sono spesso costrette dentro un’immagine o della donna necessariamente vittima della propria religione, della propria cultura, della propria tradizione, oppure della donna vista come minaccia ai diritti acquisiti qui in Occidente, come minaccia alla sicurezza e persino ai diritti delle donne occidentali».

È proprio questa doppia semplificazione che il libro prova a smontare, attraverso una pluralità di percorsi politici e spirituali che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico europeo. «Sono movimenti che smentiscono entrambi questi immaginari», sottolinea Pepicelli. «Ci parlano di una grande pluralità delle storie, dei posizionamenti delle donne all’interno dei contesti musulmani e di donne che rivendicano da decenni uguaglianza, libertà e diritti».

Secondo la studiosa, il grande merito del volume è anche quello di mostrare come il femminismo islamico non sia un fenomeno marginale o recente, ma un movimento che emerge già tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento e che nel tempo si è articolato in forme molteplici e spesso profondamente diverse tra loro. «Il femminismo islamico è una delle correnti, una delle risposte che le donne dei contesti musulmani danno alla misoginia, al patriarcato e alla discriminazione di genere», afferma. «Una risposta che passa attraverso la reinterpretazione dei testi religiosi islamici e il tentativo di riportare al centro quello che molte femministe islamiche considerano il nucleo autentico del messaggio coranico: la giustizia e l’uguaglianza tra gli esseri umani. La condizione di discriminazione vissuta da molte donne musulmane non è quindi espressione dell’islam, ma il prodotto di letture misogine e patriarcali dei testi religiosi». Da qui la centralità dell’ermeneutica femminista: una rilettura critica del Corano, degli hadith e della tradizione islamica che prova a mettere in discussione interpretazioni sedimentate nei secoli e utilizzate per costruire gerarchie tra i generi.

Pepicelli insiste però anche su un altro elemento fondamentale: la pluralità interna di questi movimenti. «Il femminismo islamico non è un movimento omogeneo», precisa. «È un movimento molto plurale al suo interno, con diversi posizionamenti».

Negli ultimi anni, osserva la studiosa, alcune correnti del femminismo islamico hanno inoltre aperto una riflessione importante sulle questioni queer e LGBTQIA+, ampliando ulteriormente il campo del dibattito. «Almeno una parte del femminismo islamico sta portando avanti anche questi orizzonti», spiega, confermando come il movimento continui a trasformarsi e ridefinirsi.

Nella sua prefazione Pepicelli invita a leggere il femminismo islamico dentro una geografia più ampia dei movimenti delle donne nei mondi musulmani da considerare «rigorosamente al plurale». Accanto al femminismo islamico convivono infatti femminismi secolari, transfemminismi, reti decoloniali e forme di attivismo di genere sviluppatesi dentro movimenti islamisti. «Abbiamo tre grandi correnti», sintetizza: «una corrente di femminismo secolare, una corrente di femminismo islamico e un attivismo di genere all’interno di una cornice islamista».

Anche sul piano della partecipazione alle strutture spirituali e ai processi decisionali, secondo Pepicelli qualcosa sta cambiando. Pur ricordando che l’islam non possiede una struttura gerarchica centralizzata paragonabile a quella della Chiesa cattolica, la studiosa sottolinea come negli ultimi decenni sia cresciuta la presenza femminile nei luoghi di formazione e produzione dell’autorità religiosa. Alcune figure del femminismo islamico, come Amina Wadud, hanno persino aperto il dibattito sull’imamato femminile, mentre in diversi Paesi musulmani le donne ricoprono oggi ruoli di insegnamento, guida spirituale e consulenza religiosa.

Pepicelli cita, ad esempio, il caso del Marocco, dove esistono da anni le murshidāt, guide religiose femminili incaricate di attività di formazione e accompagnamento spirituale. Oppure il percorso di Asma Lamrabet, una delle figure presenti nel libro, che ha diretto il Centro di Studi Femminili in seno alla Rabita Mohammadia degli Ulema, importante istituzione religiosa marocchina. Anche la riforma della Mudawwana, il codice della famiglia marocchino, avvenuta tra il 2003 e il 2004, vide la partecipazione diretta di donne all’interno della commissione incaricata della revisione.

Accanto alla riflessione storica e politica proposta da Renata Pepicelli, abbiamo intervistato Marisa Iannucci, la quale apre uno spazio più direttamente spirituale ed esperienziale. Lavora da anni sull’esegesi di genere, sulla rilettura femminista del Corano e sui rapporti tra spiritualità, autodeterminazione e giustizia sociale. Il suo lavoro si muove lungo un confine che prova continuamente a sottrarsi alle semplificazioni: quello tra fede e libertà, tra appartenenza religiosa e critica delle strutture patriarcali.

«Il punto è riconoscere che la spiritualità può essere anche un luogo di autonomia, di coscienza critica e di resistenza», spiega. «Non parlo di una spiritualità astratta o consolatoria, ma di una pratica etica che interroga il potere, le gerarchie, le disuguaglianze. In questa prospettiva, il femminismo islamico non nasce come mediazione fragile tra due identità considerate inconciliabili – essere musulmana ed essere femminista – ma come una domanda radicale di giustizia. Se Dio è giusto, come possono essere sacralizzate la subordinazione, la tutela permanente, l’obbedienza imposta?».

