DIRITTI

Hotspot e gare d’appalto piene di ombre. Cosa sta succedendo a Taranto?

Un’inchiesta getta luce su alcune dinamiche perverse della città ionica.

A Taranto è entrato in funzione de facto uno dei cinque hotspot italiani. E una recente sentenza ne ha già messo in dubbio la costituzionalità. Nel frattempo, si addensano nubi sulla gara d’appalto per i centri d’accoglienza.

L’annuncio era stato dato lo scorso 18 febbraio dal viceministro all’interno, Filippo Bubbico, durante la presentazione del Rapporto sui Centri di identificazione ed Espulsione realizzato dalla Commissione diritti umani del Senato. “Nascerà l’hotspot di Taranto” aveva riferito il vice di Angelino Alfano nel governo Renzi. Indicando la data dell’ “apertura” nel 28 febbraio e precisando che “non sono Cie”. Anzi, “trovo fondata la richiesta di rafforzarli con una maggiore presenza delle organizzazioni umanitarie e dei mediatori culturali” aveva aggiunto. Il senatore Luigi Manconi che di quella commissione a Palazzo Madama ne è il presidente, aveva puntato il dito sui “Cie luoghi orribili che con il sistema hotspot si rafforzano”. Ma cos’è un hotspot? E come funzionerà? A rispondere alle domande in questione erano stati qualche settimana fa gli attivisti della campagna Welcome Taranto che in riferimento agli altri centri già attivi Lampedusa, Pozzallo e Trapani, avevano raccontato (citando le denunce raccolte da Medici Senza Frontiere e i pareri di giuristi esperti in materia migratoria) di sistematiche contrazioni del diritto di asilo nei confronti di donne e uomini in transito, in fuga da guerre e miseria. Non solo. Alcuni tribunali si sono trovati ad affrontare – a riguardo del sistema hotspot – casi di privazioni illegittime della libertà personale. Si sono trovati di fronte, cioè a provvedimenti presi dalle questure in assenza di qualsiasi riferimento normativo.

A giudicare da quanto accaduto nel porto di Taranto in uno degli ultimi sbarchi, avvenuto il 7 dicembre, sembra che nella città pugliese sia già attiva una logica di questo tipo. Ovvero, l’hotspot esiste già. A confermare questa ipotesi e spiegare il funzionamento del sistema dei respingimenti è il contenuto di uno dei decreti firmati dalla dirigente dell’ufficio immigrazione della questura tarantina, dottoressa Rossella Fiore. Si tratta di un provvedimento attuato il 7 dicembre nei confronti di un giovane nigeriano, in cui si legge: “il cittadino extracomunitario di nazionalità nigeriana è stato rintracciato al largo delle coste siciliane da personale della Marina Militare Italiana Aviere, nell’ambito dell’operazione Triton, al di fuori dei posti di frontiera autorizzati, dopo aver tentato di eludere il dispositivo di prevenzione degli sbarchi clandestini e subito dopo è sbarcato nel porto di Taranto”. L’uomo, insieme ad altre centinaia di migranti sbarcati quel giorno “è stato ammesso nel territorio nazionale per mere necessità di pubblico soccorso e successivamente accompagnato in questa provincia” si legge nelle carte della Questura. Poi gli è stato consegnato un foglio in cui c’è scritto soltanto il nome, il cognome, la nazionalità e null’altro; se non l’oggetto del documento: “il respingimento verso il paese di provenienza dello straniero”. Funziona così: dopo essere stati salvati in mare, dopo un’odissea durata giorni; all’hotspot del porto i migranti vengono intervistati, foto segnalati, identificati. Differenziati. Divisi tra migranti economici e potenziali rifugiati. Una selezione assolutamente arbitraria. Perché basata esclusivamente sulla somministrazione di un foglio notizie (un questionario che sembra elaborato proprio per trarre in inganno) che i migranti sono tenuti a compilare nei momenti successivi allo sbarco, in condizioni di difficoltà psicofisica e senza alcun tipo di tutela legale. Una differenziazione fuorviante, ai limiti della discriminazione. Perché si tiene in considerazione soltanto la nazionalità di provenienza dei richiedenti. Nessun altro fattore. È una prassi illegale che viola un diritto soggettivo, poiché tale è la facoltà riconosciuta dal nostro ordinamento di presentare domanda di protezione internazionale. Sono i diversi effetti prodotti dal sistema hotspot a preoccupare: si rendono in tal modo illegali sul territorio (clandestini) un numero elevato di potenziali richiedenti asilo. E si rimpatriano forzatamente, dopo un periodo di detenzione nei nostri Cie i migranti provenienti da paesi con i quali l’Italia ha stabilito accordi di riammissione. Ecco cosa può un hotspot.

