ITALIA

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Gerarchie domestiche: il privilegio di essere madre

Negare la possibilità di ricevere il bonus per la maternità alle mamme lavoratrici domestiche conferma la voluta marginalità sociale per appartenenza di genere e la razzializzazione del lavoro riproduttivo

Recentemente il Tribunale di Milano ha dichiarato incostituzionale l’esclusione delle mamme lavoratrici domestiche dalla possibilità di ricevere il nuovo bonus per la maternità. Resta adesso l’attesa per la decisione della Corte costituzionale. Tale esclusione non stupisce ma risponde a una logica normativa sottrattiva che storicamente caratterizza il trattamento riservato alla categoria. Il settore continua a vivere una condizione di svalutazione sociale diffusa e l’impiego domestico, in qualità di collaboratrice o assistente familiare (badante), a essere percepito come qualcosa di diverso da un “vero” lavoro – complice il suo svolgimento all’interno di case considerate come pertinenza di una sfera privata separata dall’ambito pubblico. Eppure, decenni di ricerca femminista ci insegnano che tale separazione è una costruzione culturale con chiare finalità politiche di creazione di marginalità sociale in relazione all’appartenenza di genere e, sempre più, al fenomeno globale della razzializzazione del lavoro riproduttivo.

Il privilegio di essere madre (e italiana)

Giovedì 8 ottobre 2026 la giudice del lavoro Eleonora Palmisani ha sollevato la questione di costituzionalità dell’art.6, comma 2, d.l.95/2025 e della successiva norma di proroga nella parte in cui esclude le lavoratrici domestiche dall’attribuzione del “bonus mamma”, che viene invece riconosciuto – in misura di 40 euro mensili nel 2025, 60 euro nel 2026 – a tutte le lavoratrici dipendenti degli altri settori. Secondo Palmisani questa scelta viola il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. e l’obbligo di tutela della maternità ex art. 31 Cost., che dovrebbe prescindere dall’ambito di occupazione.

Tale esclusione entra anche in contraddizione con il divieto di discriminazione, poiché marca una distinzione in termini di accesso alle risorse tra donne italiane e straniere: secondo i dati pubblicati nel Rapporto di Osservatorio DOMINA (2025), in Italia lavorano nel settore 817.000 persone, di cui l’89% donne (727.000, di cui 493.000 straniere contro 233.000 italiane), divise circa a metà tra collaboratrici familiari o colf (49,5%) e assistenti familiari o badanti (50,5%).

Il tasso di irregolarità del 48,8% porta a stimare 779.000 lavoratrici in nero e un totale approssimativo di 1,6 milioni. Le già poche tutele del settore risultano quindi nei fatti ulteriormente inefficaci data l’altissima irregolarità, cui si accompagnano meccanismi di deregulation casa per casa, fondati sulla ridiscussione privata dei parametri contrattuali.

A tale fragilità contribuiscono anche caratteristiche socioculturali legate all’inviolabilità del domicilio; al lavoro femminile e alla sua gratuità; alla costruzione della subalternità migrante.

Da quattro anni a questa parte, l’Associazione Slaves no More dedica nei suoi Rapporti Donne gravemente sfruttate. Il diritto di essere protagoniste alcune sezioni specifiche per analizzare e denunciare le plurali forme di discriminazione che riguardano il settore domestico e di cura. Nei Rapporti 2022 e 2024 ne sono state ricostruite nel dettaglio le principali continuità e trasformazioni storiche ed è rilevante riassumerne dei passaggi. Il prossimo Rapporto uscirà a dicembre 2026.

Tutt’oggi per la categoria non è prevista l’indennità di malattia a carico dell’INPS; non c’è stata estensione della normativa di tutela della maternità e della genitorialità; non sono stati aboliti i meccanismi che riducono la contribuzione e favoriscono il lavoro nero; si può essere licenziate senza giusta causa o giustificato motivo.

