MONDO

Honduras, a dieci anni dal colpo di stato

Il golpe contro il presidente Zelaya in Honduras del 28 giugno 2009 ha inaugurato una fase di colpi di stato parlamentari contro governi dell’asse progressista latinoamericano. A questo si sono succeduti i colpi di stato contro Lugo in Paraguay (2012), contro Rousseff in Brasile (2016) e quello fallito contro Maduro in Venezuela (2016-7).

La destituzione di Zelaya aveva come obiettivo esplicito mettere fine a un processo che aveva provocato un rifiuto crescente della oligarchia e dell’imperialismo statunitense. Nel primo anno del suo mandato (2006) non si produsse nessun cambiamento rilevante ma a partire dal 2007 vi è un giro di boa con l’avvicinamento al Venezuela e l’ingresso in Petrocaribe. Il 2008 sarà chiave perché Zelaya aderisce all’ALBA oltre che aumentare il salario minimo del 60% e negoziare con il movimento contadino un decreto per legalizzare le terre occupate. La proposta di consulta popolare nel 2009 finalizzata a ottenere una Assemblea Costituente sarà la goccia che fa traboccare il vaso e che fa giustificare il colpo di stato.

Zelaya, oltre a essere ritenuto un “traditore della propria classe” dalle élites del paese, aveva cercato di ridefinire il ruolo geopolitico assegnato storicamente all’Honduras (essere una piattaforma controrivoluzionaria contro i paesi vicini, principalmente Nicaragua e El Salvador) ragione per la quale il Pentagono pianificò la sua caduta. Ma il golpe non ha curato in modo particolare le forme: Zelaya fu sequestrato all’alba da militari, trasferito alla base statunitense di Palmerola (vicino a Tegucigalpa) e mandato in aereo in Costa Rica. Il giorno successivo il Parlamento volle legittimare il golpe, presentando una supposta lettera di rinuncia del Presidente, che lui stesso denunciò come falsa.

 

LABORATORIO DE DISTOPÍA

Il regime che da una decade si è imposto in Honduras è una combinazione di autoritarismo politico e ultraliberismo economico, per il quale il “liberale” si svuota della equazione politica ma si radicalizza sul piano economico. Questo è un esempio del nuovo tipo di regime che si sta mettendo alla prova in alcune zone del pianeta, nelle quali si combina un capitalismo ogni volta più estremo con sistemi politici non letteralmente dittatoriali ma di sicuro in transizione verso uno post stato di diritto. In sintesi, una composizione del laboratorio delle distopie del secolo ventunesimo.

 

Il nuovo regime politico post-liberale si esprime nella ibridazione di un modello di elezione fraudolento con un modello di amministrazione del potere sempre più coercitivo.

 

Da un lato le due ultime elezioni presidenziali (2013 e 2017) sono state vinte dall’opposizione di centro-sinistra (partito LIBRE e alleati), però ha continuato a governare la destra golpista (Partito nazionale) attraverso una frode avallata dalle potenze occidentali. Il modello elettorale, pertanto, permette comizi per tutti i partiti, ma la presidenza non la occupa chi realmente vince bensì chi conviene che governi, sopprimendo brutalmente uno dei principi cardini del liberalismo elettorale. In sintesi, si garantisce il diritto a presentarsi (non è una dittatura tradizionale) ma si rende impossibile il diritto a governare.

Il secondo pilastro del nuovo regime è un modello di amministrazione di governo nel quale il “potere coercitivo” ha sempre più peso di fronte al “potere persuasivo”. Generare consenso ogni volta importa meno, pertanto si dà la priorità alla coercizione, che si esercita combinando strumenti legali e illegali. La repressione “legale” si sta materializzando attraverso tre strade principali: la militarizzazione, la persecuzione giudiziaria e l’incarcerazione. COFADEH, una delle organizzazioni di diritti umani più prestigiosa del paese, ha denunciato la crescente militarizzazione con la creazione di una polizia militare e i compiti di polizia affidati alle forze armate, oltre alla crescente presenza di consulenti del Mossad, del DAS e ovviamente della CIA. L’attuale ministro della Sicurezza è una delle figure chiave della repressione degli anni ‘80 e dal 2011 il governo ha imposto una “tassa di sicurezza” per finanziare l’escalation repressiva.

La persecuzione giudiziaria è un altro strumento privilegiato di repressione, poiché si sta facendo uso perverso di capi di imputazione molto duri (terrorismo, usurpazione) per imporre pene sproporzionate a leader del movimento popolare. Inoltre a novembre il congresso dovrebbe approvare un nuovo codice di leggi ancora più repressivo. Tutto questo si combina con un aumento sostanziale del numero dei prigionieri politici e la creazione di carceri di massima sicurezza (formalmente per narcotrafficanti, ma di fatto per difensori della terra e dei territori).

