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MONDO

Da Budapest a Parigi, la solidarietà non si ferma

Un breve racconto emozionale poco lucido dalla capitale francese, dove è arrivata la notizia dell’estradizione di Rexino Abazaj detto Gino verso la Germania, con il rischio che poi prosegua per l’Ungheria. “Oggi, qui, la nostra responsabilità collettiva è sapere che nulla si ferma, che l’antifascismo non è sconfitto ma rimane una lotta costante” dice l’attivista italo-albanese.

Il 30 settembre si sono svolti due processi importanti per quello che conosciamo come “Budapest complex”: l’appello riguardante la richiesta di estradizione di Rexino Abazaj detto Gino, a Parigi, e l’appello per Maja T. e Gabri, a Budapest. E proprio il 30 settembre ci sono state le rispettive sentenze. Con Michele Zerocalcare siamo andati a Parigi dove era prevista una giornata per stare vicino a Gino con interventi di politici, artisti, personaggi del mondo della cultura e della politica francese, il tutto nella bellissima e storica cornice de la Borse du travaille, luogo del sindacalismo parigino. Insomma, potevamo scegliere se andare a Budapest ancora una volta o andare a  Parigi. Pensavamo di conoscere già la situazione del tribunale ungherese e le sue lungaggini e sapevamo pure che molti compagni tedeschi stavano raggiungendo Budapest per dare vicinanza e supporto a Maja, così abbiamo pensato di andare a Parigi per stare con Gino e Zaid. Due giorni di divertimento puro, tra spostamenti, pioggia, notizie di merda che arrivano.

Mi ero portato una valigia di 27 kg, incollata fin dalla Magliana con il trenino per Fiumicino, trascinata fino all’imbarco (che mi ha fatto pagare un supplemento) per arrivare all’hotel trovato con fatica e scoprire che c’era l’ascensore rotto e noi eravamo, ovviamente, al sesto piano. Le cose promettevano bene, c’erano proprio i segnali, i pianeti sembravano essersi allineati per regalarci un ribaltamento dei verdetti. E infatti questi ribaltamenti ci sono stati, sì, col cazzo. Alle 8.00 di mattina veniamo a sapere che il pullman dei solidali tedeschi è stato fermato a 7km da Budapest e alle 9.30 comincia ad arrivare la notizia delle condanne: sette anni per Maja T. e sei per Gabri. La giornata cominciava proprio alla grande. Il giudice, a questo giro, era stato velocissimo.

Raggiungiamo sotto la pioggia la Bourse du travaille, speranzosi e radianti di gioia come un furetto bagnato preso a calci e con ben otto ore di anticipo sull’evento incontriamo i compagni del comitato francese. Alle 14.00 arriva la notizia del rigetto dell’appello da parte della corte di giustizia francese e quindi la volontà di procedere con l’estradizione di Gino. Diciamocelo, non era un fulmine a ciel sereno e ce lo aspettavamo. Ma una parte di tutti e tutte noi era rimasta speranzosa, non voleva crederci e fino all’ultimo una zona nascosta del nostro cervello collettivo rifiutava l’idea di vedere Gino portato via. Per questo quando è arrivata la notizia c’è stato un momento di silenzio e gelo per tutta la sala. Poi ha preso parola l’avvocato, ha spiegato la situazione e poi di nuovo silenzio. Ridere e scherzare, riusciamo a farlo (e chi ci conosce sa quanto possiamo essere insopportabili) anche ai funerali, però adesso non ci veniva proprio.

Dove abbiamo sbagliato? Cosa potevamo fare di più? Cosa possiamo fare adesso? Le domande che mi giravano e mi girano tutt’ora nella testa. Passano le ore e continuano ad arrivare persone, poi la sala si riempie e un compagno legge la lettera di Gino, un boato rompe quel silenzio e un coro è il modo per abbracciarci con tutte quelle persone che non conosciamo. Dopo l’assemblea un corteo improvvisato e poi a cena. Nel dopo cena eravamo con un po’ di compagni e c’era con noi Zaid. Zaid è proprio un pischello. Era con noi la sera a berci una birra con il sorriso sulle labbra. Fra due settimane tocca a lui, la corte si esprimerà sulla richiesta di estradizione a suo carico verso l’Ungheria. Io non parlo francese, tedesco, niente e i miei scambi con lui sono solo gesti, pacche sulle spalle, sorrisi, risate, mediate da altre persone a cui chiedo di dirgli delle cose da parte mia. Poi vedo alcune persone a lui molto vicine che lo guardano con malinconia e lui che cerca di trasmettergli forza, di dirgli di non preoccuparsi.

Andando via parlavamo con Michele e ci dicevamo, certo che tutti pensano che quando partiamo ci andiamo a divertire e invece passiamo giornate in mezzo a cose pesantissime, brutte notizie e rotture de cazzo. Eh vabbè, ma la solidarietà è così, è na rottura de cazzo, per quello dobbiamo essere in tanti a farla.

