ITALIA

Il mese del Pride al tempo del regime di guerra

I cortei del pride sono un termometro del movimento queer italiano. Mentre rimane la tensione tra istanze radicali e mediazione istituzionale, sempre più città sono contraddistinte da manifestazioni con parole d’ordine nette, schierate e intersezionali, a partire dal sostegno alla questione palestinese

I pride e il conflitto interno

Siamo nel pieno del mese del Pride, ogni weekend è ricco di appuntamenti e manifestazioni in molte città del paese, tant’è che ormai da anni “il mese” si prolunga anche a luglio e settembre, per evitare troppe sovrapposizioni di date.

A Roma, la parata sarà sabato 20 giugno, ma le iniziative a tema sono già ora numerose in città.

Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la scelta degli organizzatori di Roma Pride di non far partecipare alla parata il carro dell’associazione Keshet.

L’associazione – che portava sempre le bandiere con la stella di David bianca su sfondo arcobaleno – non ha mai nascosto le sue posizioni apertamente filo sioniste.

Per questa presenza nel corso degli anni – sopratutto dall’inizio del genocidio in Palestina – ci sono state infinite critiche nei confronti del Roma Pride e contestazioni nei confronti del carro di Keshet che, ricordiamo, nel 2025 fu l’unico a non voler spegnere la musica nel minuto di silenzio per le persone morte a Gaza.

La scelta del Roma Pride è ovviamente una vittoria del movimento e un segnale di quanto il sostegno alla causa palestinese sia diventato egemonico nei gruppi lgbtqia+ del nostro paese. Questo fatto sarebbe stato impensabile solo 4 anni fa, quando ancora il meccanismo del pinkwashing funzionava perfettamente e ad ogni pride circolavano numerosi volantini di promozione di Tel Aviv, definita nel 2012 miglior meta al mondo per il turismo gay.

Tuttavia va sottolineato che mantenere vincoli con le forme più brutali di pinkwashing – quale è la partecipazione di Keshet al Pride – era solo una delle critiche che le realtà di movimento queer hanno posto per anni ai soggetti ufficiali organizzatori dei Pride.

Le altre critiche, rivolte per lo più alle parate più grandi quali Roma, Milano, Napoli, Firenze e Torino, sono anzitutto la presenza pervasiva di sponsor di ogni tipo, espressione di pessime corporation markettare pronte a rifarsi una facciata colorandosi di arcobaleno a giugno ma poi responsabili di pessime politiche sindacali, ambientali e sociali. Ricordiamo, a titolo di esempio, a Roma la presenza di carri di Acea e American Express, a Milano addirittura Amazon. 

Inoltre si rileva l’assenza di un reale approccio politico intersezionale, volto a intendere la rivendicazione di diritti civili intrecciata a quella di diritti sociali e ambientali nonché volto a criticare in modo sistemico le forme con cui capitalismo e patriarcato agiscono nella nostra società. In quest’approccio la discriminazione delle persone lgbtqia+ è solo una delle molteplici espressioni di violenza e in quanto tale si deve vedere la propria lotta e le proprie alleanze in forma sinergica e convergente.

Viene poi giudicato negativamente il posizionamento estremamente benevolo quando non spudoratamente clientelare nei confronti delle amministrazioni comunali che patrocinano l’iniziativa, a cui spesso vengono generosamente offerti palchi e visibilità. A volte sono le stesse amministrazioni e partiti di centro sinistra che sgomberano spazi sociali, cementificano aree verdi, vendono la città alle piattaforme di turismo desertificatore. 

Si ritiene grave poi la carenza di spazi di visibilità e protagonismo per la comunità transgender e – al contrario – la promozione di un immaginario che ipervisibilizza corpi maschili abili, altamente performanti, omologati e normati e invece trascura la diversità, i corpi non normati nonché le molteplici forme di disabilità.

Sempre legata alla costruzione dell’immaginario si contesta una narrazione del Pride che anziché parlare di diritti e autodeterminazione ripiega se stessa su slogan nazional-popolari come “Love is love”.

Infine, nelle città più grandi è oggetto di numerose critiche la gestione dell’organizzazione della parata. Questa avviene spesso in modalità gravemente proprietarie, con tanto di registrazione del marchio e di espulsione da pseudo-assemblee ristrette di ogni soggetto critico nei confronti dei soggetti organizzatori principali – nel caso romano il circolo Mario Mieli.