Il regime articola la repressione legale con l’uso di strumenti illegali di ogni tipo. Da un lato il movimento contadino e indigeno denuncia l’infiltrazione per generare divisione all’interno delle comunità. Dall’altro lato emergono campagne di criminalizzazione, che caratterizzano i leader sociali come banditi, narcotrafficanti o terroristi, per legittimare in questo modo le azioni contro di loro. A loro volta, le minacce e i pedinamenti hanno obbligato leader popolari a vivere con forti misure di sicurezza o in alcuni casi perfino in regime di semiclandestinità. Da ultimo, le aggressioni e gli assassini sono all’ordine del giorno, con un forte incremento dei femminicidi, secondo Suyapa Martinez, del Centro Studi della donna. Questo è un contesto di impunità per il 90% dei reati. Per Berta Oliva, direttrice del COFADEH, «non siamo in uno stato di diritto (derecho), ma in uno stato di disfacimento (desecho)».

 

REGIME ECONOMICO ULTRALIBERISTA

Uno dei principali obiettivi del golpe fu il ritorno del modello neoliberista e a sua volta una radicalizzazione di questo. I pilastri del modello attuale sono: intensificazione dell’estrattivismo e dell’agroindustria, controriforma agraria, riduzione drastica del salario e privatizzazioni.

Attraverso della cosiddetta “diarrea legislativa” (Nuova legge sulla estrazione mineraria del 2013) si è favorita in modo massiccio la consegna del territorio a progetti transnazionali minerari ed energetici. L’estrazione mineraria è aumentata del 100% ma se sommiamo i progetti in attesa di approvazione l’aumento è del 450%. Da Via Campesina Honduras (LVC) denunciano che è ormai abitudine la consegna irregolare di licenze ambientali.

Gli impatti di tutti questi progetti nelle comunità contadine e indigene che abitano o vivono vicini ai territori concessi alle multinazionali sono molteplici. Uno dei più notevoli secondo Via Campesina è la diminuzione dell’accesso all’acqua a causa della privatizzazione di pozzi, il cambiamento del letto dei fiumi e la contaminazione delle falde. Sono gravi pure la restrizione all’accesso a risorse forestali per il taglio illegale diffuso di alberi.

La controriforma agraria che risale agli anni ‘90 (Legge di modernizzazione agraria) si è intensificata con l’espansione del modello agroindustriale e la conseguente espulsione di masse di contadini dalle loro terre. La concentrazione di terra si è accelerata intorno ai prodotti principali di esportazione: caffè, banane, olio di palma e canna da zucchero. Parallelamente, l’importazione di alimenti di base è accelerata, facendo crescere i livelli di insicurezza alimentare.

Rafael Alegría, dirigente storico contadino, segnala che il movimento contadino continua a chiedere terre all’INA (Istituto Nazionale Agrario) ma siccome questo non compie la sua funzione, le famiglie si vedono obbligate a occupare (“recuperare” quanto rubato storicamente) e quindi lo stato attiva il protocollo di sgombero, generando un alto livello di conflittualità e repressione. Nell’ultimo decennio più di 8.000 contadini sono stati arrestati dopo gli sgomberi.

La riduzione del salario delle classi lavoratrici si è compiuta attraverso una legge di impiego per ora del 2014, che permette pagare meno del salario minimo. Per quanto poi riguarda le privatizzazioni, oltre che le comunicazioni terrestri, il governo ha cercato di privatizzare nel 2019 la salute e l’educazione, ma non ci è riuscito per via di una mobilitazione popolare. D’altro canto il progetto massimo del decennio sono state le ZEDES (Zone Economiche Speciali) popolarmente conosciute come città modello, in cui si consegna il territorio al capitale transnazionale, solo che oltre ad autogovernarsi dispongono di polizia e amministrazione della giustizia autonoma. In sintesi sono una soppressione radicale della sovranità nazionale.

 

Le conseguenze sociali di questo laboratorio di distopia sono drammatiche tanto da aver portato il paese a una situazione di evidente “emergenza sociale”.

 

Nonostante ciò, il black out mediatico globale rende invisibile questa realtà. I fatti dicono che due persone ogni tre sono povere e più del 40% soffre di povertà estrema. A sua volta l’emigrazione è esplosa. Secondo Eugenio Sosa, sociologo e professore della Università Nazionale Autonoma di Honduras il 40% della popolazione ha piani di migrazione e un 20% non scarta la possibilità di farlo.

 

RESISTENZA POPOLARE

Malgrado questa radiografia drammatica, Sosa sottolinea una serie di elementi che dimostrano che esiste una importante resistenza al modello. Assicura che durante questi 10 anni si è sviluppata una lotta costante e si è prodotto un processo forte di politicizzazione dei settori popolari. Sottolinea una serie di lotte che hanno simbolizzato il decennio di resistenza: la lunga lotta (di molti mesi) contro il colpo di stato; la lotta giornaliera contro l’estrattivismo in tutto il paese, la riattivazione del movimento studentesco; il grande movimento contro la frode elettorale del 2017 e la più recente mobilitazione (di successo) contro il tentativo di privatizzazione della salute e dell’educazione. Conclude augurandosi una intensificazione del conflitto e dello scontro tra il blocco golpista al potere e il blocco popolare del cambiamento.

 

Articolo pubblicato originariamente su EL SALTO, portale di informazione indipendente in lingua spagnola.

Traduzione a cura di DINAMOPRESS

Foto di Ariel Sosa da El Salto