CULT

A 30 anni da “Sempre più vicini”, intervista a Alioscia Bisceglia, fondatore dei Casino Royale

Una lunga intervista al cantante e fondatore dei “Casino Royale”, da oltre 30 anni affaccio musicale sul mondo. Tra dub, hip hop, drum ‘n’ bass, sussulti elettronici visionari, spazi sociali e di resistenza

Arriviamo al Monk verso le 18, il cielo plumbeo promette un temporale estivo che non arriverà mai. Siamo a Casalbertone, a due passi dalla Tiburtina e da Strike, ex-stamperia, spazio occupato dal 2002. Un pezzo di Roma est al centro di un corpo a corpo tra speculazione immobiliare, velleità gentrificate e una lunga storia di resistenze urbane e innovazioni culturali. L’hub della Stazione Tiburtina domina l’orizzonte, con la vela di vetro della sede BNL Baripas che si staglia verticale.

Il Monk è un locale polifunzionale, ricavato dal recupero di un antico sito industriale, che ospita una sala concerti, birrerie, cucina e un grande giardino che d’estate diventa una sorta di cittadella artistica. Fino a poco tempo fa il locale era affiliato all’Arci; prima ancora, fino al 2007, si chiamava La Palma, luogo culto legato alle scene musicali meno scontate. Dietro al palco incontriamo Alioscia Bisceglia, 58 anni, cantante e fondatore dei Casino Royale, da oltre 30 anni affaccio musicale sul mondo, tra dub, hip hop, drum ‘n’ bass, sussulti elettronici visionari.

Il primo ricordo dei Casino Royale, a Roma, è nel 1990, al Villaggio Globale, centro sociale nato negli spazi occupati dell’ex-mattatoio di Testaccio. Cantate in inglese e regalate perle di ska e rock steady. Insieme a voi, in scaletta, anche Sandro Oliva, musicista sperimentale, qualcuno lo definisce «il Frank Zappa italiano».

Mi ricordo un giro interessante che a Roma organizza serate del genere, i Downtowners, se non sbaglio. Gente appassionata e preparata, persone davvero carine. Sono gli anni del revival ska, arrivato in Italia a metà Ottanta, una scena che riprende suoni e gruppi di culto, dagli Specials in poi. In Inghilterra quel movimento si sviluppa all’incirca tra il ‘79  e l’81, in Italia approda un po’ in ritardo, ma diventa subito una calamita per un pezzo di controcultura urbana. Noi iniziamo a suonare nel 1986, incontriamo gruppi che si rifanno all’approccio un po’ più giamaicano, tipo Potato 5, oppure il grande Laurel Aitken.

Sono i tempi del primo London Ska Festival, dell’etichetta Unicorn; a diverse latitudini emerge una nuova ondata molto variegata. Basta pensare ai baschi Kortatu, che mescolano con sapienza punk e combat rock, ska e cultura popolare. Restando a Roma, mi ricordo un concerto al centro sociale Ricomincio dal Faro (al Trullo, periferia sud ovest, ndr), tra gli organizzatori anche i ragazzi della Banda Bassotti, che ancora non hanno formato la band, sono solo una crew di redskins.

Nel 1993, ad Arezzo Wave, lanciate la bomba: Dainamaita. Cantate in italiano e incendiate il sotto palco con un live crossover meticcio, che guarda oltre i confini della provincia italica.

Sì tratta della seconda edizione di Arezzo Wave: alla prima, nei giardini della città, suoniamo il nostro terzo disco, Jungle e Jubilee. Fin dall’inizio coltiviamo una attitudine alla contaminazione dei suoni che vengono dal mondo, dell’airplay italiano non ce ne fotte un cazzo, ci passiamo (e ci bruciamo) in occasione del “successo” legato alla cover-tributo a Renato Carosone, Skaravan petrol. Lo suoniamo al concerto del Primo Maggio e poi in una trasmissione mega trash della Rai, dal titolo programmatico “Cocco”, circondati da ballerine e da Peppino di Capri, un vero e proprio varietà anni Ottanta.

Il crudo faccia a faccia con quel mondo risulta illuminante: decidiamo che quella non può essere la nostra storia, anche se per qualcuno rischia di essere una prospettiva ragionevole.
Dainamaita è un disco in cui mescoliamo dub, reggae, rap, ska, rock, battezziamo un nostro approccio che, in qualche modo, è già presente in fieri dentro Jungle Jubilee. Le ispirazioni musicali e sociali guardano ad esperienze europee underground e meticce come Urban Dance Squad, da Amsterdam. Sono anni di vita intensi, anche come scelte personali: io vivo nella casa occupata in zona Garigliano, nel quartiere Isola. Ci rimango fino al 2003. Ancora oggi sogno che riesco a salvare quella casa.

