MONDO

Se la Turchia bombarda chi combatte ISIS (e noi rimaniamo in silenzio!)

La notte del 24 e quella del 25 aprile, l’aviazione di Erdogan ha sganciato decine di bombe sui partigiani del Rojava, militari e civili. Un favore all’ISIS, una nuova violazione del diritto internazionale, un altro gravissimo attacco alla rivoluzione curda. Nel silenzio di media e governi europei. E della Coalizione internazionale.
Turchia bombarda il comando Ypg: Erdogan contro i curdi

Il cielo è di un azzurro profondissimo, il sole caldo, la montagna si staglia bellissima, imponente ed immobile davanti a noi mentre dalla base YBS dove abbiamo passato la notte, diamo il buongiorno al mattino.

Iniziamo a risalire la montagna che circonda la città di Sengal. Appena partiti superiamo il checkpoint e sulla sinistra vediamo il “giardino dei martiri”. È quasi ultimato, i compagni ci stanno ancora lavorando e quando passiamo per un saluto sono armati di pala mentre preparano cemento. Man mano che si risale incontriamo gli accampamenti della gente che, dopo il genocidio compiuto dall’ISIS il 3 Agosto 2014, sta man mano tornando a vivere sulla propria terra. Ma non in città, quella è totalmente distrutta. Si vive qui, sulla montagna, ed il panorama con i terrazzamenti dell’area di Kursi lascia senza fiato, anche se le condizioni di vita sembra tutto, tranne che semplici.

Sui 1400 metri della vetta il vento soffia fortissimo e taglia la faccia. Entriamo in un container piazzato sotto una grossa antenna radio. Dentro ci sono 3 guerrigliere del PKK e poi computer, telecamere, macchine fotografiche e cavalletti. È il mediacenter del PKK a Sinjar! Da qui si informa il mondo sulla battaglia di liberazione contro Daesh, da qui sono state trasmesse le immagini delle migliaia di ezidi in fuga salvati dal corridoio umanitario aperto da PKK e YPG. Qui c’è la migliore connessione internet della zona, pochi megabyte al minuto. Si attende un’eternità per inviare un video, ma si aspetta fiduciosi, consapevoli dell’importanza di mostrare al Mondo quello che succede qui .

Quando entri in Rojava arrivando da Sengal, il panorama che ti si para davanti è una pianura di un verde lussureggiante su cui ad un certo punto, improvvisa, si innalza una montagna alta qualche centinaia di metri, l’unica in tutta questa fetta di terra. Inerpicandosi per la stradina che porta sulla cima, il verde dei campi coltivati a grano lascia spazio a centinaia di alberi di pino: “sono ancora piccoli” ci dicono “li abbiamo piantati da poco, prima in tutto il Rojava era vietato piantare alberi perchè il regime aveva deciso che questo doveva essere il granaio della Siria”. Sotto di noi una distesa di pozzi petroliferi che quasi sembra il Texas. Ma sono praticamente tutti fermi.

Una società ecologica non deve sfruttare le risorse della terra. Per questo in Rojava si estrae solo il petrolio necessario per soddisfare il fabbisogno della popolazione. Prima di trasferire tutti i bagagli su un altro furgone e ripartire alla volta di Qamishlo, c’è tempo per il solito chai di benvenuto e per farsi due risate: “Voi curdi non riuscite a stare senza le montagne, ne trovate una e subito ci fate una base!” e giù a ridere, perchè alla fine “No friends but the mountains” è anche un po’ più di solo uno slogan.

Qereçox è un bellissimo posto; qui c’è il quartier generale di YPG e YPJ, c’è il mediacenter, l’ufficio stampa, il centro comunicazioni, la radio. Saluto tutti, un abbraccio ed una stretta di mano e risaliamo in furgone alla volta di Qamishlo. Prima di ripartire per l’Italia passerò ancora una volta da qui e dall’alto ti saluterò Rojava.

Ieri notte, 25 Aprile, intorno alle 2, numerosi caccia da guerra turchi sono decollati, hanno sconfinato in Rojava ed hanno sganciato circa 26 bombe su Qereçox e altre decine di chili su Sengal. Ad essere colpiti sono stati proprio quei luoghi in cui ho passato bei giorni nel viaggio in cui ho girato “Binxet – Sotto il confine”. A Qereçox i bombardamenti sono durati per quasi 3 ore, sotto le bombe della Turchia a morire sono stati 8 combattenti YPG, 12 sono donne dello YPJ, mentre altri 18 sono feriti, tra cui alcuni in gravissime condizioni. A Qereçox ieri notte si trovavano anche alcuni volontari italiani dello YPG, da diversi mesi in Siria a combattere la guerra di liberazione contro i fascisti dell’ISIS.

Per puro caso non sono morti sotto le bombe di Erdogan. Chissà cosa avrebbe fatto il ministro Alfano se degli italiani che combattono ISIS sarebbero rimasti uccisi sotto delle bombe tuche? Magari una telefonata di ringraziamento…

Ad essere colpiti soprattutto gli edifici che ospitano le YPJ (Unità di difesa delle donne) e il mediacenter. L’ufficio è devastato, buona parte del mediacenter YPG è stato ucciso nei bombardamenti. Persone fantastiche, che con coraggio e determinazione ci hanno mostrato ciò che diversamente non sarebbe mai arrivato a noi. Con le loro videocamere e macchine fotografiche hanno fatto vedere che con l’ISIS non solo è possibile combattere, ma anche vincere. Le immagini della battaglia di Kobane, la liberazione della diga di Tihsreen, l’unione dei cantoni di Kobane e Cizire, le autobombe di daesh neutralizzate a poche centinaia di metri, le combattenti YPJ che avanzano per le strade di Manbij accogliendo le donne tenute sotto schiavitù da ISIS. A loro dobbiamo moltissimo.

L’attacco di ieri notte è certamente il più pesante e grave, sia in termini di vite perse, sia per i luoghi colpiti; il quartier generale YPG / YPJ è il centro di coordinamento della guerra contro Daesh, un luogo simbolico ed importante. Colpirlo non può che essere un bel favore ad ISIS, proprio adesso che migliaia di uomini e donne lottano metro dopo metro alle porte di Raqqa. La Turchia rischia di trascinare l’intera regione in una guerra ancora più violenta e drammatica di quella in corso. Erdogan mostra i muscoli, gli Stati Uniti storcono la bocca (ma neanche più di tanto), mentre l’Europa continua a galleggiare nel suo silenzio assordante, su quanto accade in Turchia, in Siria, e sulle sue frontiere.

I fatti della notte del 25 Aprile in Kurdistan servono a ricordarci che la lotta contro il fascismo e contro l’oppressione non è finita. Oggi il fascismo ha nuove e diverse facce ed i partigiani e le partigiane parlano le lingue di tutto il mondo, sui loro fucili sventolano bandiere di mille colori, che parlano di uguaglianza di genere, autodeterminazione dei popoli e giustizia sociale.

Oggi più che mai è importante stare dalla parte giusta.