DIRITTI

Foodora: la sentenza è ingiusta, la lotta non si ferma

Foodora: una sentenza ingiusta che non ferma la lotta

Lo scorso 11 aprile, come rimbalzato su tutti i media nazionali, il Tribunale di Torino ha respinto il ricorso che sei ex-fattorini di Foodora hanno intentato contro la multinazionale tedesca, denunciata per l’applicazione di contratti di collaborazione autonoma non adeguati al rapporto subordinato in essere all’interno dell’azienda, per la mancanza di tutele minime sulla sicurezza dei fattorini e per l’illecito controllo a distanza dei “collaboratori” tramite gps. Si trattava del primo processo in Italia riguardante la “gig economy” (economia dei lavoretti e degli impieghi on demand). In assenza di un precedente vincolante (l’unico precedente risale alla vittoria ottenuta dai drivers di Uber, nel novembre 2017, contro la start-up californiana, di fronte alla corte d’appello di Londra), il Tribunale di Torino emette una sentenza profondamente politica e giuridicamente più che discutibile. Applicare correttamente, in questi settori, la normativa in materia di rapporto di lavoro subordinato e a tutela della sicurezza dei lavoratori significa, infatti, estendere a loro vantaggio una serie di diritti (dal salario minimo alla malattia) e minacciare sensibilmente il profitto delle grandi piattaforme. Il Tribunale di Torino decide allora di schierarsi dalla parte della piattaforme, contro i lavoratori, per ragioni di posizionamento ideologico e di equilibrio politico. Lo fa, per altro, con la mancanza di coraggio e l’ambiguità piuttosto emblematica del profilo mantenuto dal giudice Marco Buzano durante tutta la vicenda. Di fronte a un’aula stracolma di rider e di solidali, mobilitatisi in almeno un centinaio per dimostrare la valenza storica e generale di questa sentenza, preferisce aspettare che l’aula si svuoti, prendersi qualche ora per una comoda pausa pranzo e tornare in aula soltanto poco prima delle 18 a leggere una sentenza che, in quanto politica, riteniamo fosse già stata decisa in anticipo.

In attesa delle motivazioni, che saranno rese note entro 60 giorni, ci pare significativo ritornare su alcuni passaggi del profilo con cui Foodora, attraverso i suoi legali, si è presentata pubblicamente durante l’udienza.

L’insistenza con cui l’azienda ha ripetuto la parola “lavoretto” per qualificare la prestazione dei suoi fattorini è stata maniacale. Quello presso Foodora sarebbe un “lavoretto”, un riempitivo, con cui gli studenti hanno l’opportunità di arrotondare la paghetta dei genitori e tenersi in forma in sella della propria amata bicicletta. Ciò sarebbe dimostrato dalla flessibilità nell’organizzazione dei turni di lavoro – vale a dire, dalla libertà di rendersi disponibile a propria scelta per questo o quel turno – e dall’elasticità con cui un fattorino colpito da un imprevisto può chiedere un cambio a un collega attraverso la chat aziendale. Particolare attenzione è stata così dedicata, da parte dell’azienda, a ricostruire le biografie dei suoi “collaboratori”, per dimostrare come costoro fossero impegnati negli studi o in altri “lavoretti” contemporaneamente all’impegno in Foodora; è stata persino calcolata la variazione delle disponibilità lavorative di alcuni fattorini in relazione ai periodi di sessione esami all’università. La composizione studentesca e generazionale del lavoro presso Foodora e l’aspetto sportivo-ricreativo delineano così lo sfondo ideologico con cui la multinazionale tedesca vuole trasformare il lavoro in “lavoretto” on demand, legittimare nell’opinione pubblica retribuzioni miserabili (da 5€ l’ora o da 2,70€ a consegna) ed esonerarsi da qualsiasi responsabilità verso i fattorini. Occorre dunque un grande sforzo collettivo per contrastare l’ideologia della cosiddetta “gig economy”.