In quel disco parli anche della tua città. In Cielo un pezzo “generazionale” quanto fulminante, canti: «Tenendo alta la guardia, fissando forte la porta”» Cosa pensi della Milano di oggi?

Che purtroppo avevamo ragione, ma non vado fiero di questa cosa. In quella fase cogliamo correttamente la prospettiva: la città dei soldi, del consumo, del potere, dell’esclusione. Forse appariamo poco “politici” nel linguaggio espressivo, ma nell’analisi di fondo lo siamo a tutto tondo. La politica deve tenere in conto delle contraddizioni che vivi nel quotidiano, compresa la tua parte intima, altrimenti diventa uno slogan vuoto. Da sempre mi nutro di dubbi, anche sulla mia coerenza politica, sulle scelte che faccio e che farò. Oggi ho una figlia grande che vive a Londra, dove vivo anch’io da novembre. E una più piccola, di otto anni.

È la prima volta che stacco il cordone ombelicale da Milano, faccio fatica a rivedermi in questa città, poi se lo devo fare lo faccio. Penso di aver fatto tanto in termini di rete, relazioni, sia nel nell’ambito del do it yourself che dal punto di vista dei percorsi più larghi, lavorando sempre al lato culturale dei progetti che seguo. Questa città è andata in tutt’altra direzione rispetto agli auspici e a quello per cui abbiamo lottato, sono deluso ma non mi arrendo: l’importante è continuare a fare cose importanti, mettere in circolo una certa energia, poi magari i risultati si vedranno nei tempi lunghi. I cambiamenti virtuosi hanno bisogno di tanto tempo di semina e crescita, invece quelli nefasti arrivano in un batter d’occhio.


Pensando a quegli anni, c’è una scena musicale che cresce in forme collettive, cordate solidali, progetti comuni, artistici e sociali. Il panorama contemporaneo sembra settato su una dimensione più individuale.

In quegli anni emerge un’identità legata a una appartenenza comune, forte, che scommette su una generazione che si deve emancipare dalla storia degli anni Settanta. Ma è anche una storia piena di contraddizioni: ci sono figure che speculano sui percorsi collettivi, la competizione tra gruppi, il giudicare chi è più militante dell’altro, eccetera. Resiste comunque un “noi” che pesa di più, nei fatti, nella capacità di animare lo scontro sociale come il confronto interno. E’ la storia, ovviamente, dell’esplosione di spazi sociali, occupazioni abitative, delle reti autorganizzate. Ora è cambiata la società. È tutto più indoor, online, tutto riflesso in uno schermo, tutto più legato al singolo. Tutto anche più nichilista, perché c’è meno speranza e quindi quello che ci ritroviamo è lo specchio dei tempi. Abbiamo fatto dei figli costretti a vivere in un contesto diverso e, sotto tanti punti di vista, molto più complicato del nostro.

Però tra settembre e ottobre scorso questi figli sono protagonisti della marea per Gaza e la Palestina.

È un’avventura di speranza che, per fortuna, non ha riguardato solo i figli. Mi ha colpito moltissimo vedere in strada una vera e propria moltitudine, una collettività eterogenea che grazie (purtroppo) al sacrificio di tutte quelle vite.. (Alioscia chiude gli occhi, gira lo sguardo, affonda nel silenzio e si commuove a denti stretti) …siamo tornati in piazza con un po’ di orgoglio e desiderio di dignità, come a dire: «cazzo, questo è troppo». Prima di quel momento scendere in piazza diventa una roba sterile, una rottura di coglioni, una roba frustrante, come ai tempi del post Genova. Detto questo, il problema adesso è come far restare alta la mobilitazione così vasta che mette assieme gente molto diversa.

Io sono per costruire le cose dal basso, penso però che il movimentismo senza prospettiva non sia sufficiente. Non basta, perché alla fine le cose si decidono in certi posti precisi; non è possibile accettare questo ceto politico al governo, una massa di corsari interessati solo al potere, sacche di intolleranza, ignoranza e malafede che in verità non rappresentano nessuno, manichini di una guerra contro e tra i poveri. Gente eletta con una manciata di voti, senza nessuna competenza, che vuole solo a farsi i suoi gran cazzi, approvare leggi su misura e mettere le mani sulla Costituzione.

