OPINIONI
Una settimana decisiva
Il successo del No al referendum, per la composizione del voto e per la qualità del confronto politico, va rivendicato con forza al movimento e non al campo largo. Il corteo No Kings del 28 marzo è il primo momento di messa a terra post-referendario della generazione di Gaza
Confesso che chi scrive – e immagino molti dei lettori e molte delle lettrici di questo sito – ha passato un pessimo domenica-lunedì mattina, incalzato dai dati inaspettati dell’affluenza alle urne e incapace di sottrarmi alle sballate profezie degli aruspici sondaggisti che collegavano alto tasso di partecipazione e vittoria del Sì. Magari fiutavamo il lezzo della Vandea padana e laziale, ma non ci siamo accorti della vitale reazione delle province del centro-sud che oltrepassavano perfino il civismo delle regioni rosse e dei capoluoghi. Questo a testimoniare lo scollamento di chi pure aveva fatto campagna convinta per il No da un’adeguata sintonia con l’opinione pubblica del momento – e analoga era stata la sorpresa per le mobilitazioni dello scorso autunno cui pure avevamo cercato di dare una mano. Tanto per chiarire che la rivendicazione, se non l’intestazione, di una vittoria è tutto meno che un trionfalismo identitario e che mai come in questo momento mi sono sentito frazione infinitesimale di un movimento moltitudinario che si sprigiona fuori e contro ogni fredda analisi razionale e ogni pretesa di direzione dall’alto o da fuori.
Modestamente…
Eppure, diciamolo con gioia e senza sicumera, ABBIAMO VINTO NOI!
In primo luogo in quanto parte dei pro-Pal e della Global Sumud Flotilla che nell’autunno dello scorso anno ha invertito anni di torpore e silenzio e ha riportato masse di giovani, donne e militanti di lungo corso per le strade d’Italia e sulle rotte del Mediterraneo per combattere l’ingiustizia e il genocidio e affermare con la lotta la propria presenza politica e generazionale. Tutto cominciò allora, con gli Equipaggi di terra e di mare preceduti soltanto dalle grandi maree transfemministe di Non Una di Meno.
La stampa di destra ha titolato, rabbrividendo, che il No ha vinto grazie ai «ceti improduttivi del Sud e ai giovani pro-Pal». Verissimo, ha vinto un pezzo del Sud del mondo, hanno vinto le zecche, ABBIAMO VINTO NOI ZECCHE.
Abbiamo vinto noi, perché in questo inizio d’anno siamo stati fra quelli che hanno insistito per la politicizzazione di un referendum ingannevolmente solo tecnico e abbiamo chiamato al voto quante e quanti, per i più disparati motivi, se ne erano a lungo astenuti, a torto o a ragione. Solo riportandoli al voto si è potuto superare per il NO la somma dei votanti per il campo largo nelle precedenti tornate elettorali.
Insistiamo sul “noi” non per narcisismo, ma perché attivisti e attiviste, con tantissimi altri e altre, di un movimento moltitudinario cresciuto senza e spesso contro i partiti della sinistra, in buona parte indipendenti e sollecitatori del sindacato di classe, soprattutto nelle fasce più precarie e periferiche rispetto alla struttura tradizionale e “bianca” di fabbrica e dell’impiego pubblico.
E mo’?
Meloni ha tardivamente indotto Delmastro e Bartolozzi a dimettersi, era il minimo dopo i danni che hanno fatto alla causa del Sì. Una sorte analoga è poi toccata a Daniela Santanchè, dopo un pesante pressing della PdC per levare il disturbo. La Pitonessa «penalmente immacolata» ha resistito un paio di giorni minando seriamente la residua autorità della PdC, che già aveva dovuto fare i salti mortali per salvare Nordio. Non è detto che la frana si arresti qui, una Niscemi politica. Ma, al momento, altre correzioni di rotta oltre a queste brutte toppe non se ne vedono. Resta in piedi la proposta di una legge elettorale truffa, che però suscita allarme nella Lega e perplessità costituzionali ragguardevoli (a voler essere misurati). In sostanza Meloni è un’anatra zoppa, che si logora di giorno in giorno, non potrà adottare misure incisive e dovrà limitarsi all’ordinaria amministrazione per non disintegrare la sua ormai problematica maggioranza, terremotata dall’esito referendario ancor più dei Fratelli d’Italia.