Ciò ha reso molto sfumato il confine tra forme di sfruttamento legali e illegali definite dall’art. 603-bis del Codice penale: retribuzioni difformi dai contratti collettivi o sproporzionate rispetto al lavoro prestato; violazioni ripetute su orari, riposi e ferie; inosservanza delle norme su sicurezza e igiene; condizioni di lavoro, sorveglianza o alloggio degradanti. 

Il DL 24/2012 ha provveduto all’istituzione di un Piano nazionale contro la tratta e il grave sfruttamento che definisce diverse azioni di intervento e un maggior coordinamento per garantire un’efficace cooperazione tra istituzioni e organi competenti in diversi settori. Quello domestico sembra però restarne escluso. Si tratta di una problematica strutturale radicata nella domesticità e nella connessa invisibilità dell’impiego e delle sue dinamiche interne. Si osserva una tendenza alla normalizzazione dello sfruttamento dentro casa, anche perché quest’ultimo costituisce il fondamento del welfare familista all’italiana.

Tra passato e presente

Come dimostro in alcuni miei studi, questa logica normativa sottrattiva ha ritrovato conferma nel corso degli anni Settanta, dopo un moto propulsivo situabile tra anni Cinquanta e Settanta.

Le prime due indagini istituzionali sull’immigrazione (ECAP CGIL 1978, CENSIS1979) individuano i maggiori movimenti in entrata da Eritrea ed Etiopia (già dagli anni Cinquanta), Capoverde (dai Sessanta) e Filippine (dai Settanta). La maggioranza si reca a Roma e sono soprattutto donne impiegate come domestiche.

Il 4 dicembre 1963 fu emanata la circolare 51/22 IV, primo intervento in materia di immigrazione e lavoro straniero. Non si trattava ancora di una normativa complessiva, per la quale si dovrà attendere la legge 30 dicembre 1986 n. 943 o legge Foschi e soprattutto la legge 28 febbraio 1990 n. 39 o legge Martelli. Negli anni immediatamente seguenti sono varate altre procedure regolamentari destinate a disciplinare l’accesso al lavoro di addette e addetti ai servizi domestici. Il dispositivo delle circolari facilita l’ingresso delle migranti e le obbliga al lavoro domestico in co-residenza. Questo significa che le straniere possono entrare legalmente in Italia soltanto se accettano di essere occupate come domestiche conviventi e non possono rescindere il contratto per almeno un anno, a prescindere dalle condizioni di vita e lavoro in cui incorrano, pena l’espulsione.

Contemporaneamente, il complicato sistema burocratico di reclutamento incoraggia l’irregolarità e quindi la presenza di lavoratrici con un potere contrattuale molto limitato. Tali incoerenze alimentano un ciclico ricorso al dispositivo delle sanatorie, ossia atti amministrativi che cancellano, con effetto retroattivo, le sanzioni previste dalla legge per un determinato comportamento e implicano la rinuncia ad agire legalmente contro i responsabili di azioni illegali. In questo modo si fornisce un limite provvisorio al problema della clandestinità ma garantendo comunque l’ingresso di nuova forza lavoro irregolare e ricattabile.

Negli anni Novanta la legge Martelli supera per la prima volta parte delle disposizioni concernenti autorizzazione al lavoro, permesso vincolato di soggiorno e preferenza nazionale; abolisce la riserva geografica, introduce e regolamenta il diritto d’asilo; perfeziona alcuni aspetti della normativa precedente per promuovere parità di diritti, garanzie sanitarie, previdenziali e abitative; avvia un censimento delle comunità straniere e un ragionamento sulla programmazione dei flussi. Tuttavia, a integrazione della norma viene emanata la circolare n. 156/91 che fissa una serie di regole che pongono nuovamente le lavoratrici straniere in una condizione contrattuale più debole rispetto a quelle nazionali e a lavoratori e lavoratrici di altri settori.

Chi entra in Italia per svolgere lavoro domestico deve effettuare un minimo di 40 ore settimanali (lungo orario); il contratto non è eludibile per ben due anni a pena di espulsione e, una volta concluso, si può cercare un altro impiego solo nello stesso settore.

