ITALIA

«La tua pagina è a rischio»: Facebook mette in Shadow ban Dinamopress

«La tua pagina è a rischio a causa di violazioni degli Standard della community. Ulteriori violazioni potrebbero comportare la rimozione permanente della tua Pagina», così Facebook ci annuncia che la nostra pagina è in Shadow ban. Ma cosa vuol dire?

Lo Shadow ban è una forma di censura da parte del social media, l’account non viene eliminato, quindi è possibile continuare a pubblicare post, ma i contenuti vengono nascosti agli altri utenti, appunto come se venissi messo in shadow (ombra). 

Gli standard che Dinamopress non ha rispettato riguardano un post «che violava le nostre regole in materia di persone e organizzazioni pericolose», nello specifico dei contenuti che denunciavano l’aggressione militare di Erdoğan nei confronti del Kurdistan.

Più volte sul nostro sito e sui nostri canali abbiamo trattato la questione del Confederalismo democratico, di Öcalan (leader curdo, detenuto in regime di isolamento nell’isola di Imrali da più di vent’anni in seguito alla mancata concessione dell’asilo politico da parte del governo D’Alema nel 1998) e degli attacchi alle comunità curde, che quotidianamente combattono contro gli jihadisti e al contempo si difendono dalle aggressioni della Turchia, supportate dalla comunità europea e internazionale

Il regime di Erdoğan, infatti, motiva pubblicamente gli attacchi alla comunità curda con l’inclusione, strumentale, del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nelle liste delle organizzazioni terroristiche redatte dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dal Regno Unito, dal Canada, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda. L’inserimento del PKK in questa lista, puramente spinto da interessi geostrategici turchi, ha permesso negli ultimi anni a Erdoğan di aggredire i territori del Kurdistan senza remore, ammazzando civili e distruggendo città, scuole e ospedali, senza che vi fosse appunto nessuna condanna da parte della comunità internazionale. 

Sulle stesse basi si fonda lo Shadow ban di Facebook contro la nostra pagina, in sospetta coincidenza temporale con il processo di adesione alla Nato di Svezia e Finlandia, nel corso del quale Erdoğan ha chiesto proprio la testa dei/delle militanti curdi/e rifugiati/e in Svezia come moneta di scambio per togliere il veto all’adesione dei due paesi scandinavi. Lo Shadow ban è una palese forma di censura, limitando la circolazione di informazioni e contenuti sulla base di criteri prettamente politici. Esempi ne sono anche il caso di Non Una di Meno che qualche mese fa ha ricevuto un avviso simile al nostro a fronte di un post in solidarietà al militante anarchico Alfredo Cospito e molte pagine a supporto delle cause curda e palestinese.

Siamo consapevoli che i social media, piattaforme proprietarie che hanno come unico obiettivo il profitto, non siano garanti dell’informazione libera e indipendente. Tuttavia ad oggi contribuiscono al fatto che i nostri articoli possano raggiungere un ampio pubblico e siamo quindi convinti che sia importante cercare di rendere possibile dentro queste reti la circolazione di informazioni e prese di posizione indipendenti.

Abbiamo cercato di metterci in contatto con la piattaforma per chiedere spiegazioni, ma, stranamente, è irraggiungibile. Chiediamo a chi crede in questo progetto di editoria indipendente, a chi crede che l’informazione indipendente di Dinamopress non sia dannosa, ma, al contrario, necessaria, in particolare in questo periodo storico dove i partiti e le organizzazioni post-fasciste (ovviamente totalmente assenti dalla lista delle organizzazioni terroristiche, nonostante i recenti sequestri di arsenali da guerra a loro disposizione) stanno guadagnando forza e consensi, di denunciare la censura che stiamo subendo.

In che modo è possibile sostenere Dinamopress sui social? Aggiungendo le nostre pagine Facebook, Twitter e Instagram tra i preferiti, recensendole positivamente, commentando e condividendo i nostri post e aggiungendo like. Per ribadire alle comunità virtuali e a Zuckerberg il sostegno alle comunità curde e al diritto alla libera informazione.