La sfida è chiara: queste nuove generazioni, ‘sti ragazzi che per diverse cose sono molto simili a noi, gli piace la stessa musica, gli piace farsi le canne, costruire spazi di libertà… tra questi figli c’è qualcuno che si accolla di crescere e diventare un politico vero e andare là e rappresentare queste nostre comunità? Ovviamente, non mi voglio nascondere, questo limite nasce nella nostra generazione, in quello che abbiamo seminato. Noi siamo cresciuti rimanendo più che altro degli adulti adolescenti, brizzolati e tatuati da cima a fondo.

A cavallo della pandemia, nel 2021, esce Polaris. Quattro tracce ipnotiche, la giusta colonna sonora per descrivere il senso diffuso di spiazzamento che si respira in quel passaggio epocale.

Nel disco c’è un pezzo, Ho combattuto, che parla della battaglia intima dell’essere umano, che poi è la battaglia che combatto ogni giorno quando mi alzo e mi guardo allo specchio. Molti di noi soffrono di depressione, non sanno dove mettersi, sono insicuri; un fenomeno comune e diffuso, soprattutto tra chi si forma nei percorsi collettivi, tra chi lotta e spera nel cambiamento, quando ti rendi conto che il mondo è andato avanti e tu sei rimasto indietro. Poi c’è Fermi alla velocità della luce, che parla del cambiamento e di come noi spesso guardiamo dalla parte sbagliata, aspettando “l’alba a ovest”, come canto sul finale. E poi c’è Tra Noi, un pezzo che parla proprio di comunità, tendando di trovare nuovamente la dimensione del “noi”.

Polaris è stato definito il disco più bianco che abbiamo fatto. Io non sono d’accordo, è un disco molto europeo, ma Francesco Leali, che l’ha prodotto, è uno che arriva dalla techno, una musica che affonda le radici nella cultura afro americana. Nelle bass line, se si chiudono alcuni canali delle frequenze alte, quello che rimane sotto è un sound molto comune, coinvolgente… io alla fine sono stato anche un ragazzino fan della New Wave, ho ascoltato Ultravox, Japan e tante altre cose degli anni Ottanta. Ma c’è anche tanta elettronica non scontata, mega glitch.


C’è un filo rosso – nei temi, nell’approccio, nello stile – che lega Dainamaita a Polaris e Fumo, l’ultimo disco uscito nel 2025. A volte questa continuità emerge meglio, a volte in forme più incomplete. Polaris è la narrazione di una società persa, di un’identità smarrita, di noi che rimaniamo orfani di tutto quello che è stato. Fumo è una sorta di flusso narrativo e musicale che mette a fuoco alcune questioni decisive del nostro tempo, penso al pezzo Vittima assassino che affronta il tema delle migrazioni, dei viaggi in mare, dal punto di vista in soggettiva di chi fugge e di chi riflette, da terra, su questo dramma umano.

In questo lungo percorso generazionale, artistico e civile, sicuramente qualcosa di buono lo consegniamo ai nostri figli, però prevale un senso generale di spiazzamento, la messa in crisi dei punti di riferimento; come le nostre ideologie, che a volte si rivelano più un peso sulle spalle che una opportunità. Ci rendiamo conto che non siamo in grado di parlare a quelli più sfigati di noi, non riusciamo a fare un salto di qualità; a Genova, nel 2001, smettono di farci “giocare”, decidono di farci la guerra. Cerchiamo altri modi per andare avanti, ma nella crisi degli anni zero ci facciamo fottere anche dal residuo del nostro giovanilismo fuori tempo massimo.

La storia però non finisce a piazza Alimonda. Se pensiamo alle nostre città, in questi anni complicati, consolidiamo reti di mutualismo, autoaiuto, spazi sociali che si evolvono definendo nuovi campi di battaglia.

Certamente. L’ultimo progetto su cui mi impegno a Milano è quello di ricomprare un’edicola, riqualificarla, riattivarla come luogo di incontro e di produzione culturale. Secondo me sono queste pratiche che in questa fase storica possono pagare di più; le occupazioni vanno difese, ovviamente, ma è difficile pensare che sia ancora una proposta politica praticabile. Bisogna fare rete in maniera trasversale tra i nostri figli e noi, una roba più di comunità, di connessione, di cittadinanza che si organizza e che può arrivare a fare pressione verso l’alto, fino alle istituzioni locali e ancora più su. Senza paura di contaminarsi.

Venendo al vostro tour: raccontaci questa necessità di riprendere ‘Sempre più vicini’, disco seminale del 1995.

