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EUROPA

Il mondo al diritto. Ilaria Salis, l’Ungheria e noi

Di ritorno da Budapest dove è andato con una folta delegazione italiana, l’autore racconta l’atmosfera nella capitale ungherese, la sentenza che conferma il carcere per la militante italiana, l’incontro con la famiglia e le realtà che sostengono Salis. E soprattutto, di quanto questa vicenda riguardi anche l’Italia e un suo possibile futuro

Come sarebbe il mondo se seguissimo tutte le indicazioni del generale Vannacci in maniera consequenziale a ciò che dice? Un mondo cioè dove non ci sia questa “dittatura delle minoranze” che tanto lo attanaglia…

Come sarebbe il mondo ideale di Meloni, finalmente liberata da questi poteri forti che le tarpano le ali? Io me lo immagino un po’ come l’Ungheria, un po’ come Budapest. Dico un po’, perché vorrei evitare il più possibile di fare un’operazione retorica ma vorrei, invece, tentare di allargare la riflessione per capire come mai secondo noi è tanto importante ciò che sta accadendo con Ilaria Salis e quanto ci riguarda più da vicino di quanto crediamo.

Certo non sono affatto un esperto di Ungheria visto che nei giorni scorsi ci sono stato di sfuggita per la prima volta e so anche che per molti questo paragone non risulta certo un insulto, ma mi sono fatto questa idea dopo aver assistito al processo di Ilaria Salis e aver parlato con i suoi compagni, il suo avvocato e tante altre persone che erano lì ieri.

Non so se può aiutare immaginare l’Ungheria come a un Italia futuribile ma forse può aiutare a ragionare sul perché questa vicenda ci riguarda tanto. Tanti, anche amici e del mondo “più vicino a noi” mi pare facciano fatica a capire il nostro interesse per questa vicenda e anche ieri al ritorno mi chiedevano:«sì ma perché tu ci sei andato?» Diciamocelo chiaramente, quella di Ilaria è una causa molto complicata e dal punto di vista penale per adesso non si intravedono sbocchi. Se non fosse stato per Zerocalcare e per i compagni di Ilaria che si sono rivolti a lui, probabilmente oggi non sarebbe una vicenda così nota, data la visibilità che ha avuto proprio grazie alle storie e gli interventi pubblici del fumettista romano.

Siamo arrivati a Budapest il giorno prima del processo (visto che sarebbe iniziato la mattina presto) e abbiamo potuto dedicare la giornata a incontrare i compagni di Ilaria, il padre e parlare anche con una larga parte della delegazione italiana, composta anche da parlamentari con i quali, per una semplice questione di condivisione di spazi (stesso hotel, stesso aereo) ho avuto modo di parlare e condividere del tempo, cosa che negli anni passati (della militanza) non mi era mai capitato.

Quello che non mi è ancora del tutto chiaro, in effetti, è questo interessamento da parte di una parte del mondo del centro sinistra per questa vicenda; è però relativamente poco importante capirlo . Quello che mi ha fatto pensare è vedere un mondo che andava dagli anarchici, dalla sinistra più radicale, passando per i giuristi democratici arrivando fino ai parlamentari di Alleanza Verdi-Sinistra e del Partito Democratico, essere lì, in quelle aule di tribunale, forse per motivazioni diverse ma in un modo o nell’altro a tentare di dare un supporto a Ilaria.

Non lo dico con romanticismo tantomeno come a dire che bisognerebbe ricompattare chissà cosa, visto che molte di queste cose non sono mai state compatte, ma che i compagni di Ilaria e la gestione di questa storia mi ricorda una dinamica e un modo di ragionare che vidi dai No Tav, quella di “allargare” il più possibile (cosa che si dice spesso) senza mediare sui contenuti. Sì perché qui non si tratta di dire che Ilaria è una brava ragazza innocente e vittima, si tratta di qualcosa di più complesso, cioè si tratta di uno scontro politico sull’interpretazione di ciò che significa la parola “politica”.

Si torna finalmente al tema della legittimità e della necessità di segnare una linea tra visioni del mondo contrapposte che non possono essere riassunte semplicemente come antifascismo e fascismo, che letta così vuol dire molto poco.

Immagine di Gianluca Costantini

Siamo scesi a Budapest pensando di trovare nazisti dietro ogni angolo pronti ad accoltellarci, ronde militari e bandiere con svastiche o chissà quale altro scenario, senza parlare di problemi che ci siamo creati da soli cambiando paranoicamente i soldi (in Ungheria ci sono i fiorini) per poi scoprire che praticamente tutti accettano gli euro. Quello che apparentemente abbiamo visto è stata una classica città del nord Europa dove però il tassista non ha alcun problema a fare qualche battuta razzista nel breve tragitto e gli ausiliari del traffico non hanno problemi a sgridarti se sosti e chiacchieri sul marciapiede.

E allora dove è questa destra che si vede così forte, dove è questo mondo al diritto che vorrebbe il nostro generale? Dove è questo allarme di clima ostile di cui parlano tanto questi che vanno a dare solidarietà a Salis?

Per esempio è nel fatto che siamo stati seguiti per tutto il tragitto e per tutti i nostri spostamenti da persone che non sapevamo chi fossero, che si davano il cambio continuamente e ci aspettavano all’uscita dei locali.