In primo luogo, non è vero, come sostenuto dalla difesa di Foodora, che i fattorini non debbano rispettare un monte orario settimanale minimo. I documenti del processo testimoniano che all’atto dell’assunzione veniva richiesta una disponibilità oraria minima di 20 ore settimanali. Che un fattorino, poi, lavori uno, due o cinque turni a settimana, o che ci sia la libertà di chiedere un cambio turno, poco importa. A un’organizzazione piuttosto flessibile della forza-lavoro, sostenuta da un abbondante “esercito di riserva” tra i fattorini, corrisponde un rapporto di lavoro tipicamente subordinato: il primo corno della relazione non può mistificare il secondo. Durante il tempo di lavoro, ogni fase del processo lavorativo del fattorino – dal punto di partenza, all’ordine ricevuto, alla consegna da svolgere e dunque la conseguente distanza da percorrere tra punto di partenza, ristorante e destinatario – è infatti sottoposto al comando dell’azienda-piattaforma; non c’è alcun margine di autonomia concesso. I fattorini sono tenuti a rispettare i tempi e i luoghi di lavoro stabiliti dall’azienda e comunicati attraverso una app sullo smartphone; essi devono essere costantemente reperibili e pronti ad accettare gli ordini ricevuti. Anche i turni, per i quali ciascuno dà la propria disponibilità, sono accettati o rifiutati dell’azienda, che ne dà poi comunicazione ai lavoratori a seconda delle proprie esigenze. I fattorini non sono realmente liberi né di scegliere i propri turni di lavoro né di rinunciare a quelli loro assegnati: al momento dell’iscrizione ai turni sull’applicazione, tra le istruzioni per l’uso si legge infatti, a chiare lettere, che per cambiare turno occorre trovare un sostituto tra i propri colleghi. L’azienda esercita, infine, un capillare potere direttivo e disciplinare: il fattorino deve seguire tutti i comandi dell’azienda; quelli che non obbediscono sono sanzionati, quelli che si ribellano alla paga a cottimo e alla mancanza di tutele minime sono estromessi, come è accaduto ai sei ricorrenti.

Tutti i profili della subordinazione sono dati e richiederebbero, dunque, l’applicazione di contratti subordinati veri e propri, di una paga oraria dignitosa, di norme per la sicurezza sul lavoro e assicurazioni anti-infortunistiche. Non esiste “lavoretto”: il lavoro è lavoro e in quanto tale va riconosciuto, retribuito e tutelato. Il concetto di “lavoretto” non esiste nel nostro sistema normativo, è un concetto iper-ideologico con cui si vorrebbe smantellare il diritto del lavoro vigente e non può dunque aver alcun valore nelle aule di un Tribunale. Pur presentando dei tratti di flessibilità organizzativa, il lavoro che è esplicitamente subordinato nella sua esecuzione ed etero-organizzazione materiale dev’essere riconosciuto, retribuito e tutelato in quanto subordinato.

Anche l’occasionalità e la discontinuità del rapporto di lavoro, che ne farebbe un “lavoretto” per studenti, alla prova dei fatti risulta pura mistificazione. I fattorini lavorano, a Torino, tra le 20 e le 35 ore settimanali, con continuità da una settimana all’altra, ed è molto più spesso l’azienda a rifiutare la disponibilità di un fattorino per un determinato turno, che non il fattorino a rinunciare a un turno o chiederne la sostituzione. La maggior parte di coloro che lavorano presso le piattaforme della consegna a domicilio lo fanno per mantenersi e non come riempitivo: studenti fuori sede che devono mantenersi gli studi, precari e intermittenti costretti a integrare lo stipendio, disoccupati che hanno perso il lavoro o migranti che hanno difficoltà a trovare occupazioni migliori definiscono i tratti principali della composizione sociale di questo settore lavorativo. Nella maggior parte dei casi che conosciamo, non abbiamo affatto a che fare con un “lavoretto” occasionale per studenti che vogliono arrotondare, ma uomini e donne che hanno bisogno di lavorare per mantenersi e arrivare a fine mese, che chiedono turni all’azienda e soltanto una parte di quelle richieste viene soddisfatta[1].

Foodora è a tutti gli effetti un’impresa che fornisce un servizio di consegna a domicilio; essa non connette tra loro soggetti autonomi (ristoratori, fattorini e clienti privati), ma che realizza cospicui profitti inviando i propri fattorini dai ristoranti ai clienti. Secondo la nostra Costituzione, chi realizza profitti mediante il lavoro di terzi è tenuto a riconoscere loro retribuzioni concordate, diritti e rappresentanza. Sarà forse per questo che, durante l’udienza, Foodora ha voluto ridicolizzare i propri profitti, auto- rappresentandosi come una piccola realtà alle prime armi, con introiti annui esigui, priva di uno storico della propria attività economica e dunque incapace di calcolare esattamente il suo fabbisogno di personale e le spese retributive di cui può farsi carico. A tratti Foodora si è difesa, in aula, come una piccola start-up a vocazione sociale, così altruista da assumere studenti sfaccendati e amanti della bicicletta anche al costo di perdite e imprevisti. Essa è invece un colosso multinazionale quotato in borsa, con giri d’affari in aumento vertiginoso. Sebbene Foodora non abbia mai reso noto il suo fatturato, una recente indagine de Ilsole24ore ha scoperto che Foodora realizza, in un solo semestre del 2017, 253,2 milioni di euro (dunque più di 500 milioni all’anno), con un aumento del 94,3 % rispetto al 2016[2].