Il giudice della seconda sezione civile del tribunale di Bari, Maria Rosaria Porfillo che era stata chiamata a pronunciarsi in relazione a un provvedimento di respingimento disposto dal Questore di Taranto e al successivo decreto di trattenimento firmato dal Questore di Bari (ad esaminare cioè i provvedimenti adottati nei confronti dell’uomo nigeriano sbarcato il 7 dicembre nel porto della città ionica) ha messo nero su bianco che si tratta di pratiche illegittime. È durissimo il dispositivo della sentenza arrivato all’indomani del processo che si è svolto lo scorso 18 dicembre nei locali del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Bari dove l’uomo era recluso dal 7 dicembre: “non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge” si legge nel dispositivo della sentenza, pronunciamento in cui è contestato “una gravissima violazione degli articoli 13 e 24 della Costituzione”. Secondo quanto scrive il giudice del tribunale civile: le questure di Bari e Taranto avrebbero violato la libertà personale del cittadino Moses (questo il nome del nigeriano). Non soltanto. Anche gli stessi diritti di difesa sono stati calpestati. Diritto, quest’ultimo inviolabile “in ogni stato e grado del procedimento”. Il nostro ordinamento riconosce e assicura anche “ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione”, ha sostenuto il tribunale barese. Per tutti questi motivi sono stati considerati illegittimi: sia il provvedimento di trattenimento firmato dal questore di Bari, che il provvedimento di respingimento del questore di Taranto. Censure pesanti sono state espresse in particolare su quest’ultimo atto “affetto da microscopici vizi di legittimità e di merito”. Perché non è stato tradotto nella lingua madre dello stesso né in lingua veicolare conosciuta (nella fattispecie la lingua inglese) e perché nella traduzione della notifica “non vi è corrispondenza tra i motivi ivi espressi per il respingimento – sottrazione ai controlli di frontiera – con le motivazioni del respingimento contenute nell’atto amministrativo notificato all’uomo, e cioè quello di essere “uno straniero non rientrante nelle categorie di soggetti protetti”. In quanto tale non meritevole di protezione internazionale. Per fortuna Moses ora è libero, grazie anche alla memoria difensiva e di ricostruzione dei fatti presentata dall’avvocato che lo ha assistito, Dario Belluccio.

Dunque ecco dimostrato quanto l’approccio hotspot sia già funzionante a Taranto. Al di là degli annunci e dei proclami delle ultime ore. Ecco come in Italia si può respingere arbitrariamente un migrante, sotto l’ombrello semantico dell’approccio hotspot, nonostante il protocollo 4 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei diritti dell’Uomo consideri espressamente tali decreti come atto di espulsione collettiva. Poiché – come denunciato già a settembre in un report dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) – “nei porti in questione nessuno può verificare con certezza se prima dell’adozione di provvedimenti di respingimento o di espulsione lo straniero sia stato effettivamente informato in modo completo e in lingua a lui comprensibile del diritto di presentare domanda di asilo”. Ad ascoltare la testimonianza resa al processo di Bari da Moses, venticinquenne di nazionalità nigeriana, se ne ha conferma: “sono arrivato il 7 dicembre del 2015 dal porto di Taranto. Lì tutti parlavano soltanto italiano. Nessuno ha parlato con me in inglese o nella mia lingua. Non ho saputo come chiedere protezione. Ho soltanto messo la mia firma su diversi fogli ma non saprei dire cosa ci fosse scritto”.