Per Iannucci, il nodo sta proprio nel sottrarre la fede alla sua riduzione patriarcale. «La fede non può essere usata per ridurre l’autodeterminazione delle donne; e la libertà non deve necessariamente comportare lo sradicamento dalla propria tradizione spirituale». Da qui l’importanza di un lavoro che sia allo stesso tempo critico e ricostruttivo: «Il femminismo musulmano, nelle sue forme migliori, apre proprio questo spazio: la possibilità di restare dentro una genealogia religiosa, ma senza consegnarsi alle sue sedimentazioni patriarcali». Un percorso che, secondo la studiosa, non consiste nel rifiuto dell’islam, ma nel tentativo di «restituire all’islam il suo nucleo etico di giustizia, misericordia, dignità e uguaglianza».

Al centro della sua riflessione c’è poi il tema della parola e dell’autorità religiosa. «La riappropriazione della parola è centrale. Per secoli il sapere religioso islamico è stato prodotto e legittimato quasi esclusivamente da uomini: esegeti, giuristi, predicatori, custodi dell’ortodossia. Questo non significa che la tradizione islamica sia monolitica. La storia dell’islam è attraversata da dibattiti, divergenze, scuole, interpretazioni,  ma le donne sono state progressivamente escluse dai luoghi in cui il sapere religioso veniva prodotto, trasmesso e autorizzato».

È qui che l’interpretazione dei testi religiosi assume una portata fondamentale. «Reinterpretare i testi è un atto politico, spirituale e conoscitivo. Significa distinguere tra il testo sacro e le letture storiche sedimentate nei secoli, riconoscendo che molte norme presentate come divine sono in realtà il prodotto di contesti patriarcali e rapporti di potere specifici».

Il lavoro teorico di Iannucci si concentra in particolare sull’esegesi di genere e sulla traduzione femminista del Corano in italiano. «Tradurre il sacro non è mai un’operazione neutra», spiega. «Ogni scelta linguistica rende visibile qualcosa e ne oscura qualcos’altro. Molto spesso, il linguaggio coranico è stato trasformato in un dialogo prevalentemente maschile, dove gli uomini sono soggetti della rivelazione e le donne diventano oggetto del discorso religioso».

Nel suo attuale lavoro di traduzione del Corano, Iannucci prova quindi a liberare il testo dalle sedimentazioni patriarcali che ne hanno condizionato la ricezione. «Termini complessi come qiwāma, nushūz o ḍaraba – spesso utilizzati per giustificare gerarchie di genere – vengono riletti nella loro stratificazione linguistica e storica, evitando traduzioni che trasformano il maschile in universale umano e cancellano la soggettività spirituale delle donne. Una traduzione femminista non è una traduzione “per le donne”», chiarisce, «ma una traduzione più fedele alla pluralità del testo, più consapevole delle relazioni di potere e più responsabile sul piano etico».

Questa riappropriazione della parola, per Iannucci, ha anche una dimensione profondamente collettiva, che riguarda la trasformazione concreta delle comunità, dell’educazione religiosa, del diritto di famiglia e del linguaggio pubblico sull’islam. «L’autorità religiosa non dovrebbe essere pensata come possesso, gerarchia o monopolio, ma come responsabilità ermeneutica condivisa».

È una prospettiva che entra direttamente in dialogo con quella di molte delle figure raccontate nel libro: da amina wadud ad Asma Lamrabet, da Ziba Mir-Hosseini a Kecia Ali. Donne che, secondo Iannucci, dimostrano come l’interpretazione religiosa non sia mai neutra: «Può riprodurre dominio oppure aprire spazi di giustizia».

L’altra grande questione che emerge dalle sue parole riguarda il tema dell’autorappresentazione delle donne musulmane in Italia. «Vengono spesso nominate, classificate, giudicate, ma raramente ascoltate come soggetti politici, intellettuali e spirituali», osserva. «Il discorso pubblico continua infatti a collocarle dentro immagini rigide: vittime da salvare, simboli di alterità culturale, presenze percepite come minaccia o oggetti permanenti del dibattito sul velo, sull’integrazione, sulla sicurezza».

Secondo Iannucci questa dinamica produce una doppia espropriazione: «sottrae complessità alle vite delle donne musulmane e impedisce alla società italiana di comprendere l’islam come realtà plurale e attraversata da pratiche critiche e femministe. La donna musulmana diventa una figura retorica utile alla politica, ai media o al discorso securitario, ma raramente riconosciuta come interlocutrice».

Per questo creare spazi di autorappresentazione significa innanzitutto modificare i rapporti di parola. «Non si tratta di “dare voce”», precisa, «perché anche questa espressione conserva una postura paternalistica. Si tratta piuttosto di riconoscere voci che esistono già, saperi che sono già prodotti, pratiche che sono già in corso».

È proprio qui che Femministe musulmane trova una delle sue funzioni più importanti: nel rendere visibili genealogie intellettuali, esperienze politiche e percorsi spirituali che esistono da tempo e che troppo spesso vengono ignorati. «Le donne musulmane devono poter raccontare da sé la propria esperienza», conclude Iannucci. «Solo così si esce dalla rappresentazione semplificata e si entra in uno spazio realmente democratico, dove l’islam non è più oggetto del discorso altrui, ma campo vivo di elaborazione critica, femminista e plurale».

Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione.
Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580