Io sono molto legato al nostro repertorio, anche se Casino Royale guarda sempre in avanti. Fin dall’esordio riarrangiamo canzoni partendo da vecchie tracce, non è una novità; l’importante è trasformare i pezzi originali, riadattarli al contesto, farli vivere in nuove forme. E stasera lo sentirai. Non mi va di fare un tour suonando le stesse canzoni guardando al passato, odio queste operazioni, che sembrano la scorciatoia quando non hai più un cazzo da dire e fare. Confesso che ho fatto fatica a confrontarmi con quel mood di quasi 30 anni fa, perché è un mood che racconta una storia bella ma molto sofferta. Da sempre Casino Royale è un campo di lotta anche interno, nelle relazioni, nel confronto serrato tra personalità diverse.. «Testa contro testa, suono grafia il cuore», cantiamo convinti dal 1993. Quando all’epoca finiamo di registrare Dainamaita, Giuliano [De Palma, ndr] si mette a piangere, quello stile e quelle emozioni gli pesano troppo, alla fine capisco che alla lunga non ha voglia di fare cose del genere.

Nel libro Novanta Valerio Mattioli ricostruisce quella fase storica a partire dalle esperienze controculturali e di movimento legate a doppio filo con gli spazi sociali. A un certo punto afferma che i Casino Royale sono «troppo underground per il mainstream e troppo mainstream per l’underground».

Il rischio di queste definizioni nette è quello di semplificare o affidarsi a pregiudizi senza una effettiva esperienza storica. Da quello che so l’autore è molto settato sulla scena rave e techno, soprattutto romana. Porto la mia esperienza: da sempre io sono un appassionato, quasi maniacale, della controcultura degli anni Settanta, fino alla fase delle bande giovanili, delle crew legate agli stili musicali, al revival, roba che esplode attorno al 1981. Di quegli anni ricordo tantissime cose, ma all’epoca non sono un player, sono solo un bambino di 11-12 anni, che guarda quelle cose come spettatore, non sono un insider. Non mi azzarderei in giudizi o ricostruzioni definitive.

Nei Novanta attraverso quella vicenda dalla postazione dei miei 13 anni di vita in una casa occupata, mi sbatto in mille lavori, dal clubbing alla ristorazione. Nel tempo Casino Royale diventa una chioccia per tante generazioni nuove, da sempre siamo un gruppo “sia da bosco che da riviera”, nel senso che affrontiamo un mondo in trasformazione, che mette in discussione i punti di riferimento, che apre alla sperimentazione. Prendiamo la rincorsa e decidiamo così di affrontare anche il mainstream, come faranno in tanti. E lo facciamo anche perché, in alcuni casi, il “mercato indipendente” ci fotte più del mainstream. Penso a tutte le volte che andiamo a suonare gratis a sostegno di cause e persone – cosa che facciamo convintamente ancora oggi – che poi, a volte, si rivelano non meritevoli di tanta generosità.

La tua generazione musicale si forma in sale prove adattate o autocostruite, spesso negli spazi sociali. Costruisce reti e affina competenze, inventando filiere che partono dai concerti nelle occupazioni per poi esplodere fuori. Rispetto alle scene musicali contemporanee, all’esplosione delle tecnologie fai da te, pensi che questa storia si sia interrotta definitivamente?

Mi sembra che di fondo esistano meno band per come le abbiamo pensate noi, quindi c’è meno bisogno di spazi collettivi e comuni; è cambiata proprio la tipologia di produzione, del fare musica. Si affermano progetti più personali. Negli ultimi anni milanesi, frequento molto il Leoncavallo come avventore, a partire da alcuni circuiti specifici, penso agli eventi di LOBO sound; rivedo un certo revival musicale, il ritorno della drum ‘n’ bass, l’esplosione della Sound System Culture, che prima era una roba legata solo a un certo giro. Allora lì rivedi community, crew, collettivi, e capisci l’importanza di avere spazi da condividere, da far vivere, in cui crescere insieme. Non può bastare l’intrattenimento o la svolta individuale. Serve anche trasmettere una memoria delle esperienze: ricordo quelli più grandi di me che mi insegnano la lotta per la casa, che strappano una laurea in architettura, che mi spiegano l’importanza di rimettere subito a posto la facciata del palazzo occupato per dare un segnale di cura della comunità.

Questo filo non si deve interrompere. Fumo nasce grazie all’incontro con i ragazzi di Asian Fake, un disco che si sviluppa come progetto intergenerazionale. Dobbiamo rifiutare la retorica della guerra tra generazioni, le cazzate di chi pensa che un adulto che non ha fatto i soldi non vale niente. Dobbiamo unire l’energia giovanile con la trasmissione della nostra esperienza, senza paternalismi, mettendo invece a nudo soprattutto le nostre ferite, limiti, fallimenti. Per non sprecare le stesse occasioni e immaginare di nuovo, insieme, un mondo diverso e migliore.

la copertina è dell’autore

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