Al candore di queste false auto-rappresentazioni è poi seguita una lunga serie di mistificazioni dei numeri relativi alle prestazioni dei fattorini ed estrapolazioni strumentali di singoli passaggi della chat aziendale. In primo luogo, l’azienda ha tentato di dimostrare come non vi sia stato potere disciplinare e sanzionatorio su alcuni fattorini attraverso un calcolo ingannevole della media mensile delle ore lavorative. L’azienda ha voluto nascondere le settimane e i mesi in cui non sono stati concessi turni ai rider più coinvolti nelle mobilitazioni, spalmando le loro ore di lavoro su un arco temporale esteso di cui è stata poi calcolata la media. Numeri alla mano, risultano invece evidenti le sospensioni temporanee di coloro che animavano le agitazioni nell’autunno del 2016 e che sono poi stati non a caso espulsi dall’azienda (o meglio, interdetti dall’accesso all’applicazione).

In secondo luogo, Foodora ha difeso la sua chat aziendale utilizzata da rider e dispatcher come un luogo di discussione orizzontale e partecipativo, dissimulando quelli che erano a tutti gli effetti ordini di un superiore ai propri sottoposti. Estrapolando ad arte alcuni singoli messaggi della chat, i responsabili sono stati dipinti come aperti e disponibili al dialogo nei confronti dei fattorini alla ricerca di un cambio turno. Foodora rappresenta come paritaria e spontanea quella che in realtà era una relazione fortemente strutturata gerarchicamente, in cui la possibilità di impedire il lavoro del rider non ha nemmeno bisogno di essere enunciata tanto è evidente.

Infine, forse il più grave gioco di specchi operato dalla difesa ha ruotato intorno all’utilizzo di strumenti di monitoraggio satellitare (il GPS degli smartphone) di cui è stata completamente ribaltata la funzione. Da strumenti di controllo e geolocalizzazione permanente, essi sono divenuti  meccanismi di tutela della sicurezza sul lavoro. Qualora un rider avesse un incidente, un infortunio o un guasto di qualsiasi tipo, secondo Foodora il GPS sempre attivo consentiva all’azienda di inviare i soccorsi. Non quindi un sistema attraverso il quale avere statistiche sempre aggiornate sulle condizioni della prestazione offerta dal rider e sulla sua performatività, né strumento di zona utilizzato per indirizzare i rider in posizioni lavorative specifiche; ma tutela di un pronto intervento. Questa posizione è, senza giri di parole, ridicola, e ancora più ridicola alla luce dell’inesistenza di tutele vere sulla sicurezza dei rider. In un anno di lavoro e nonostante la grande quantità di infortuni accaduti, l’azienda non ha mai chiamato alcun soccorso. Dai controlli medici preassuntivi sullo stato fisico dei fattorini, alla revisione delle biciclette, a accorgimenti particolari nel caso di condizioni atmosferiche a rischio, ferma è sempre stata la posizione di Foodora di non farsi carico di alcun elemento di tutela della sicurezza dei suoi lavoratori. Come ferma è stata la posizione del Tribunale di Torino dalla parte dell’azienda anche su questo punto. Come abbiamo già richiamato questa sentenza è politica, e certifica una assunzione di responsabilità da parte del Tribunale di Torino su quanto potrà succedere ai lavoratori della food delivery costantemente esposti ai rischi della strada. Così come la difesa ha svicolato da alcune delle accuse sostenendo che erano puramente teoriche (ad esempio non si sono ancora verificati casi di mal-utilizzo dei dati personali raccolti ed immagazzinati dall’applicazione), allo stesso modo il Tribunale svicola dal possibile rischio per l’incolumità dei fattorini. Ci auguriamo che non arrivi mai il giorno in cui dovremo dire che l’avevamo detto.

A una sentenza politica dovrà seguire una risposta forte e collettiva: nelle prossime mobilitazioni e negli scioperi del food-delivery; nell’espansione dei collettivi auto-organizzati di rider; nella solidarietà e nel mutuo aiuto tra i rider e chi il rider non lo fa ma è ugualmente precario, sfruttato e sotto ricatto; anche e nuovamente nelle aule del tribunale, dove torneremo a prenderci la nostra rivincita.

 

To be continued….

Avanti rider!

[1] Secondo un’indagine de Ilsole24ore, in Italia, il 62 % dei gig workers non sono studenti, ma hanno più di 30 anni, hanno già un’occupazione ma cercano un reddito integrativo. Solo il 22% sarebbero invece studenti.

[2] Foodora, Deliveroo, Uber: come fare milioni pagando 3,6 euro i riders