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Marco Minniti: il "Signore delle Spie" venuto a liberarci dalla paura

Un ritratto del Ministro dell'Interno che in pochi mesi ha firmato decreti liberticidi, ridimensionato il diritto di manifestare e condannato a morte decine di migliaia di migranti, sdoganando i falsi miti della peggior destra. Lontane origini nel PCI e una fissazione costante: le paure della gente.

"The Lord of the Spies". Così, in un lungo ritratto pubblicato sul New York Times lo scorso 4 agosto per la rubrica settimanale “The saturday profile”, il ministro dell'Interno Marco Minniti viene appellato dal corrispondente statunitense Jason Horowitz. Uomo forte di un governo debole, Minniti è descritto come una figura austera, dedito al dovere e fedele servitore prima del Partito comunista italiano e poi dello Stato. Cresciuto nell'ortodossia e nella disciplina di un funzionario ambizioso, ha successivamente impiegato quelle doti per scalare le posizioni dentro l'apparato dello Stato, dove ha cominciato la sua carriera come uomo di Massimo D'Alema.

Nel lungo articolo, dove al ritratto del ministro contribuiscono colleghi di partito e note firme del giornalismo nostrano, entra anche la voce dello stesso Minniti che spiega il suo primo impegno di governo in un ruolo così fortemente politico: "Il mio dovere è essere vicino a coloro che hanno paura, per rassicurarli, per liberarli dalla paura. Penso che la paura sia l'elemento cruciale dei prossimi dieci anni nella democrazia. In Italia e in tutto il mondo". Parole che vanno oltre l'idea che la sicurezza sia una parola di sinistra, come ribadito da Minniti poco dopo la sua nomina, tema poi non particolarmente originale.

Il ministro vuole liberarci dalla paura perché la paura è qui, è un fatto concreto e materiale. Non bisogna discutere della sua fondatezza, ragionare sulle sue ragioni sociali o mettere in dubbio la sua utilità. Non è una questione di statistica ma di sentimento. La paura è, per liberarci da essa non si può fare altro che assecondarla, arrendersi. Il compito di una forza politica di governo responsabile è quella di rispondere pedissequamente alle aspettative della paura in campo di ordine pubblico e sicurezza. Se così non facesse le risposte sarebbero peggiori: cittadini sceriffi, violenze, sfiducia o peggio l'anarchia.

Nel colloquio con il giornalista americano il ministro ribadisce di non aver ambizioni politiche per la prossima tornata elettorale, e con tutta probabilità dice anche il vero: il Signore delle Spie in fondo serve solo la ragion di Stato e non rischia certo di rimanere disoccupato. Null'altro importa. Un'idea della politica che fonda in se stessa la sua ragione, non ha bisogno di legittimazione esterna, tanto meno di principi, autoritaria e autocentrata. Minniti vuole davvero liberarci dalla paura, non solo specularci sopra politicamente. Non sostiene bufale o tesi complottiste, non ne ha bisogno per far del Mediterraneo un cimitero e della Libia un lager, la sua azione politica risponde ad un principio di realtà assolutamente razionale. Anzi, se stimolato, probabilmente spiegherà che lo fa per salvarci dal fascismo, ovvero dal dispiegamento irrazionale delle nostre paure: “penso che la paura sia l'elemento cruciale dei prossimi dieci anni nella democrazia”.

Durante una visita a Mosca nel 1980, Marco Minniti, un giovane funzionario calvo e coraggioso nel Partito Comunista Italiano, ha mortificato i suoi compagni chiedendo ad un generale dell'esercito rosso perché i sovietici avessero occupato l'Afghanistan. Il generale ha indicato a sud una mappa e ha spiegato che la terra lontana ha importanza per la sicurezza nazionale del suo paese”. Con questo aneddoto si apre l'articolo del NY: e Minniti sembra aver imparato bene la lezione imperiale sovietica. Bisogna ricordare però che non fini esattamente bene.

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