Da ultimo si rifiuta lo spazio dato alla associazione lgbt delle forze di polizia, Polis aperta, che si presenta frequentemente alle parate, permettendo così anche alle forze dell’ordine di ripulirsi da abusi e violenze commesse quotidianamente nei confronti delle soggettività marginalizzate di questo paese incluse quelle lgbtqia+.

di Muriel Brodolo

Ipotesi di lotta queer

Davanti a queste problematiche, evidenti e serie già alla fine degli anni ‘00, le realtà di movimento queer in ogni città hanno ciclicamente optato per diverse opzioni genericamente riconducibili a due macro ipotesi. La prima è quella di costruire parate alternative, spesso in giorni differenti per non porsi in competizione diretta. La seconda è quella di lavorare all’interno dello spazio – a volte angusto – offerto dagli organizzatori ufficiali per ripoliticizzare la parata, per imporre parole d’ordine, paletti minimi e ordini del giorno che possano, anno dopo anno, imporre un immaginario all’altezza delle sfide poste dall’epoca storica in cui viviamo.

A volte questo tentativo di ripoliticizzazione non è possibile negli spazi preparatori ma viene agito direttamente durante i cortei, partecipando con carri di contenuto e non solo di performance. In alcuni casi si è optato per entrambe le ipotesi, ossia si sono organizzate parate alternative e poi si è cercato di influenzare il Pride ufficiale partecipando con un carro proprio.

Ovviamente entrambe le ipotesi hanno rischi. Organizzando solo cortei alternativi si rischia di trincerarsi nella difesa della rappresentazione identitaria di se stessx senza ambizione trasformativa nei confronti della società. Nel partecipare da dentro si rischia di venire invisibilizzatx in parate molto annacquate nella forma e nei contenuti oltre che spesso faticose da attraversare a causa di metodi di gestione del potere in piazza tutt’altro che transfemministi.

Optare per una ipotesi o per l’altra dipende ovviamente dal contesto locale, da scelte e posizionamenti del soggetto organizzatore e pure dalle scelte legittime di chi in quel momento sta impegnandosi nei collettivi e nelle assemblee di realtà di movimento queer.

Un esempio significativo è stato quello bolognese in cui per anni si organizzò una parata alternativa che diede vita nel 2019, con B-side Pride, a una contaminazione importante tra collettive e associazioni. Nel 2021 le posizioni delle realtà di movimento divennero talmente egemoniche in città da rendere possibile la nascita di Rivolta Pride come unico pride della città, in cui collettivi e associazioni costruiscono la piattaforma attraverso assemblee aperte e orizzontali. Il Rivolta Pride divenne famoso per essere riuscito – nel 2022 – a impedire la partecipazione “visibile” di Polis aperta alla propria parata. Ancora oggi al Pride bolognese non ci sono carri di aziende, ogni spesa è frutto di raccolta fondi di base e all’amministrazione comunale non viene offerto alcun palco, anzi, la loro partecipazione non li risparmia, durante il corso dell’anno, da critiche per le loro scelte neoliberali da parte degli organizzatori stessi del Pride.

Altri Pride hanno assunto posizionamenti simili. A Genova il Liguria Pride ha costruito un manifesto politico del Pride 2026 ricco di contenuti e posizionamenti fortemente radicali. 

Pure a Palermo si costruisce un Pride con contenuti e posizioni nette, come dimostrato quest’anno davanti ad alcune scelte di rainbow washing dell’amministrazione comunale.

A Roma il collettivo Priot nel 2023 organizzò una parata alternativa e poi prese parte con un proprio carro al Roma Pride. Lo stesso collettivo nel 2024 e 2025 scelse invece di organizzare solo parate alternative.

Sempre a Roma, il gruppo Infinity Pride, nato giusto quest’anno, rilancia le critiche strutturali all’organizzazione ufficiale con l’obiettivo esplicito di riuscire a cambiare la parata. Il gruppo ha inoltre espresso chiaramente quanto la scelta di escludere Keshet sia solo una parte delle richieste di cambiamento, dichiarando però di voler partecipare comunque alla parata del 20 giugno.

A Napoli invece il conflitto è apertissimo, e l’incompatibilità tra movimento e organizzazione ufficiale è netta – come racconta la rete queer alternativa Arevuttam Pride – visto che il presidente di Arcigay Napoli ha posizioni gravemente omonazionaliste. Verrà organizzata una parata in un giorno alternativo.

