ROMA

Taxiwriter 21. ‘Na botta de ’43!

Tra una corsa e l’altra alla guida del suo mezzo, Andrea Panzironi riflette, discute e osserva gli angoli di città in cui la storia ha lasciato delle tracce. Un nuovo racconto

Mio zio Giovanni, zio acquisito in quanto marito di una zia di mia madre, era un tipo “quadrato”. Un tipo cioè tutto d’un pezzo con le idee chiare e il fare deciso, di poche parole eppure con una sua ironia che spesso mi faceva sorridere. Lo incontravo nelle occasioni decise dal calendario delle festività, quando le famiglie si riunivano intorno ad una tavola imbandita di ogni ben di dio ed i ragazzini si davano da fare con dolci e “ schifezze “ varie negate loro negli altri giorni.

Spesso noi ragazzini lasciavamo nel piatto il cibo che non fosse zucchero o cioccolato. Allontanavamo con smorfie di disgusto verdure e roba verde , snobbavamo minestroni e vellutate, e spesso anche i secondi di pesce e carne. Fuggivamo e ci nascondevamo negli anfratti più reconditi della casa al momento della frutta. E ricomparivano, magicamente, solo al suono chiaro ,univoco, dell’incarto dei dolci, panettoni, torroni, colombe e uova pasquali che fossero.

Allora entrava in scena zio Giovanni, il quale, con gesti calmi e cadenzati, toglieva dalla tavola i dolci e riposizionava i piatti che noi ragazzini credevamo di aver evitato furbescamente. Guardavamo le verdure, la pasta e tutto il resto con disgusto e dispiacere. Le prime lacrime scendevano silenziosamente, senza gridolini e gemiti, era pur sempre zio Giovanni e la sua autorevolezza ci faceva la giusta impressione. Soffrivano in silenzio della privazione della dose di zuccheri. Mentre il sangue ribolliva nelle vene. Arrossivamo di rabbia e lui, zio Giovanni, sembrava godere delle nostre mascelle serrate, dei nostri occhi fissi sui piatti in tavola.

Ci guardava girando intorno. Sentivamo i suoi passi cadenzati dietro di noi. Nessuno di noi toccava cibo, i nostri stomaci gorgogliavano, ma nessuno cedeva ormai. Era una questione di orgoglio. Lo stallo veniva rotto d’improvviso da una sua imprecazione, quando l’apice della tensione era raggiunto e qualcosa doveva pur accadere : ” ‘na botta de quarantatré! Ecco che ce vorebbe pe voi altri, ‘na botta de quarantatré!”. E lo zio, soddisfatto dalla sua piccola tortura si allontana per andarsi a fumare la sua amata sigaretta in balcone.

Per anni non capii cosa fosse ‘sto benedetto quarantatré.

Sapevo per certo che fosse un autobus e il numero di scarpe di mio padre. Ma non riuscivo a collegarlo mentalmente con il cibo in tavola o con chissà che altro avrebbe potuto significare secondo mio zio Giovanni. Poi negli anni compresi e lo studio della Storia e, crescendo, le chiacchiere da giovane uomo con gli altri componenti della famiglia mi aiutarono. Zio aveva patito la fame, la fame vera e nera, quella della carestia causata dalla guerra; e qui a Roma l’anno peggiore era stato appunto il ’43. Quello dei bombardamenti statunitensi sulla città santa durante la seconda guerra mondiale.

Ecco, ora sapevo quale era lo scopo dell’esortazione di zio, bisognerebbe patire la fame per apprezzare ciò che si ha. Essere privati di tutto, soprattutto del cibo, per dare il giusto valore al poco che si ha, anche alle briciole. Ma eravamo babyboomers, noi nipoti, cresciuti nel boom dell’abbondanza e dello spreco. Lontani da quel quarantatré e ancora troppo distanti dal coronavirus.

Oggi sembra che gli spettri di quel quarantatré si siano ripresentati. Con le dovute ed evidenti differenze però. E per fortuna, nessun bombardamento , nessuna devastazione, nessuna maceria, insomma differenze enormi con la guerra vera e propria. Sia chiaro. Eppure i timori per la crisi economica causata dalla lotta al coronavirus fanno riemergere certi paragoni.

Guido solo in auto, senza clienti a bordo da un bel pezzo, tra le strade temporaneamente lasciate ai clochard e ai “fuori di testa”, e a tutti gli esclusi, emarginati anche dall’emergenza, come se questa fosse sempre e comunque di classe, e non prettamente sanitaria; e, come sulla battigia delle spiagge d’estate nella quale si intravvedono le conchiglie rilucenti che saranno presto ricoperte ancora dall’acqua della prima onda lunga, portata dal cambio di marea, vedo in queste strade, immerse nell’eternità abbagliante del marmo che le arreda, le file di persone di fronte ai supermarket, di fronte alle banche, alle poste, ai fornai. E temo che la vera onda lunga del cambio di marea stia per arrivare. Non è ancora fame , è un vuoto nello stomaco, adesso.

Il lastricato di sampietrini di via di San Gregorio è uno specchio frantumato, il sole di metà pomeriggio di un aprile diventato un agosto forzato, irradia luce ad alzo zero. Abbasso il parasole. Davanti a me carabinieri, dietro polizia, al semaforo vigili urbani. Un autobus lì fermo. Sembra il corteo dell’ordine e del servizio pubblico. Ma nessun altro intorno. Nessun pubblico che usufruisca di tanto ordine, di tanto servizio. La radio dice che sarà bel tempo ancora, che i mari calmi e i venti deboli con temperature miti in leggero rialzo sulle coste e sui rilievi. Il garage mi appare come un porto non più tanto sicuro, è un mese che non pago. Porto a casa venti euro. Fatto due corse, poco da dire e raccontare, molto da pensare . Faccio due passi in più del lecito consentito dal Dpcm numero non ricordo, e invece di andare dritto verso casa salgo per le scale che da via Cialdi arrivano al “pincetto” di piazza Benedetto Brin.

Due cani, due padroni, due bimbi, due madri, un padre senza cane né figlio più in là con la sigaretta tra le dita. La sua giustificazione alla sortita. Taglio a destra e imbocco via Guglielmotti e poi giù a destra ancora per via delle sette chiese, lascio i piedi andare. I profumi della primavera si lasciano trasportare dal soffio del vento che da San Paolo sale incanalato nello spacco dello sperone di tufo che ospita l’ultimo tratto di strada. Mi arrivano addosso colpendomi in pieno. Sto tornando a casa come quando ragazzino rientravo dalla partita di pallone contro quelli dei lotti. Le scarpe rotte e il cuore pieno. Sembra un giorno di festa, come tanto tempo fa. Eppure qualcosa che stona c’è; mi ricordo che dovevo fare la spesa che invece non ho potuto fare.

Forse zio Giovanni sta lì che mi aspetta per dirmi: “vedi ragazzi’ che vor di’ ?!”

‘Na botta de ’43 stavolta pare sia arrivata.

Illustrazione di copertina di Marisa Dipasquale