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La scienza dell’utopia contro il capitale monopolistico
Brevi note su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio (ed. Feltrinelli), in vista della presentazione, a Esc il prossimo 21 maggio (ore 18), che vedrà discutere l’autore con Nicola Fratoianni e Laura Ronchetti
L’ultima fatica di Emiliano Brancaccio è al contempo rigorosa e pop: una miscela complicata, nello stile e nei contenuti, per chi si occupa di economia. Esperimento più che riuscito, invece, che merita attenzione e ampio confronto, scientifici e militanti. Nelle brevi note che seguono, tenterò di ricostruire il percorso seguito da Brancaccio nel volume appena edito da Feltrinelli; un percorso, quello di Libercomunismo, che ha l’ambizione di connettere i suoi studi ultimi sulla centralizzazione del capitale alla riflessione sulla congiuntura politica, drammatica, che stiamo vivendo.
1. Le tesi di fondo del volume sono due, tra esse strettamente connesse: 1. nulla si capisce del mondo, e della politica, se non si comprendono le leggi tendenziali (o tendenze storiche) del capitalismo; 2. legge tendenziale decisiva – la seconda, oltre la prima che riguarda, nel senso di Rosa Luxemburg, la riproduzione allargata e senza fine del capitale stesso – è la centralizzazione del capitale. Nel capitolo XXIII del Primo libro del Capitale, Marx, introduce la distinzione tra concentrazione e centralizzazione del capitale. Distinzione che verrà ripresa da Lenin nel suo “saggio popolare” sull’imperialismo. Brancaccio, per un verso, critica gli economisti mainstream, perché incapaci di pensare attraverso la nozione marxiana di legge tendenziale/tendenza storica, per l’altro chiarisce la natura della centralizzazione capitalistica. In particolare, su quest’ultima Brancaccio scrive:
«Il modo più immediato in cui la centralizzazione capitalistica si manifesta è piuttosto semplice. La competizione sui mercati genera continuamente vincitori e vinti. Alcuni imprenditori prevalgono, altri soccombono. I più forti accumulano profitti, i più deboli incorrono in perdite, fino a precipitare nella bancarotta. Così, i capitali più grandi e più potenti, col tempo, finiscono per mettere fuori mercato e liquidare i capitali più piccoli e più deboli. Che quindi vengono messi all’asta, offerti al migliore acquirente, spesso svenduti. Attraverso i tipici processi di acquisizione, i forti assorbono i deboli: li “mangiano”. Centralizzazione del capitale in sempre meno mani, appunto. Per giunta, le acquisizioni dei deboli ad opera dei forti rendono questi ultimi ancora più forti» (pp. 27-28).
Guardando al presente, si tratta evidentemente della violenta riaffermazione dei monopoli, pensiamo per esempio alle Big Tech (Google, Meta, Apple, Amazon, Nvidia, ecc.) o a Big Pharma. Ma la mente corre anche ai fondi di investimento, BlackRock e Vanguard in particolare, ma non solo.
2. Definita la centralizzazione, Brancaccio presenta alcune fondamentali evidenze empiriche, frutto di ricerche sue e collettive rese pubbliche a partire dal 2018: l’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali è controllato da meno dell’1 per cento degli azionisti mondiali; dall’inizio del secolo, la quota dei proprietari dei pacchetti di controllo del capitale è diminuita dal 2,1 allo 0,7 per cento a livello planetario. A partire da questi dati, inequivocabili nella loro drammaticità, Brancaccio fa una mossa decisamente interessante: chiarisce la co-articolazione e, al contempo, la contraddizione tra centralizzazione, top management, padroni, e socializzazione massima della proprietà, moltitudine dei risparmiatori e degli azionisti. Mentre i padroni puntano a profitti sempre più alti, per accrescere senza sosta monopolio e potere di mercato, la moltitudine dei risparmiatori, degli azionisti, punta al profitto immediato. Per questo motivo, la centralizzazione non procede attraverso un piano, ma rende il capitalismo semmai sempre più cieco rispetto al futuro. Di più: la centralizzazione cancella la concorrenza, a dispetto di quanto afferma la teoria mainstream, generando squilibri e inefficienza. Il liberalismo ha tradito le sue promesse più rilevanti.
3. Attraverso la nozione di “esocapitale”, Brancaccio compie un’operazione teorica politicamente feconda. Scrive a pagina 43:
«lo sviluppo capitalistico può raggiungere uno stadio in cui i processi principali dell’accumulazione avvengono in prima istanza al di fuori dell’ordinario meccanismo di formazione dei prezzi, per poi influenzare tale meccanismo dall’esterno».
«Potremmo dire, in questo senso, che un ammasso sempre più imponente di potenza produttiva si sta formando al di fuori del meccanismo dei prezzi, come una sorta di “materia oscura”, un oggetto pesantissimo e tuttavia sfuggente alle ordinarie pratiche della contabilità capitalista».