A seguito della mancata approvazione del DDL Zan si era costituita una rete nazionale nel 2021, Stati Genderali LGBTQIA+ che tra i molti scopi aveva pure come obiettivo sotteso quello di far avanzare la politicizzazione di tutti i Pride e quindi – in qualche modo – promuovere una transizione simile a quella che si era ottenuta a Bologna, in ogni città.

Questo processo si interruppe per vari motivi inclusa la disomogeneità su scala nazionale di un soggetto come Arcigay ma pure per la forte eterogeneità dei gruppi queer che partecipavano alla rete, nonché per la nota difficoltà della sinistra di movimento a consolidare nel tempo larghe coalizioni nazionali.

Dal 2017 in poi un ruolo importante lo ha svolto anche la rete Non Una di Meno, che è riuscita a promuovere un posizionamento radicalmente transfemminista e inclusivo in tante città e che quindi ha aperto dello spazio e permesso di “spostare a sinistra” molte realtà lgbtqia+, anche se ovviamente pure NUDM vive di stagioni e di partecipazioni variegate nel tempo e nei contesti cittadini.

di Muriel Brodolo

I Pride, la storia, il futuro

La storia del movimento queer italiano è sempre stata attraversata da due tendenze, una presente all’interno dei movimenti dal basso di critica sistemica, l’altra pronta alla mediazione – a volte consociativa – con gli apparati istituzionali. Quest’ultima dimostrò però tutta la sua debolezza nel 2016 quando – anche con una forte maggioranza politica di centro-sinistra in Parlamento – si ottenne una legge monca e fortemente deludente come la legge Cirinnà per le unioni civili.

Oggi viviamo già in un’altra epoca, l’attacco da parte della destra è sempre più violento e pervasivo basti pensare la ferocia della violenza nei confronti delle persone trans. Diventa pertanto urgente evitare minoritarismi identitari autorappresentativi ma al tempo stesso è fondamentale non fare neppure un passo indietro rispetto alla radicalità dei contenuti e dei posizionamenti.

A corollario dell’avanzata della destra fascista nel mondo, il cambio di regime a Washington ha fatto indietreggiare molte corporation che hanno smesso di investire nelle policy di diversità e inclusione e di conseguenza hanno smesso di sponsorizzare i Pride. Questo cambiamento ha iniziato a farsi sentire anche in Italia, a conferma di quanto le loro bandiere arcobaleno siano state sempre bieco opportunismo di marketing. 

Meno corporations vuol dire – potenzialmente – avere più spazio per un discorso radicalmente politico.

Non è chiaro quale evoluzione potrà esserci nel futuro prossimo. Senza dubbio c’è bisogno di un movimento queer radicale e di piazza. La reazione tutto sommato debole all’approvazione della legge sul consenso informato a scuola – che sancisce la fine di ogni possibilità di educazione sessuo-affettiva – non è un bel segnale.

I Pride hanno però un grande merito, quello di riuscire a coinvolgere e motivare una notevole varietà di persone non militanti ma che sono spesso disposte a prendere posizioni notevolmente radicali, a volte molto più dei soggetti organizzatori. Questi ultimi vengono così “trascinati” ad fare scelte nette e a schierarsi – come è stato per il sostegno alla questione palestinese negli ultimi due anni.

Nelle scene finali del film Pride del 2014, viene rappresentato il dissidio tra le due anime del mondo lgbtqia+ che abbiamo fino a qui descritto, proprio all’inizio del Pride di Londra del 1985. Il conflitto nel film viene risolto a favore dell’ala più radicale proprio grazie all’alleanza che aveva costruito negli anni precedenti con le lotte dei minatori. 

Forse la chiave per essere marea che sa mantenere posizioni radicali sta proprio lì, nelle alleanze costruite con altri movimenti che parimenti richiedano una trasformazione sistemica del mondo in cui viviamo. Allora forse proprio la marea intersezionale che si è manifestata nel movimento a sostegno della Palestina – anche grazie all’azione della Global SUMUD Flotilla – può essere uno stimolo che indica una strada possibile, aperta ma tutta ancora da costruire.

Foto Muriel Brodolo

La copertina è di Patrizia Montesanti

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