In sintesi, l’intervento pubblico, da un lato, ha storicamente favorito la mobilità in ingresso, dall’altro ha incoraggiato la segregazione occupazionale e, prima costretto le immigrate a una coabitazione senza possibilità di recesso, poi obbligato al lungo orario. Quand’anche tali condizioni sono state superate (nel 1995, quindi relativamente di recente) se ne sono protratte le conseguenze.

Il dentro e il fuori

Secondo la Rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, per le donne straniere le professioni di collaboratrici domestiche, addette alla cura e addette alle pulizie coprono oltre la metà delle occupate. I rapporti in convivenza sono oltre 213.000, il 23,6% del totale, e nell’87,2% dei casi riguardano badanti. Tra queste, inoltre, la quota di chi lavora almeno 40 ore settimanali è salita dal 27,5% del 2015 al 45,1% del 2024. Il tasso di irregolarità era del 68,6% nel 1995 e ha toccato il 76,6% nel 2001; è sceso al 48,9% nel 2013 e da allora non si è più mosso (48,8% nel 2023), contro il 10,0% della media nazionale. Ne deriva la già menzionata stima di circa 779.000 lavoratrici irregolari accanto alle 817.000 regolari.

Va sottolineato che il settore si è regolarizzato soprattutto a posteriori: attraverso le sanatorie del 2002 (circa 340.000 domande di colf e badanti), del 2009 (295.000), del 2012 (116.000) e del 2020 (177.000). Solo di recente sono tornate quote dedicate: 13.600 ingressi nel 2026, 14.000 nel 2027 e 14.200 nel 2028, a cui si aggiungono 10.000 ingressi annui fuori quota per l’assistenza a persone neonate, anziane e con disabilità. Il click day del febbraio 2026 ha raccolto 48.877 domande per 13.600 posti, più del triplo. Dunque, le quote disponibili restano di un ordine di grandezza inferiore alla domanda e non sorprende che il 37,1% dei datori che dichiarano un rapporto non comunicato all’INPS indichi il permesso di soggiorno tra le cause.

Le logiche normative sottrattive ricordate all’inizio, insieme alla gestione ambigua dei flussi, mantengono il settore e la manodopera migrante in situazioni vulnerabili che trovano massima espressione nelle case datoriali: ancora secondo i dati DOMINA, sulla base di un campione di lavoratrici intervistate, solo il 61,5% dichiara un rapporto comunicato all’INPS (86,1% tra i datori), il 25,6% è pagata senza alcun tracciamento, il 31,1% non riceve la busta paga o la riceve solo saltuariamente, quasi il 40% lavora con un accordo solo verbale e il 7,6% dichiara una retribuzione inferiore al minimo contrattuale (0,4% secondo i datori).

Nel tempo muta la composizione sociale dei flussi e cambiano le cornici giuridiche; si evolvono anche le tipologie di impiego, che non prevedono più esclusivamente la collaborazione familiare co-residente, ma iniziano a comprendere il lavoro a ore, o si orientano progressivamente verso forme di assistenza agli anziani, in rapporto a nuove esigenze demografiche. Tuttavia, chi di volta in volta è impiegato in questo settore continua a vivere condizioni di marginalità sociale direttamente collegate alla svalutazione del lavoro domestico in quanto espressione del lavoro riproduttivo, considerato diversamente dagli altri, “veri”, lavori. 

In epoca contemporanea, soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento, l’estensione globale del mercato del lavoro domestico e di cura ha reso protagoniste di tali dinamiche le donne – e in misura sempre maggiore anche gli uomini – che provengono dal Sud al Nord globale e che trovano impiego nelle case occidentali.

Nel settore persistono trattamenti differenziali che si articolano tra l’esterno e l’interno dello spazio domestico, luogo in cui la normalizzazione della disuguaglianza trova il contesto ideale per essere fatta propria, praticata e rafforzata nella quotidianità, con violenza persino maggiore di quanto avviene fuori di casa, dove si può essere visti.

la copertina è di Beatrice Scotacci

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