Cosa intende dire Brancaccio? Pur senza mai citarlo esplicitamente, salvo la segnalazione d’obbligo di Elinor Ostrom, appare evidente il riferimento al dibattito sul “comune”, sviluppato negli ultimi venti anni dal femminismo, dall’ecologismo radicale, dall’operaismo. Conoscenza e cooperazione scientifica (general intellect, direi col Marx dei Grundrisse al quale sono legato), natura: si tratta del comune continuamente colonizzato dal capitale, che diventa “esocapitale” nel senso di Brancaccio, per rispondere alle esigenze proprie del processo di centralizzazione. Esternalità che sfuggono alla contabilità capitalistica ma che, se catturate in modo sistematico, riorganizzano la stessa, favorendo profitti esorbitanti e, con essi, le “pratiche monopolistiche” (già in Schumpeter, queste ultime, sono strettamente intrecciate con brevetti e tecnologie proprietarie). Ma il vero salto quantico dei profitti, e torna il tema affrontato nel punto precedente, è il “salto di potere” determinato dalla centralizzazione, che «opera all’esterno del sistema dei prezzi ma che finisce per sconvolgerlo al suo interno». Salto di potere e colonizzazione del comune, dunque, procedono di pari passo, in stretta combinazione.
4. La definizione della tendenza esalta la riflessione sulla congiuntura politica. In particolare, Brancaccio si sofferma sulle “determinanti economiche” del ciclo reazionario, del populismo, del nuovo fascismo, da lui denominato “oltrefascismo”. Con quest’ultima nozione, Brancaccio intende dar conto del fascismo delle Big Tech e di Trump, ma più in generale dell’intreccio tra aumento esponenziale della disuguaglianza e crollo della democrazia. Un divorzio, quello tra capitalismo e democrazia, che fa emergere in primo piano un’altra promessa tradita del liberalismo.
Centralizzazione, infatti, per un verso vuol dire assottigliamento del ceto medio, impoverimento del lavoro operaio, declassamento e precarizzazione di quello intellettuale, quindi moltiplicazione delle figure e delle forme del rancore; per l’altro, si esprime in un articolato razzismo delle élite tecno-fasciste, che sommano al rifiuto della mediazione democratica, l’affermazione di un suprematismo del QI, nonché l’odio verso «coloro che non possono essere adeguatamente sfruttati […] i malati cronici, i diversamente abili, le persone anziane, i giovani sotto l’età legale di lavoro, coloro che ancora vivono di oboli e sussidi».
5. Il capitolo 10 è particolarmente utile, perché propone una spiegazione – a mio avviso del tutto corretta – del governo della tendenza centralizzatrice da parte delle banche centrali, nella lunga fase del quantitative easing (allentamento quantitativo) che ha seguito la crisi finanziaria del 2007-2008 e quella dei debiti sovrani in Europa, dal 2010 al 2012: tassi di interesse vicini allo zero, continua immissione di liquidità nei mercati attraverso l’acquisto di titoli di Stato, finanziari, di titoli tossici; di conseguenza, riduzione del tasso di interesse bancario e, dunque, del valore reale del debito delle famiglie, con parziale tenuta dei consumi, ma anche esplosione della domanda e del valore dei titoli, con rinnovati processi speculativi. Secondo Brancaccio, i banchieri centrali hanno agito, al pari delle riforme che hanno aumentato a dismisura le spese fiscali (esempio italico: la flat tax), per contenere la catastrofe generata dalla centralizzazione capitalistica, per garantire la continuità del consenso del ceto medio, dei piccoli e medi imprenditori, ecc. Scrive Brancaccio:
«Il banchiere centrale interviene sulla liquidità e sui tassi d’interesse in modo da facilitare la solvibilità e limitare le bancarotte: anche se l’inflazione corre, i tassi d’interesse devono restare relativamente bassi, la liquidità deve circolare rapida. E il ministro dell’economia, a sua volta, si prodiga per attenuare la pressione fiscale ed elargire adeguate regalie. Tutto per uno scopo: i capitalisti indebitati, gli imprenditori in difficoltà, i piccoli proprietari che rischiano l’uscita dal mercato non devono esser lasciati soli» (p. 91).
L’eccesso di liquidità, al contempo, ha reso però possibile la sovracapitalizzazione dei mercati finanziari americani (dal 2010 al 2024, + 370%), delle Big Tech e dell’IA in particolare (1/3 circa della capitalizzazione complessiva). Come chiarito dall’”Economist”, infatti, dal lancio di ChatGPT nel 2022 il mercato azionario americano è cresciuto di 21 trilioni di dollari. Un doppio effetto, quindi, quello generato dalle politiche monetarie ultra-espansive: contenimento della centralizzazione e radicalizzazione della stessa. In entrambi i casi, «la moneta è stata lanciata come una bomba contro il popolo».