Le ombre sull’accoglienza. C’è apprensione, ad ascoltare gli operatori. Non solo per quanto riguarda le previsioni su come funziona l’approccio hotspot, in barba al diritto di asilo. Ma anche su quale sarà l’organizzazione dei servizi per l’accoglienza dei rifugiati sul territorio, in vista di nuovi e massicci sbarchi, c’è preoccupazione. Si teme che alcuni servizi possano andare in mano a cooperative dall’oggetto – diciamo così – poco pertinente al servizio da offrire. Nel senso che giovedì scorso all’apertura delle buste della Procedura di gara per l’individuazione di più operatori economici per l’affidamento del servizio di temporanea accoglienza di cittadini stranieri se ne sono viste di tutti i colori – secondo quanto racconta una fonte interna alla Prefettura di Taranto: “la gara è stata sospesa dal vice-prefetto Malgari Trematerra in seguito alle richieste di esclusione pervenute per alcuni soggetti in gara e presentate da una delle cooperative partecipanti, la cooperativa sociale Indaco Srl, con sede in Via Nitti”.

La società Indaco è una sconosciuta nel settore dell’accoglienza, a quell’indirizzo in via Nitti compariva un’agenzia finanziaria. Ora con lo stesso nome risulta iscritta dal 9 Febbraio di quest’anno all’Albo delle cooperative Sociali della Regione Puglia e il suo legale rappresentante è Antonio Milella (ex giudice di pace onorario, in passato coinvolto nell’inchiesta della polizia denominata “Delfino” su un vorticoso giro di incidenti stradali falsi, architettati per truffare le compagnie assicurative, come scrisse nel 2011 la Gazzetta del Mezzogiorno). Questi era tra i presenti in Prefettura, accompagnato da legali e consulenti per contestare in particolare le credenziali dell’associazione Salam. Documenti alla mano, il “pool” di Indaco Srl ha contestato all’associazione Salam, presieduta da Simona Fernandez, la mancanza dei requisiti bancari per partecipare alla gara. E alla cooperativa AlFallah, consorziata con la Salam, la mancanza dei requisiti esperienziali. “Per Salam siamo al limite delle dichiarazioni mendaci” racconta una fonte interna alla Prefettura. I controlli, in pratica, li ha fatti la Indaco Srl, al posto della Prefettura. Uno dei rappresentanti di Indaco che ha contestato all’apertura delle buste le credenziali delle associazioni in gara è Salvatore Micelli, già consulente della FalantoServizi, la cooperativa riconducibile al clan di Orlando D’Oronzo. Lo stesso Micelli (non indagato in nessuna inchiesta) che aveva raccontato qualche mese fa davanti ai giudici della Direzione distrettuale antimafia di Lecce che: “la Falanto aveva stipulato un contratto per la fornitura di servizi con Salam, nello specifico i servizi di guardiania delle strutture e quelli legati alla fornitura di lenzuola e cuscini, non un contratto di appalto direttamente con la Prefettura, ma un subappalto dell’associazione Salam”. L’associazione, per bocca della Fernandez, si era affrettata subito a smentire le dichiarazioni di Micelli ed era comunque finita nella bufera, nonostante la professionalità fin qui dimostrata dagli operatori.

Quanto alla gara di giovedì scorso, invece, sono state accolte le domande presentate da tutte le cooperative sociali. Di tutte le associazioni presentatesi soltanto a Babele di Grottaglie non è stata fatta alcuna contestazione e dunque è stata ammessa a partecipare. Ad una gara che per ora è stata sospesa, per verificare i requisiti di alcune associazioni (oltre che di Salam, anche di Abfo, Noi è Voi e Confraternita Maria Della Scala). Delle due l’una: o il vice-prefetto Trematerra procederà ad un esame veloce dei requisiti e potrebbe escludere contestando le dichiarazioni mendaci, Salam. Oppure potrà rivolgersi all’Anac (autorità nazionale anticorruzione) presieduta da Cantone. In quest’ultimo caso il parere non arriverebbe prima di otto mesi. Così il servizio andrebbe in proroga. Quel che è certo, è che ci sono diverse ombre, anche a Taranto, sulla gestione dell’accoglienza dei migranti. Dalle problematiche dell’approccio hotspot agli appalti per i servizi connessi. Nei prossimi mesi occorrerà vigilare, dicono ancora le associazioni e gli attivisti della Campagna Welcome: “non permetteremo nessuna violazione dei diritti fondamentali di chi transita. Il sistema hotspot è, in definitiva, uno strumento attivo di detenzione e di rimpatrio. E un nodo fondamentale dell’articolazione di questo strumento sarà realizzato, da oggi (anche se in realtà è già stato realizzato) nella città di Taranto, da sempre luogo di accoglienza e di pace per chi fugge da fame e miseria, guerra e disperazione”.

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