Quando mi è stato chiesto se mi andava di scrivere qualcosa per Dinamo su questi giorni ho pensato che era il caso di farlo, che era il caso di mettere in fila gli eventi, di ribadire la sproporzione di questo processo. Di parlare di cittadinanza, del fatto che questi ragazzi dovrebbero avere la cittadinanza come “premio” per aver partecipato alla vita culturale e politica dei paesi in cui erano, per essersi occupati dei diritti di tutti, per averli difesi, e invece oggi pagano un prezzo enorme per non aver fatto finta di niente e per non essere stati ignavi. Ma poi mi è venuto fuori questo raccontino così, perché queste cose già le sapete voi che leggete Dinamo e mi piaceva raccontarvi qualcosa di diverso. Oggi come non mai la parola solidarietà ha bisogno di prendere sostanza e senza compagni e compagne non so proprio come possiamo pensare che ciò avvenga.


Per chiudere le parole di Gino che dicono quello che c’è da dire:

Ciao a tutti, compagni,

Saluto tutti i presenti che mi sono stati vicini in questo periodo, coloro che hanno lottato e continuano a lottare per me. Non avrei potuto superare tutte queste prove senza il vostro prezioso aiuto. Non mi sono mai sentito solo, e questo è il dono più grande che mi abbiate fatto.
Mi scuso per non poter essere qui con voi oggi. Attualmente sono impegnato nella gestione della crisi con i miei avvocati per preparare i prossimi passi a seguito della decisione della Corte di Cassazione.
Come sapete, oggi la Corte ha autorizzato la mia estradizione in Germania; me l’aspettavo, ce l’aspettavamo, non siamo rimasti sorpresi.

Questa estradizione è una scelta politica, come del resto tutte le decisioni giudiziarie relative al caso di Budapest. La persecuzione è evidente, in quanto legata all’assurda teoria del complotto, che si configura come l’ennesimo esempio di criminalizzazione della lotta antifascista, un fenomeno che si sta diffondendo dall’America all’Europa.

Le condanne di Maja e Gabriele di questa mattina a Budapest, così come la situazione degli altri compagni arrestati e implicati in questo caso, sono legate all’attuale clima di persecuzione contro gli antifascisti. Dalle accuse di terrorismo antifascista mosse contro gli arrestati negli Stati Uniti e in PrairieLand, all’inserimento del collettivo Autistici/Inventati nella lista delle organizzazioni terroristiche e al blocco dei loro conti, così come di quelli di Rote Hilfe in Germania, il clima prevalente è chiaro. In Francia, dodici antifascisti sono ancora in carcere nel caso di Lione, in seguito alla morte di un militante neonazista lo scorso febbraio. Essere antifascisti e resistere alla deriva della società attuale non può più limitarsi alle parole, ma richiede di assumersi delle responsabilità, che possono avere gravi conseguenze. Di fronte a ciò, dobbiamo prepararci.

Io sono albanese, ma sono cresciuto in Italia, dove vivo da quando avevo tre anni. La mia famiglia è albanese, ma è anche italiana. Io no. Anche la famiglia di Zaid è tedesca, ma lui non lo è. Questo privilegio non ci è stato concesso. Non ci consideriamo vittime, ma siamo consapevoli che le vite dei migranti che scelgono di lottare sono soggette a questo ricatto. Avremmo potuto diventare cittadini europei se fossimo rimasti in silenzio, ma non è stata questa la nostra scelta. La criminalizzazione dell’antifascismo è indissolubilmente legata a quella dei migranti, come vediamo sia in Europa che in America, dove le camicie brune dell’ICE sono attive.

Tutto sembra andare nella direzione sbagliata, eppure:

Eppure, abbiamo visto persone da tutta Europa e non solo mobilitarsi, essere presenti, lottare per noi e per gli altri.

Eppure, abbiamo assistito a una solidarietà non superficiale, ma autentica. Non siamo soli, e non lo siamo mai stati.

Eppure, abbiamo visto un immenso coraggio di fronte a situazioni apparentemente senza speranza.

E soprattutto, abbiamo visto la responsabilità collettiva di coloro che hanno risposto all’appello quando ce n’era bisogno.

Se dovrò affrontare il carcere in Germania, lo farò con la convinzione che continueremo a resistere insieme, come non abbiamo mai smesso di fare in passato.

Oggi, qui, la nostra responsabilità collettiva è sapere che nulla si ferma, che l’antifascismo non è sconfitto ma rimane una lotta costante. Oggi, qui, noi – io, tu – rinnoviamo la nostra promessa di essere al fianco di chi sta combattendo e di chi combatterà. Siamo e saremo al fianco di Zaid. Promettiamo che nessuno sarà lasciato solo.

Tengo la testa alta.

Vi amo.

Gino

Forza Gino, non vediamo l’ora di rivederti. Forza Zaid, siamo con te.

Immagine di copertina, Palazzo di Giustizia, Parigi (foto di Diego Delso, Wikimedia Commons). Immagine nell’articolo scattata dall’autore.

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