Oppure nel fatto che nel tribunale non ci fosse la polizia ma ad attenderci un gruppo ben folto di nazisti con tanto di magliette e tatuaggi inconfondibili che ci minacciavano e intimavano di scoprire i volti per riprenderci. Questi erano al posto della polizia e il lavoro di dossieraggio che facevano platealmente non sembrava qualcosa di forzato o di strano per gli unici due agenti addetti all’entrata al tribunale.

Una volta entrati in tribunale poi non c’è chissà quale controllo. Mentre tutta la città è tappezzata di telecamere il tribunale non lo è per niente ed è un posto silenzioso, in un palazzo credo storico (non lo so) ma comunque un bel palazzo. Tutt’altra cosa dal tribunale di Roma, un blocco di cemento con tornelli all’entrata e un sacco di gente che gira da tutte le parti. Il silenzio però è talvolta interrotto da questo rumore di catene: sono i detenuti che vengono portati nelle aule legati mani e piedi e al guinzaglio (proprio come abbiamo visto fare a Ilaria Salis) che si trascinano su e giù accompagnati da una scorta. Vederli fa impressione e ci si immagina queste persone essere chissà che grandi criminali alla Hannibal Lecter, mentre poi si scopre essere a processo per uno spinello.

Arrivati ci dicono «mi raccomando, non indossate cose con stelline rosse o altre simbologie, qui sono illegali»” e tralasciando che molti di noi le hanno tatuate addosso è qualcosa che lascia pensare e che se sia così rigida o meno ti mette in uno stato di paranoia.

Questo mondo al dritto quindi si vede in questa costante repressione, in questa società del controllo ma ancora di più si vedrà dentro al tribunale nello svolgimento del processo.

L’idea di una giustizia che non deve rieducare ma deve punire, punire sempre in maniera esemplare.

Un’idea che da molti anni fa presa sempre di più anche nella nostra civilissima Italia e che è il sottotesto di buona parte dei discorsi e dei programmi politici che partono da destra ma che negli ultimi anni non ha lasciato fuori nemmeno il centro sinistra con personaggi come Minniti o Calenda.

Proprio qui, secondo me, si vede ciò che stiamo rischiando e quanto questa Ungheria non sia affatto lontana. Quando si parla di pene esemplari, quando vengono meno i principi garantisti, quando si vuole sostituire le risposte ai problemi sociali con misure penali e quindi la povertà e ciò che ne deriva diventano una colpa e una condizione dalla quale è impossibile uscire.

Un classismo insito non solo nella destra, ma anche nella sinistra e in quel mondo dell’attivismo social (e non) di vario genere che dimentica sempre di più il principio universalisttco che deve avere con sé ogni lotta. Mi ha dato molto da pensare l’incontro con il papà di Ilaria. Lui non ha mai nascosto che viene da un mondo molto diverso da noi e che anche politicamente è molto distante da ciò che noi siamo ma anche da ogni realtà lì presente.

Mai avrebbe pensato, credo, di trovarsi in una situazione del genere e questa vicenda gli sta facendo rivalutare radicalmente le sue convinzioni politiche e la credibilità del mondo politico per cui simpatizzava.

D’altronde però come ci si poteva aspettare altro dalla destra italiana? Come si poteva immaginare che si sarebbero messi a fare una battaglia per una cittadina antifascista? Sappiamo che la destra quando parla dei cittadini parla solo dei cittadini di destra che fanno cose di destra, degli altri cittadini non gli interessa e forse l’ultimo garantista che hanno avuto (per interesse proprio ovviamente) è stato proprio Silvio Berlusconi.

Non so prima di questa vicenda se il papà di Ilaria fosse un convinto garantista ma oggi lo è certamente e credo che sia proprio il suo non venire dai nostri ambienti la sua forza, qualcosa che dà ancora più valore a questa battaglia.

Mi chiedo però quando capiremo che non bisogna aspettare sempre che le cose accadano a noi, che arrestino noi o un nostro amico o familiare per diventare garantisti o abolizionisti, quando capiremo quanto è importante essere antifascisti senza che accoltellino necessariamente un nostro amico ecc. ecc.

E soprattutto quando torneremo a capire quanto è importante che dei principi siano universali, qualcosa di cui l’attivismo si sta sempre più dimenticando facendo piccole lotte definendo sempre categorie diverse non allargando mai il campo ma facendo il contrario.

Vedere Ilaria in catene in tribunale è stato un pugno in pancia. Ancor di più lo è stato assistere a un processo dove la difesa argomentava e faceva proposte di senso, dando più possibilità e rispondendo puntualmente alle domande del giudice mentre l’accusa si è limitata a dire due cose in croce. Il giudice non si è nemmeno dovuto ritirare per pensarci, ha subito letto la sentenza, motivando burocraticamente nella maniera più gelida possibile.

Forse la storia di Ilaria ci può essere utile per rimettere al centro un po’ di cose lasciate indietro. Quindi: perché siamo andati a Budapest? Per sostenere Ilaria e per ribadire che anche quando non sembra ci riguarda sempre. Ci riguarda sempre.

In copertina “Workers’ Movement Memorial at Memento Park”, progettato da Kiss István nel 1975, fotografia di Ferran Cornellà, Wikimedia Commons