Con l‘aggravante che, indipendentemente dalla tranvata referendaria, il progetto meloniano era, una volta raggiunto il deficit stabilizzato al 3%, di sforare i limiti europei e redigere una finanziaria 2027 (l’anno elettorale) assai più sostanziosa di quella di quest’anno. Progetto sfumato, primo perché i risultati attuali non consentono di uscire dalla procedura d’infrazione Ue, secondo perché l’aumento dei prezzi dei prodotti fossili e la vertiginosa ricaduta sul carrello della spesa ridurranno ulteriormente i redditi delle elettrici e degli elettori, come ha già mostrato il riassorbimento in pochi giorni dei benefici derivati dal micro-taglio delle accise.
Gli effetti della guerra dureranno oltre il periodo referendario e saranno probabilmente ancor peggiori, per non parlare delle spese per il riarmo, tuttora non contabilizzate ma politicamente programmate sia nell’ipotesi filo-trumpiana che in quella europeista. Non è una buona congiuntura neppure per l’ordinaria amministrazione compatibile con un’anatra zoppa.
Inoltre il voto referendario non si è limitato a togliere virtualmente la maggioranza dei consensi al Governo, ha sconvolto profondamente l’intero assetto socio-politico, il sottostante degli equilibri politicisti. Basti segnalare tre fenomeni:
1) il ruolo decisivo del voto giovanile 18-34, malgrado la ridotta incidenza demografica di quelle classi d’età (quindi un cambiamento generazionale strutturale e di medio periodo),
2) una tendenza divergente fra città (grandi e medie) progressiste e zone extra-cittadine conservatrici (con il primo blocco in crescita demografica relativa),
3) la fine della polarizzazione fra Ztl di sinistra e periferie sensibili alla destra. I partiti di sinistra sono in crescita nelle aree semi-periferiche e le aree centrali, dove gli affitti sono vertiginosi) tornano beatamente a destra – il riequilibrio è però vantaggioso in termini di classe, come dimostrano le “isole” metropolitane in senso esteso nelle regioni del Sì (Torino, Milano, Venezia, Trieste, Roma). Un benefico ritorno al Novecento. Su quest’ultima dislocazione del voto ci sarà molto da lavorare, perché coinvolge sia la composizione di classe che la struttura della rendita e dei processi di finanziarizzazione.
I prossimi giorni
Impossibile fare calcoli e media scadenza, almeno ora. E inutile deplorare i primi segni di come lo schieramento del campo largo si stia affrettando a sprecare l’occasione per invischiarsi in dispute concorrenziali e in formule bizantine tipo primarie che disperdono la spinta innovativa del voto appena espresso e non trasformano certo i No in preferenze di partito o di coalizione.
Vediamo piuttosto come preparare la più vicina scadenza di movimento, quella del 28 marzo, e come usarla per contrastare il prevedibile tentativo del Governo, spalleggiato da tutti i media mainstream e dal rancore degli sconfitti, per criminalizzare il movimento di piazza. L’esplosione del Parco degli Acquedotti a Roma ha fornito il pretesto per scatenare una campagna allarmistica sulla “galassia anarchica”, con l’immancabile sostegno del “Corriere”, tornato ai fasti delle bombe 1969, quando era teleguidato dagli stragisti della P2. Campagna che culmina negli ammonimenti di Piantedosi sul corteo del 28 – con toni intimidatori e vendicativi che forse l’esito del referendum potrebbe vanificare. Forse.
In ogni caso il grande risveglio di mobilitazioni generazionali nel segno di Gaza ha toccato terra con il referendum e tocca di nuovo terra il 28 ponendo di slancio tutti i problemi italiani, di difesa (guerra, sicurezza) e di attacco (reddito, condizioni di vita, costruzione di un’opposizione concreta). Anche al di là della piattaforma No Kings su cui era stato convocato in un’altra era geologica.
È una scadenza nostra e non una semplice partecipazione autonoma e potente a scadenze imposte da fuori e per questo è importante che riesca bene per numeri e per tenuta, che funzioni da innesco di un ciclo di lotte e di graduale ricomposizione non identitaria, che non riproduca fuori del campo largo le beghe e i bisticci che da subito stanno minando in quest’ultimo l’imprevisto successo referendario.
I cicli politici non solo possono rifluire (ricordiamo il “miracoloso” decennio 1967-1977 o gli anni di Seattle e Genova) ma possono anche abortire sul nascere. Evitiamolo.
La copertina è di Gianluca Rizzello
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