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ROMA

Da vicino fanno meno paura. Gli influencer di destra alla prova del Municipio V

Nel V Municipio di Roma, la mobilitazione antifascista ha accompagnato l’approvazione di una mozione contro l’islamofobia, dopo due precedenti tentativi ostacolati dagli influencer di destra. Fuori dalla bolla digitale, però, la loro forza si è mostrata molto meno compatta e il confronto con l’attivismo territoriale ha restituito un’immagine ben diversa da quella costruita online

Partiamo dalla fine. Gli influencer abbandonano col capo chino l’aula consiliare, scortati dalla polizia. Lə attivistə li accompagnano verso l’uscita intonando a gran voce «bella ciao». È stata una mattinata lunga — il consiglio municipale è iniziato alle nove e si è concluso ben oltre le tredici — e carica di tensioni. L’applauso che accompagna l’approvazione della mozione in tema di «contrasto all’islamofobia» ha un deciso sapore liberatorio.

Era il terzo tentativo. Nei due precedenti, la votazione in consiglio era stata di fatto impedita dagli influencer di destra. In vista della terza calendarizzazione – quella poi rivelata decisiva – degli stessi influencer avevano chiamato a raccolta, con poca fortuna, la loro enorme bolla virtuale di riferimento. È andata decisamente meglio all’appello lanciato dalle associazioni, movimenti e collettivi del territorio. Più di duecento antifascistə hanno presidiato l’attività del consiglio e determinato le condizioni in aula per l’effettiva discussione e votazione.

Fanno riflettere, ma anche ridere

La mattinata trascorsa nell’aula consiliare ha permesso di osservare gli influencer di destra fuori dalla loro enorme bolla digitale. Lontani dal vortice dei reel e dalla circolazione algoritmica delle loro provocazioni, immersi nel tempo lungo di una mezza giornata, restituiscono sensazioni molto diverse dall’abituale. La violenza del linguaggio è la stessa; sono ancora più evidenti la povertà logica delle argomentazioni e l’uso raffazzonato di slogan mal digeriti.

Soprattutto, cambiano le posture. I petti — costantemente protesi in avanti nei video virali — sono spinti orgogliosamente in fuori soltanto nei momenti di maggiore tensione. Per il resto, i colli restano incassati tra le spalle, che tendono a chiudersi, mentre gli sguardi difficilmente si schiodano dagli schermi. Più che gladiatori in azione, posture da ragazzinə in fuga dalla realtà.

Lo smartphone è dunque il vero motore della scena: un filtro permanente tra chi lo tiene in mano e il mondo. Non soltanto quello dellə altrə — le persone trasformate in oggetto dei discorsi d’odio — ma anche quello dei propri colleghi influencer. Il dispositivo organizza la presenza e riprende tutto, ma la qualità della performance – senza gli opportuni montaggi – si incrina di frequente. Nel tempo lungo di una mattina, l’immagine del combattente digitale, perennemente sicuro di sé, lascia spazio a una sequenza di posture sbilenche, incerte e discontinue. 

Quando prendono la parola — saranno in due a intervenire dai banchi del consiglio — il loro discorso appare assai meno compatto di quanto lascino immaginare i frammenti selezionati per la circolazione online. L’aggressività è immediatamente riconoscibile; più difficile è individuare un filo capace di tenere insieme le argomentazioni. Gli slogan — privi di un minimo sforzo di originalità — si sommano senza mai comporre un ragionamento circolare. L’odio non è il punto di caduta dell’argomentazione: spesso ne è l’inizio e, insieme, la conclusione. 

In porta facciamo a turno?

La povertà del discorso non implica, ovviamente, l’assenza di effetti politici di ampissima portata. Gli influencer di destra sono un fenomeno rilevante del nostro tempo. Dal giornalismo indipendente alla sociologia critica, molti campi del sapere si interrogano sulle condizioni che ne rendono possibile l’ascesa. È un fenomeno da prendere molto sul serio. Allo stesso tempo, fuori dalla bolla virtuale e nel tempo lungo di una mattina, più che suscitare paura, restituiscono la goffa solennità di una farsa. 

Come quando tirano fuori la summa delle provocazioni: i panini con gli insaccati, esibiti come sfida nei confronti di chi non mangia carne di maiale. La scena, però, non produce l’effetto atteso. Il momento della performance è clamorosamente sbagliato. Nessunə dei presenti sembra accorgersi della messa in scena; qualcunə tra i performer depone, deluso, l’arma impropria; qualcun altrə continua a masticare, incerto. 

Della drammatica coerenza — discorsiva, politica, persino estetica — dei fascismi del Novecento non c’è traccia. C’è piuttosto un’accozzaglia di slogan registrati male e masticati peggio. L’incoerenza del discorso, certo, non li rende meno pericolosi. La loro forza non dipende dalla solidità delle argomentazioni, ma dalla capacità di aggregare frammenti di rabbia e trasformarli in un immaginario accattivante, almeno nella sfera digitale. Alla prova del reale — la compresenza, nello stesso spazio e nello stesso tempo, con lə attivistə antirazzistə, portatorə di un ordine del discorso radicalmente diverso, proposto con una qualità argomentativa di ben altra portata — quella costruzione mostra ampie crepe. 

Quanto riescono a mobilitare, fuori dalla dimensione digitale, con i loro appelli questi influencer di destra? Lo scarto tra la portata degli strumenti a disposizione e la resa effettiva è gigantesco, quasi vertiginoso. Hanno fatto della mozione della discordia — tutt’altro che la proclamazione dei Soviet — la loro linea Gotica. Eppure, nonostante l’enorme mole di visibilità, denaro, protezioni politiche, alla prova dei numeri la loro chiamata alla mobilitazione ha prodotto una presenza numerica a metà tra una partita di calcetto e una rimpatriata di classe non particolarmente riuscita

Il vento è cambiato?

Sarebbe ovviamente consolatorio leggere questa vicenda specifica come il segnale di portata generale. Non siamo alle quattro giornate di Napoli. A essere particolare è soprattutto il contesto, il Municipio V, con la sua densità di associazioni, reti, spazi e movimenti.

Il campo di chi si è mobilitatə per garantire la discussione e contrastare l’azione degli influencer di destra è tutt’altro che omogeneo: è articolato e plurale. Differiscono, per esempio, gli sguardi sulla maggioranza municipale e il rapporto con le istituzioni. In questo quadro, è stata fondamentale la capacità collettiva di cogliere — nonostante le differenze — la portata della mattinata e di attraversarla mettendo in campo, con notevole efficacia, intelligenza politica, rabbia e ironia, fuori da tatticismi e formule proprietarie.

I loro frame digitali continueranno a circolare vorticosamente. Saranno tagliati, rimontati e utilizzati per alimentare la narrazione della persecuzione e della censura. In ogni caso, la scena della loro uscita dall’aula ha un significato politico profondo. In un tempo e luogo specifico – una mattina di fine settembre nell’aula consiliare del Municipio V di Roma – la loro potenza di fuoco si è rivelata una tigre di carta.

Da vicino fanno meno paura, dunque. Non perché siano innocui, né perché il loro potere sia soltanto immaginario. Fanno meno paura perché, fuori dalla sfera digitale, tornano a essere una parte — non il tutto — della scena. Devono misurarsi con tempi più lunghi, corpi che non possono controllare, discorsi che non governano. In fin dei conti sono pochi, confusi, grotteschi. Per contro, il campo molteplice dell’antifascismo è ampio, plurale, vivace. Da qui si riparte.

Foto di copertina di Luciano Pareschi

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