6. Al saggio di Lenin sull’imperialismo, scritto tra il 1914 e il 1916 nell’esilio svizzero, Brancaccio dedica una corposa riflessione. È Lenin, infatti, che chiarisce il nesso tra tendenza alla centralizzazione e superamento dialettico della concorrenza. Se i monopoli e i trust, nei confini nazionali, comprimono o annullano la concorrenza, gli investimenti diretti esteri, destinati all’acquisizione di capitali già esistenti, provocano competizione e squilibri internazionali, economici e militari. Superamento dialettico, appunto: che toglie e conserva al contempo (Lenin, negli stessi anni della stesura del “saggio popolare”, legge e commenta la Scienza della logica di Hegel). Ma riprendendo una tesi già sostenuta con Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli e in dibattiti pubblici di grande rilievo, per esempio con l’ex- Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, è sul rapporto tra centralizzazione capitalistica e squilibri delle bilance commerciali che Brancaccio si sofferma per comprendere le cause economiche della contemporanea guerra imperialistica. Da grande creditore, a partire dalla Prima guerra mondiale e poi nei cosiddetti Trenta gloriosi, gli Stati Uniti d’America sono diventati ormai un Paese debitore: in parte per l’esternalizzazione della manifattura, avviata senza sosta a partire dagli anni Settanta, per l’altro, e di conseguenza, per l’incremento dei processi di finanziarizzazione, con l’espansione e l’esplosione del debito privato prima, di quello pubblico a seguire (effetto delle politiche monetarie ultra-espansive di cui abbiamo in precedenza dato conto). La trasformazione della Cina e dei BRICS in paesi creditori, oltre la capacità della Cina di competere ormai pure sul terreno dell’innovazione tecnologica, sono i fenomeni all’origine della ripresa della guerra su larga scala, con tratti smaccatamente imperialistici. In alternativa a tutto ciò, Brancaccio rilancia le istanze keynesiane più radicali che furono sconfitte a Bretton Woods, dal bancor alla regolazione internazionale dei pagamenti.
7. Veniamo alle conclusioni – i capitoli 12 e 13. Il capitolo 12 è dedicato al tema della soggettività, in particolare alle mutazioni antropologiche imposte dalla stagione e dai dispositivi di governo neoliberali: l’affermazione, cioè, del «nuovo capitale umano». Per quanto la diagnosi sia in larga parte corretta, il capitolo suscita in me qualche perplessità. Spiego. Se l’iniziativa capitalistica sul terreno della produzione di soggettività è indiscutibile, sganciarla per intero dalle lotte e dalle forme di resistenza rischia di concederle troppo.
Di più, se la soggettività è sovrastata dalle tendenze impersonali, dai meccanismi di assoggettamento e di sfruttamento, non risulta chiaro da quali rotture concrete e situate debba emergere il partito o «genio collettivo» di cui pure, Brancaccio e in particolare nel capitolo 13, indica l’urgenza. La proposta politica di Brancaccio, intendiamoci, a me pare del tutto convincente: soltanto una inedita co-articolazione tra pianificazione democratica e libertà, comunismo e primato della singolarità, può trasformare radicalmente il presente e fermare l’apocalisse capitalistica. Al contempo, però, non mi sono chiari i “focolai”, le pratiche di lotta e le forme di vita, che dovrebbero dare linfa vitale al «genio collettivo».
Vero è infatti, a mio avviso, che il «nuovo capitale umano» di marca neoliberale è il frutto del rovesciamento capitalistico delle istanze comuniste e libertarie degli anni Sessanta e Settanta, dell’affermazione del general intellect come vero pilastro della produzione di valore. Rovesciare ciò che è stato rovesciato, concordo, pretende forme politiche adeguate ed efficaci: non bastano i movimenti sociali, serve anche il partito e, aggiungo, serve il sindacato. La prospettiva leniniana di Brancaccio mi convince, la centralizzazione porta con sé la possibilità della rottura e della trasformazione radicale; i soggetti e le forme della lotta, invece, pretendono forse un censimento più dettagliato. L’appendice al volume, dedicata al rapporto tra caso e necessità, fa senz’altro piazza pulita delle scorciatoie deterministiche, rimettendo al centro il clinamen e l’incontro fortuito: effetti della destabilizzazione permanente fomentata dall’esocapitale, sono decisivi per la costituzione dei contropoteri. Mi chiedo, però, se oggi più che mai, esattamente per andare nella direzione auspicata da Brancaccio, non occorra fare i conti – ancora una volta – con la zona intermedia che si colloca tra necessità e caso, struttura e clinamen: quella necessità libera e quella libertà necessaria che sono il vero terreno di sperimentazione, etica e politica al contempo, della soggettività. Se il problema è la scientificità dell’utopia, allora si tratta di afferrare l’utopia, con Ernst Bloch, come «orizzonte della materia», ovvero come prassi rivoluzionaria.
La copertina è di Sam Valadi (Flickr)
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